Ladypazz2
Oggi ospito un racconto di Nicoletta Vallorani, scrittrice di fantascienza e noir.
Il suo sito: http://www.nicolettavallorani.com/
Tra i suoi libri:
"Le Sorelle Sciacallo" DeriveApprodi, "La Fidanzata di Zorro" e "Cuore Meticcio" Marcos y Marcos, "Dentro la notte, e ciao" Granata Press, "Il Cuore finto di DR" e "DReam Box" per Urania di Mondadori, "I Misti di Sur" e "Darjee" Adnkronos libri, "Achab e Azul" e "Occhi di Lupo" I Corti EL, "Luca De Luca detto Lince", "Pagnotta e i suoi fratelli" e "Un mistero cirillico" EL, "Come una Balena" Salani. I suoi libri sono pubblicati anche in Francia da Gallimard nella Série Noir.
Grazie Nicoletta

Taboulhe
E comunque, non potrei. E' stata l'ultima, la più amata, anche se non ha mai voluto accettarlo. Mai ammesso di provare qualcosa per me. Mai accettato di venire a stare qui. Ci stava, in realtà, ma non ha mai lasciato intendere che fosse definitivo. Comunque sia, niente lo è - definitivo, intendo. Neanche la vita, tanto meno la mia.
Sto qui e penso i nostri ricordi tutti insieme. Mi sembra un bel pezzo di vita; vale la pena averlo vissuto.
Per questo non potrei: non sbatti in galera l'unica donna che ha accettato di far l'amore con te quando sei poco più di un relitto. Far l'amore, non sesso. Per questo non li avviserò, i coglioni. Taboulhe resta libera. Cerca un cuore. Un cuore nuovo per me.
Tre mesi fa. Il Posto del Perdono: un centro di accoglienza per malati che non si possono permettere che piccole dilazioni alla morte oppure anestetici molto forti, cocktail di allucinogeni che attutiscano il dolore del trapasso. Dicono che una volta, l'intera struttura fosse un ospedale, poi trasformato in università, poi trasformato in ospedale. E' in via Festa del Perdono, appunto. Di qui il nome.
Sono seduto a gambe incrociate su un lettino dietro a uno schermo. Sono nudo e il lenzuolo sotto di me non è pulito, ma tanto cosa posso prendermi che non ho già? Ho una sigaretta spenta tra le labbra e sorrido, perché non mi aspetto nessuna sorpresa.
Conosco bene il dottore: pelle tirata sulla faccia, occhi grandi e sporgenti, labbra sottili. Non sorride mai, anche perché lì c'è poco da ridere.
Esce da dietro lo schermo dell'ambulatorio, con le mani in tasca e una faccia di gesso. L'unica cosa che penso è che vorrei mettere le mani in tasca anch'io. Lo farei se non fossi nudo come un verme. -Allora, dottore?- dico. Mi viene da ridere, a guardare quella sua espressione luttuosa.
-Doveva succedere.
-Fine della festa?
-Doveva succedere, José. Io non posso farci niente.
Salto giù dal lettino e non dico niente. Mi sento le ossa di gelatina, ma a questo, ormai, mi sono abituato. Suppongo che mi abituerò anche all'idea di non potermi più fare impianti e quindi di non potermi salvare la vita.
Doveva succedere. -Lascia perdere, dottore. Sopravviverò.- Lo dico prima ancora di rendermi conto che invece non sopravviverò affatto, ed è proprio questo il punto. Non sopravviverò.
Il dottore mi volta le spalle e comincia a lavarsi furiosamente le mani, come se volesse scrostare via chissà cosa.
-Ho una cistifellea da piazzare e posso trovarti una tiroide, forse. Costa poco. Te la puoi permettere. Ma tutto il resto…- La sua voce mi arriva attutita, come se si fosse rimesso la mascherina. -Se avessimo un po' più di soldi, se potessimo usare impianti migliori, oppure organi veri, per i trapianti...
Una volta, ho visto un ridicolo film, al Centro Sormani. Una pellicola del secolo scorso, a colori, bidimensionale. C'era un tizio che faceva esperimenti coi cadaveri. Il tizio era un dottore e si chiamava Frankenstein. Prendeva un braccio, un fegato, un paio di mani, un cervello. Un pezzo qua e un pezzo là, come si fa coi puzzle. Il dottore tagliava e cuciva i pezzi e metteva assieme un mostro. Poi lo faceva vivere. Per un po'.
Guardo il mio ologramma, che è rimasto sospeso nell'aria, e intanto mi vesto. Anche il mio corpo è tutto una cucitura. Anche la mia vita ha un termine, che adesso è vicino. E' curioso come io non provi dolore né rimpianto. Neanche rabbia per il fatto che la mia vita dipenda solo dal fatto che non sono ricco.
Mi avvicino alla porta e il dottore, il mio dottore, si sta ancora lavando le mani. -Be', io vado.
-Non vuoi sapere…
-Quanto vivrò? Che importanza ha? Nessuno vuole vivere per sempre.
Esco.
Nessuno vuole vivere per sempre.
Dopo aver visto il medico, presi la sotterranea e andai al suq. Ce n'è uno bellissimo a Solari. Ha i colori dell'estate in questa città di mercati d'inverno. Andai con l'intenzione di perdermi e in qualche modo ci riuscii.
Pioveva, perciò i pattinatori erano meno del solito, e il rischio di scippi ridotto. La gente si muoveva più rilassata, senza sobbalzare ad ogni rumore di ruote.
Njanga era al suo posto, davanti a Tikkunmarkt. Brillava come un neon, con la faccia da negro albino sollevata verso il cielo gonfio di pioggia. -Cosa mangi, José?- mi chiese. -Oggi offro io.
Njanga capisce sempre di che umore sono e cucina piatti magici africani nella speranza di regalarmi un po' del calore del deserto, che lui stesso non ha mai visto. -Non ho fame.- Mi sedetti su uno dei bidoni disposti in una fila ordinata davanti al bancone e tirai fuori una sigaretta di tasca. Sempre la stessa, che non accendevo mai: nessuno fuma se ha un impianto di poco prezzo al posto dei polmoni.
-Non fumi più, José. Te lo ricordi?
-Ho cambiato idea. Dammi da mangiare. Fammi felice.
Njanga si gira verso i frigoriferi scrostati dove tiene i suoi ingredienti segreti e io gli osservo la schiena, paludata dentro un camice così simile a quello del mio medico, solo un po' più sporco.
E penso che stavolta la sigaretta la accendo. Tanto cos'ho da perdere?
Vivo a Milano. E' qui che sono nato e non potrei immaginarmi in nessun altro posto. Di mestiere, faccio il poliziotto. Commissario, per l'esattezza, che vuol dire uno stipendio ridicolo per esaminare cadaveri di varia natura e formulare ipotesi su come sono arrivati a diventare tali. Il mio è un mestiere di facciata, perché a nessuno gliene frega un accidente delle conclusioni cui arrivo io. Il potere vero sta da un'altra parte. Le faccende prive di peso le lasciano a me e io me le sbroglio da solo. Quelle importanti, me le tolgono di mano quando sto per arrivare da qualche parte. Com'è successo anni fa per l'imbroglio della MultiD: traffico di organi ad alto livello, collusioni prestigiose, legami politici. Mi hanno scippato tutto il plico per imboscarlo nelle alte sfere. -Sei troppo coinvolto: non puoi essere obiettivo- mi hanno detto.
E' per via della peste. Rododendrum Genericum. "Genericum" nel senso che non sanno come nasce, come si sviluppa e dove va. "Rodondendrum" perché ti rosica tutto, da dentro, finché di te rimane solo la pelle, e anche quella tutta cucita. Il nome di un fiore per consolarti del fatto che sei condannato a morte.
Ai tempi dellindagine sulla MultiD, ero già malato, e sapevo di essere a termine, perché non potevo permettermi impianti di buona qualità. Perciò i i miei padroni pensavano che incasinassi tutto reagendo in modo emotivo all'individuazione dei colpevoli di un traffico di organi. Almeno, così hanno detto. L'indagine non è mai stata conclusa. Nessuno scandalo per la MultiD, nessun premio per me. Intanto, io ho continuato a marcire.
Controllo la situazione tutti i giorni. Tengo sul frigo un disegno del mio corpo, organi interni e tutto. Dopo ogni impianto, aggiorno la mappa: questo sì, questo no, questo forse. Ho cambiato due volte i polmoni, una il fegato, tre la milza, e via così.
Il cuore no. Non ancora.
Dovrei cambiarlo, ma non posso perché ce ne vuole uno vero, e io non ho i soldi per permettermelo, né lo stomaco per strapparne uno a un barbone e precipitarmi dal mio dottore a proporgli un trapianto abusivo. Lui lo farebbe, lo so. Sono il suo paziente preferito.
Non me n'è mai fregato niente di morire, prima di adesso. Non sono abituato a essere felice e devo dire che questo mi complica la vita non poco.
Fino a poco tempo fa, l'unica cosa che si avvicinava vagamente alla soddisfazione, oltre a una bella scopata senza limiti di tempo, era il piacere di un piatto africano preparato da Njanga. La volta che ci andai dopo il dottore, per esempio, rimasi per un bel pezzo a guardarlo mentre mescolava tesori che non sapevo neanche che esistessero.
-E quello cos'è?
-Semolino, José. Sintetico, ma non male.
-Pomodori!
Njanga agita una mano chiazzata nell'aria e afferra uno staccio appeso alla sbarra sopra il bancone per nascondere la meraviglia rossa e rotonda che ha tirato fuori da uno dei frigoriferi: -Shhh. Vuoi farci arrestare?
Scoprii i denti: una fila di metalli assortiti organicocompatibili, scelti a risparmio. -Sono io la polizia.
-Se non mi arresti ti preparo il taboulhe. Da leccarsi i baffi.- Tirò fuori una lingua rosa e se la passò sulle labbra gonfie e umide. Poi si mise ad affettare verdure sintetiche, del tutto legali. Infine, spezie.
Quando mi piazzò davanti la ciotola, non ebbi neanche il tempo di fargli i complimenti: aveva il colore caldo e brunito di una bella donna con un vestito a fantasia. Sul rosso.
Njanga non seppe mai cos'avevo pensato e io non riuscii ad abbinare un sapore a quello che vedevo. Il casino arrivò forte e chiaro da Tikkunmarkt e io mollai tutto lì. Dovere professionale. Non ho mai avuto il minimo dubbio su quando sia il momento di intervenire. Il problema, per me, è capire quando devo lasciar perdere. Quello non lo capisco mai.
Tikkunmarkt è un luogo della memoria. Libri di carta sopra, ospizio per barboni sotto. Il negozio e il ricovero hanno entrate diverse e una volta i due piani erano entrambi di libreria. Però poi gli spazi per i miserabili sono diventati pochi e quelli per i libri sovrabbondanti. Perciò i barboni si sono istallati nel sotterraneo, stipulando un tacito patto di non belligeranza col proprietario della libreria sopra.
Il patto era stato appena infranto.
Non riuscii a capire subito cos'era esploso. Forse uno dei fornelli che usavano per farsi da mangiare, o un bidone con avanzi di combustibile. In ogni caso, era irrilevante. Lo diventò all'istante appena la vidi.
Era accucciata sopra un barbone. Gli stava a cavalcioni sul petto e gli aveva aperto la camicia. In una mano, sollevata in aria, impugnava un attrezzo luccicante. Un bisturi.
C'era fumo fitto e nero dappertutto. Mi lacrimavano gli occhi e mi stava venendo da vomitare. Eppure, anche così non riuscii ad evitare di pensare al piatto africano di Njanga: una bella donna brunita vestita di una fantasia sul rosso.
Taboulhe.
Non so come si chiami davvero. Mai saputo. Lei è sempre stata Taboulhe. Anche adesso, mentre la guardo muoversi in casa mia, non riesco a pensare a nessun altro nome che le si addica.
Taboulhe.
Un sapore che non conosco ma che comunque porterò con me.
La prima volta che è entrata qui è stata dopo l'attentato. Non so dire se fosse spaventata e sicuramente non mostrò alcuna gratitudine per non essere stata consegnata ai Guardiani, i cani sintetici dei padroni veri, che si scaraventarono a Tikkunmarkt appena seppero quello che era successo. Siccome nessuno aveva visto niente, imboscai il bisturi di Taboulhe e mentii. Dissi che l'attentatore era scappato prima che riuscissi a fermarlo, e loro mi credettero. Ne fornii una descrizione precisa, che coincideva perfettamente con il dottor Frankenstein che avevo visto nel film. I Guardiani sono la tecnologia più perfezionata del terzo millennio, ma non hanno memoria dei vecchi film, perciò non scoprirono il bluff. Si limitarono a guardarmi con disprezzo, considerando sconsolati la mia profonda imperfezione umana.
Per tutta la durata della conversazione, Taboulhe rimase posteggiata alle mie spalle, con un'aria indifferente, i capelli neri appiccicati alla fronte e il vestito rosso lacerato sul davanti. Quando finii di mentire ai Guardiani, uno dei due guardò la mia nuova amica come si considera un pezzo di carne.
-Chi è?
-Una mia amica. Stavamo mangiando insieme quando…
-Si chiama?
-Taboulhe. Taboulhe Njanga.
Il Guardiano fece un sorriso da copertina, tutto denti bianchi e perfezione tecnologica. -E' bella per voi?- chiese incuriosito.
Voi. Non riusciranno mai a essere umani. Lo sanno. Perciò ci guardano come fossimo animali da zoo: incuriositi dal nostro comportamento, dal cibo che ingeriamo, dai nostri vestiti e dalle regole dell'accoppiamento.
Feci di sì con la testa, esibendomi in quella che speravo fosse un'espressione da porco. Non ho molta pratica in materia, perciò potevo solo augurarmi che fosse convincente.
Più tardi, svelai questa mia perplessità a Taboulhe. -E' genetico- commentò lei, scrutandomi con occhi neri perfettamente naturali e fondi da non credere. -Gli uomini ci riescono sempre al primo colpo a fare l'espressione da porco.
Eravamo a casa mia. Lei stava in piedi nel centro esatto dell'unica stanza e si guardava intorno. Era l'unica cosa rossa in tutto il locale. Cioè, non una cosa. Una donna viva, indifferente, ingrata e non molto interessata a me. Per quanto potevo capire, almeno.
Perlustrò la stanza con lo sguardo, si fermò sul frigo e poi si avvicinò. Il disegno sullo sportello era tutto pasticciato. Sembrava la mappa di un paese in via di colonizzazione. Un paese a forma di essere umano. -Sei malato?- chiese, senza interesse.
-Già. L'appartamento verrà libero presto.
Lei mi guardò, sempre senza emozione. -Allora mi conviene restare.
Inspiegabilmente contento di essere maltrattato, presi coraggio. -Sarà meglio presentarsi. Mi chiamo José. Tu?
Lei mi fissò dritto negli occhi. -Taboulhe. Taboulhe Njanga.
Poi si tolse il vestito e si infilò nel bagno. E si fece una doccia.
Una settimana dopo era ancora lì, e non era mai uscita di casa. A dire la verità, ero uscito poco anch'io. Era straordinario quanto fossero poche e irrilevanti le cose che ci eravamo detti. Per lo più bugie, da parte sua. Adesso lo so. Per lo più verità, dalla mia, ma verità che comunque avrebbe potuto scoprire chiunque.
Stavamo lì, insieme, in silenzio. E facevamo l'amore.
Dal mio punto di vista, era l'aspetto sostanziale della convivenza. Se glielo avessi detto, Taboulhe avrebbe commentato di sicuro: -Non c'è da stupirsi, da quel porco che sei.- Perciò non le dissi mai nulla. Mi limitai a godermi questa cosa come un regalo alla fine della vita. E siccome mi sembrava che in tutta questa cosa lei ci mettesse anche il cuore, mi guardai bene dal chiederle una conferma che lei non mi avrebbe mai dato a parole. Mi tenni Taboulhe e le sue menzogne. E questa cosa strana che mi piaceva e lusingava chiamare amore.
Non so spiegare quello che provai quando l'ottavo giorno, tornando a casa, non la trovai. Quello che posso dire è che per i due giorni successivi battei Milano in ogni angolo, anche di notte, da Rogoredo alla Spiga, dalla Città Bombardata a Solari. Tornai da Njanga la sera del secondo giorno di ricerche, a farmi consolare, e mentre lui mi preparava la sua medicina, Taboulhe ricomparve.
-Questo è mio padre?- chiese, indicando il negro albino e poi l'insegna sul bancone: NJANGA. Poi si rivolse al mio amico e lo salutò.
-Abari.
-Abari sana- rispose lui. E si rimise a preparare il gran miscuglio.
Taboulhe mi baciò e Njianga sorrise. Sapeva di birra e di antisettico. Ma sopratutto c'era l'odore della sua pelle. L'avevo sognato così a lungo che sentii solo quello.
Nei due mesi successivi, Taboulhe continuò a vivere a casa mia. Sparì altre due volte, lei e il suo bisturi lucente. La seconda volta, feci una cosa che non avrei mai dovuto fare: la seguii.
Così scoprii tutto, compresa la ragione degli incubi che la svegliavano a notti alterne, e la spaventavano a morte. Ancora oggi, credo che lei si sia accorta di essere seguita. Penso che per qualche motivo avesse voglia di essere scoperta. Da me. Non mi amava, perciò non credo che l'abbia fatto per rendermi partecipe dei suoi segreti. Forse si è trattato solo di stanchezza, desiderio di arrivare a scrivere la parola fine sotto la sua storia.
Così mi permise di seguirla, mi concesse l'illusione di essere veloce e silenzioso alle sue spalle, mentre si muoveva veloce per le strade che portavano alla Stazione Centrale. C'era un ricovero per barboni, lì vicino. Lei si appostò vicino all'uscita e aspettò. Sotto la pioggia. Il vestito rosso sembrava una macchia di sangue contro l'asfalto. Il resto di lei potevo solo immaginarlo.
Ero stanco e mi appisolai, seduto su uno scalino a qualche metro da lei. Così mi svegliò l'urlo. Breve, subito soffocato. E quando aprii gli occhi la vidi nella posizione esatta in cui l'avevo conosciuta: a cavalcioni sopra un barbone, col bisturi sollevato.
Non la fermai. Rimasi ipnotizzato a fissare la lama, il corpo del vecchio, le mani di Taboulhe che frugavano nell'incisione, il traffico per depositare qualcosa nel contenitore biologico. Tutto fu fatto in pochi minuti. Quando Taboulhe si alzò, guardò verso di me con quella sua aria di sfida, e disse: -Non vuoi vivere per sempre?
Ero abbastanza vicino da sentirla. Potevo fermarla. Arrestarla. Consegnarla ai miei padroni.
Non feci niente di tutto questo.
La guardai sparire e poi tornai a casa. La aspettai per due giorni e quando tornò feci finta di niente. Quando lei ebbe uno dei suoi incubi la consolai. Quando mi consigliò di fare come lei per salvarmi la vita, le risposi che la mia vita ce l'avevo già. Ed era migliore di quanto avessi mai osato sperare. Punto.
Per conto mio, non aspiravo a rubare organi per farmeli trapiantare al posto di quelli marciti. Lei replicò che erano fatti miei, ma che se volevo, prima o poi avrebbe rubato un cuore per me.
La vita è una cosa strana. Che tu lo voglia o no, ti resta attaccata addosso fino al momento in cui decide lei di andarsene. Taboulhe non aveva un particolare desiderio di vivere per sempre, però non sopportava l'idea di morire. Da imbecille, cioè: solo perché non aveva i soldi per curarsi. Perciò rubava quello che le serviva per procurarsi un altro pezzo di vita. Ieri sera, prima di vederla sparire di nuovo, le ho chiesto che cosa le mancava ancora per essere rimessa a nuovo: secondo i miei calcoli, doveva essere a posto.
Lei mi ha fatto un sorriso, il primo da quando ci conosciamo. -Sono sana, infatti.
-Allora?
-Ti serve un cuore nuovo, no? Vado a rubarlo per te.
-Perché?- le ho chiesto, sinceramente stupito.
-Non vuoi vivere per sempre?- mi ha risposto lei. Poi se n'è andata, lasciandosi alle spalle una scia rossa e brunita.
Non so se tornerà. In fondo, perché dovrebbe farlo? E per conto mio, ho avuto tutto quello che volevo dalla vita, e anche di più. La cosa buffa è che adesso, davvero, non mi dispiacerebbe vivere per sempre. Ed è un bel casino.
Oggi ospito un racconto di Barbara Garlaschelli.
Gran donna, scrittrice e amica.
Il suo blog http://barbara-garlaschelli.splinder.com/

UNDICI
Poi, alla fine, come un vecchio amico, arrivava il sonno e con lui, i sogni. La maggior parte, quando il giorno si infila nella stanza, non li rammento. Spalanco gli occhi e il sogno è ancora lì; so che se facessi uno sforzo infinitesimale riuscirei ad agguantarlo. Ma lascio trascorrere l’istante e il sogno scompare al di là della china della coscienza, come uno sconosciuto che vedi svoltare l’angolo, di spalle. Di lui non ti rimarrà alcun ricordo, proprio come di quel sogno. Forse ci liberiamo dei sogni – o li riponiamo in qualche cassetto segreto – perché il terreno su cui è costruita la realtà non ne reggerebbe il peso. Capita che persino gli incubi siano migliori della realtà che ci circonda. O forse lo credo perché dai sogni, fuggo. Uno, però, continua ad affacciarsi alla mia memoria e non riesco a cancellarlo. Nel sogno sono in giardino, nella mia casa in campagna. L’aria è tiepida e nel cielo non c’è una sola nuvola. In mezzo al giardino è posata una bara di mogano. Nella bara c’è Stefano, un vecchio amico morto molti anni fa. Nel sogno, è disteso nella bara e coperto da un sottilissimo sudario nero, e mi parla. Ha una voce calma, serena. Mi dice che sta bene e chiede notizie di me, dei miei genitori. Continua a ripetermi che sta bene E tu, domanda, tu, come stai? Io sono sopraffatto dalla gioia di sentirlo parlare e dallo sgomento di saperlo morto. Vorrei rispondergli e fargli domande e, soprattutto, vorrei che non smettesse di raccontare perché so con assoluta, straziante certezza che quando smetterà di parlare sarà morto per sempre. Ma la mia bocca è muta. Qualcuno ha fatto un nodo alle mie corde vocali e Stefano se ne andrà e io non posso fare altro che ascoltare la sua voce tranquilla che mi ripete che sta bene, che va tutto bene e mi domanda, E tu? Tu come stai? Ma non posso rispondergli. Né ora né mai.
DODICI
Né ora né mai. Non mi alzerò. Il mio letto è il mio guscio. Io sono una lumaca. La perla di un'ostrica. Una nocciola. Resterò qui sino alla fine dei giorni. Non solo dei miei. No. Di tutti i giorni del tempo. Fuori il mondo cammina o corre o salta o si addormenta o piange. Qui dentro, nel mio guscio, il mondo non può entrare. Mia madre mi ripete Alzati, ci stai facendo le radici su quel materasso. Brava, persino lei ci è arrivata. Lei, così ottusa. Lei che ride quando guarda la televisione e parla allo schermo, come se quelli lì dentro potessero risponderle. Con me non parla, invece. Ma nemmeno io le parlo. Però questa storia delle radici è vera. A volte mi pare proprio di sentirle che crescono sotto le mie dita, si infilano nel materasso e s'intrecciano l'una con l'altra, come capita a quelle della betulla che abbiamo in giardino. Radici profonde, che penetrano la terra. E' da quindici anni che non esco da casa. E da sei mesi che non esco dal letto. E' stata una dura conquista. La tentazione di uscire è sempre forte. Il mondo ha una voce così insinuante. E chiama. Chiama. Chiama. Ho continuato ad accorciare le distanze. Prima arrivavo sino al salotto. Quaranta passi. Poi ho cominciato a fermarmi prima, all'altezza della camera da letto di mia madre. Trentadue passi. Poi in bagno. Venti passi. Poi sono riuscita a fermarmi sulla soglia della mia stanza. Il mondo chiamava ma io mi tappavo le orecchie. Otto passi. Dal mio letto alla porta, otto passi. Mi sono ritirata come la marea e, alla fine, ci sono riuscita. Nessun passo. Immobile. Nel mio guscio. Protetta. Il mondo chiama, mia madre parla rivolta al televisore e io sono qui, distesa. Ferma. Il prossimo obiettivo sarà non aprire più gli occhi. Cancellare tutto.
TREDICI
Cancellare tutto. Gli sbagli, il passato. Lo dicono tutti, vero? Sì, qui dentro lo ripetono in continuazione. Mentre parlava, sorrideva. Il suo sorriso mi è rimasto impresso nella mente. Siamo stati nella stessa cella per due anni, io accusato di furto con scasso, lui di truffa. Un’intesa perfetta. Io non tacevo mai, lui era un buon ascoltatore. Trascorreva molte ore in piedi accanto alla finestra della cella guardando fuori. Non parlava quasi mai di sé. Sapevo solo che aveva una figlia di dieci anni che non vedeva da quando era entrato in carcere. Aveva chiesto alla moglie di non portarla lì dentro. Alla fine, non era venuta più nemmeno lei. Ti verrò a trovare io ogni giovedì, quando uscirò, gli dissi un giorno, ridendo. Dalla sua faccia scomparve il sorriso. No. Non aggiunse altro. Rimasi talmente sconcertato da non riuscire a replicare. Non tornai più sull’argomento. Più passava il tempo, più mi rendevo conto di quanto fosse forte il mio legame con lui. Credo sia stata la persona che più di ogni altra si è avvicinata alla mia anima. Le mie parole sgocciolavano nel suo silenzio, e lì restavano, tutte quante, protette. Uscii una mattina di settembre. A lui restavano da scontare ancora alcuni mesi. Ci stringemmo la mano. Per la prima volta non dissi una parola. Lui mi sorrise in quel suo modo divertito e io me ne andai. Da allora, tutti i giovedì pomeriggio, vengo in questo bar. Dal tavolino dove mi accomodo posso vedere il muro di cinta della prigione. Sono qui e lo aspetto.
roma che hai bisogno di star da sola
roma che ti accontenta
roma che forse sono pazza
roma che ti senti un puzzle scomposta in mille coriandoli
roma che questo periodo non finisce più
roma che ti presenta il conto
roma che non sai più chi sei
la roma che non ti basta
roma che piangi tra la folla
roma che ti racconta mentre piangi
roma che ti guarda, che ti fa guardare dentro
roma che ti tocchi il fegato con le mani
la roma delle pizzerie
roma e il bisogno di un abbraccio
roma e l'abbraccio che non c'è stato
la roma svampita
quella delle raccomandazioni
roma senza cartelli sforacchiati
roma che te pare tanto un campo da golf
roma coi suoi figli di puttana, roma che devi dimenticare
roma che avoja a essere libera di mente
roma che tu c'hai le palle
roma che toglie e non rende
roma che conti poco e niente
la roma dei portieri
quella dei ritardi
roma e quella lumaca che ti passeggia sul cuore
roma che ti manca un padre
la roma dei preti
roma che devi rinascere
roma e quanto sei bona
roma e com'è bello andare al cinema a roma
roma e i no che hanno un prezzo
roma gran signora e puttanona
roma e l'ipocrisia
roma tanto la vita è mia
roma e la ragazza che passeggia sulla tuscolana
roma e la beck's a un euro e venti
roma e la cassa da zero venti
roma che ti voglio nuda semplicemente
roma che ti sentivi diversa perché credevi esistessero persone normali
roma e la filosofia del chi cazzo se ne frega
roma che sei ancora in minoranza ma ti senti ancora lucida, più audace e creativa
roma contro il razzismo sessuale
roma razzista
roma che ti disorienta, che sei una speranza
roma che ti saluta quando inizi a osare
roma quella bella, degli archi antichi, degli obelischi
roma coi Musicisti
roma le mura e le porte chiuse
roma il vino e le fraschette
roma il vomito e le bollette
roma che non sei a roma, sei ovunque
roma che un giorno farai ammutolire
roma che se stringi i denti
roma senza vittimismo
roma e l'aperitivo in piazza di spagna
roma e il tramonto a campo dei fiori
roma e l'eur che ti presenta
roma e il suono elettrico del tuo cuore in assalto
roma che non è la tua ultima bandiera
roma e le mancate verità
roma e il silenzio
roma e il mare che non c'è
roma e la tempesta dentro
roma fascista
roma e i supplì
roma eterna
roma caput mundi
roma e piazza venezia
roma che non c'è una lira
roma dei maritozzi con la panna
la roma della magliana
la roma che dubita dei tuoi sogni
roma e non mi rompere più i cojoni
roma e l'aver pensato che fosse giusto smettere di credere nell'impossibile
roma capitale
la roma dei casini
la roma dei gatti
roma e i suoi uomini, mezzi maghi, eterni bambini
roma e i sogni bruciati
roma e lo sdegno
roma e le idee che te le sbattono dentro