Ladypazz2

Sono qui, di giorno, di notte. Sempre qui, vicino a te, con la pioggia vivace, tagliente, rumorosa.
Accanto a te se la neve copre, se la grandine picchia.
Conto i tuoi fiori e mi bagno d’acqua e terra.
Con il sole quella vecchia mi ha regalato una rosa, di sera un’altra vecchia me l’ha rubata.
Sento le loro voci, dicono che hai amato, incoraggiato, aiutato.
Sento i loro pensieri. Pensano che hai odiato, tradito, spaccato, bruciato, perso, vinto, perso ancora.
Stanotte la luna era piena e ci illuminava tutti. Un ragazzo si è avvicinato, ti ha osservato, ha pianto, ti ha dato un calcio, è corso via.
Fedele ti osservo, curiosa t’immagino.
Allora è vero? hai dimenticato? umiliato? picchiato? sanguinato? bevuto? vomitato? giurato? mentito? hai davvero voluto? ottenuto? fallito?
Al mattino c’è sempre la stessa donna vestita di nero, mette l’acqua ai tuoi fiori e ti sussurra preghiere di Dio fino al suono della sirena, poi ti saluta, ti bacia e, prima di andar via, mi osserva.
23 febbraio 1979-11 gennaio 2005
Non ho fiori, non ho acqua, non ho carezze, non ho preghiere. Ho una foto marcia sbiadita dal sole.
Tradita dall’amore, dalla gioia, dalla libertà, ho urlato, quando ancora non conoscevo il silenzio, e il mio cuore ha pianto fino a farmi affogare nelle sue lacrime.
Ricordate il gioco/concorso "Corto si può fare"?, Beh, ce l'abbiamo fatta! Alcuni dei racconti pubblicati sul blog (che già avevano subìto una selezione) sono stati pubblicati su carta. Quindi è con somma gioia et soddisfazione che le solite due (Barbara Garlaschelli & Daniela Losini) avvisano che:
è uscito il numero 79 della Rivista TRATTI, Autunno 2008, edita dalla sempre ammirabile casa editrice MOBYDICK (direttta dall'amabile Guido Leotta).

Nella rivista:
NON FARE IL CONIGLIO
di
Ladypazz
- Svegliati!! Scendi giù dal letto!
- Papà che c’è? – Venni trascinato a forza per terra.
Mio padre mi prese a schiaffi sulla testa e poi mi spinse fino al giardino dietro casa.
C’era anche Don Augusto, il prete del paese. Aveva in mano la gabbia rossa di Cenerina, il mio coniglio grigio.
- Lo sai chi sono io? Eh? Lo sai?
Non risposi. Lo sapevo fin troppo bene chi era mio padre.
- Sono un uomo che in paese salutano tutti. Faccio un mestiere faticoso e nessuno mi ha mai mancato di rispetto! Lo sai vero cos’è la paura? Sì che lo sai, te la leggo negli occhi! Qualcuno mi ha detto che stai frequentando un bar di finocchi! E’ vero?
- Non chiamarli così! -, gli dissi sottovoce.
- Ha sentito Don Augusto?Non devo chiamarli finocchi!
- Ho detto ai miei uomini che eri lì per caso -, continuò mio padre guardandomi negli occhi.
- Gli ho raccontato che sei solo un po’ curioso, perché tu sei un uomo e, adesso lo dimostri a papà tuo che non sei un coniglio!
Il prete prese il fucile e me lo passò.
- Ammazza il coniglio e finiamola qua! - disse mio padre.
- Ma perché?
- Impugna il fucile e ammazzalo!
Sapevo sparare dall’età di sette anni. Il nonno mi portava a caccia a farmi vedere come si ammazzava la preda e se qualche volta non crepava subito, spettava a me sparare il colpo mortale.
Afferrai il fucile.
- Ammazzalo! - disse mio padre con voce rassicurante.
- Sì! – risposi con fermezza, asciugandomi gli occhi.
Decisi di farlo e non pensarci più. Sparai a un arto e poi a un altro spappolandoglieli.
Un terzo colpo a occhi chiusi centrandolo in pieno e poi un quarto e un quinto a occhi aperti.
Dopo mi chinai ed aprii la gabbia, presi il coniglio per le orecchie e lo lasciai libero. Nessuno da quel giorno in poi avrebbe potuto badare a lui.
Mi diressi verso casa mentre - Slap! Slap!-, Cenerina leccava il sangue dai cuori caldi di mio padre e di Don Augusto.
...su you tube troviamo il giornalista, scrittore e blogger Enrico Gregori. Romano per giunta.
Ha un blog che vi consiglio di affrontare con tanto coraggio, ricco di storie e pennellate noir. E non solo.
Alice era in bagno, si puliva il contorno occhi dal mascara.
Aveva già tolto l’abito da sera, lo aveva fatto scivolare sul pavimento della sua camera da letto insieme alla magia che le aveva procurato indossarlo.
Doveva essere una cena romantica, in un ristorante elegante che si affaccia sul mare. Alice avrebbe ordinato linguine ai ricci per due, e lui avrebbe scelto il vino. Si sarebbero scambiati sorrisi tutta la sera e sfiorato le mani, ricordando quanto fosse ancora piacevole, dopo anni, la pelle dell’altro. Avrebbero mangiato aragosta e alla fine, prima dell’ultimo brindisi, lui le avrebbe chiesto di sposarla. Chi conosceva Alice, la definiva una ragazza semplice, studiosa, educata, composta. Alice, la figlia da desiderare, la fidanzata da presentare, quella storica. Alice, forse per quella serie di doveri cui si era costantemente uniformata, aveva un unico sogno: un matrimonio, due figli sani, un cane, un gatto, due settimane di ferie al mare in agosto, una d'inverno in montagna. Convinta che questo bastasse.
Alice non era andata subito a letto, il nodo allo stomaco, per la serata più attesa della sua vita andata in fumo, era ancora lì. Era seduta sulla poltrona gialla accanto alla finestra e aveva messo il viso tra le mani per lasciarsi ad un pianto di delusione e rabbia.
Dietro di lei una voce: - Mi dispiace Alice, sono stato trattenuto di nuovo al lavoro.
Eccolo lì il suo Luca, aveva scavalcato il cancello ed era entrato dalla finestra della camera da letto, era troppo tardi per suonare il citofono. Lei lo guardò negli occhi, il suo futuro era lì, in ritardo, ma era lì. Per questo Alice decise di ingoiare subito la delusione per la cena saltata e di abbracciarlo con un sorriso.
Luca aveva chiamato a casa di Alice verso le 21 salutando al telefono la signora Marisa e avvisando Alice, che avrebbero dovuto rimandare la loro cenetta romantica a causa di un impegno di lavoro saltato fuori all’improvviso. Le aveva chiesto scusa più volte al telefono, ma d’altronde quella degli imprevisti sul lavoro era divenuta ormai la routine e lei avrebbe come minimo dovuto metterlo in conto. Routine o meno Alice, quella sera al telefono, non aveva potuto fare a meno di urlare la sua rabbia.
- Questa sarà la nostra vita? E a questo che dovrò abituarmi pian piano?
- Alice ti prego non dire così, lo sai sono ancora pochi mesi che lavoro nello studio di tuo zio. Sono l’ultima ruota del carro.
- Mio zio è uno stronzo e oggi sono dieci anni che stiamo assieme!...Ci sentiamo domani, adesso vado a dormire, buon lavoro! Alice aveva messo giù il telefono, mentre sua madre si era avvicinata per dirle di star tranquilla, che quei sacrifici, anche se adesso le era difficile capirlo, le avrebbero consentito un futuro sereno.
- Va bene mamma, buona notte.
Luca era un novello avvocato, lavorava nello studio dello zio di Alice per mille euro al mese, quasi dodici ore al giorno. Due, tre sere la settimana capitava che non andasse via dallo studio prima delle 3 di notte. Per i loro dieci anni di fidanzamento Luca le aveva promesso una serata speciale.
Lui fissava le lacrime scendere sulle guance della sua fidanzata che continuava nonostante tutto a sorridere.
- Mi dispiace così tanto – le disse, sentendosi abbracciare il collo.
- Non fa niente – rispose lei, dopo aver terminato di versare tutte le sue lacrime.
- Senti, lo so che è tardi, ma ti va di fare una passeggiata? Non ti lascio da sola con questi occhi tristi.
Era l’una di notte, e Alice accettò. Il tempo di vestirsi e saltare dalla finestra della sua camera, in pochissimo tempo, senza svegliare nessuno, erano mano nella mano sul sentiero che portava al bosco, indicando la luna e scherzando sui versi e i suoni della notte.
Alice si era seduta sul tronco di un pino tagliato, di fronte alla luna che le addolciva il viso. Disse solo: - Luca sposiamoci, basta con la vita da eterni fidanzatini…- , e Luca, da dietro, si curvò sul corpo di Alice infilandole una lama di un coltello al centro del collo. Strinse i denti e spinse la lama verso giù con tutto il peso del suo corpo.
Poi le strappò l’abito e lasciò lì, il corpo di Alice, nudo, caduto in avanti con la fronte immersa nel fango, e la schiena aperta in due.
Luca ritornò in studio a piedi. Ci impiegò 20 minuti allungando per alcune stradine periferiche. A quell’ora lo studio era vuoto come ogni sera dalle
Terminò di scrivere un paio di mail importanti a due clienti e dopo averle inviate, chiuse lo studio e rientrò a casa.