UN CONTINUO DECERVELLAMENTO DI STILE

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Ladypazz e il suo Continuo Decervellamento di Stile. Blogger nell'anima, scrittrice famosa nella prossima vita, lettrice attenta, sceneggiatrice e regista di video e booktrailer. Amante del genere noir e non solo, crea fusioni tra libri e immagini e realizza la "Quinta di copertina"

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giovedì, 19 novembre 2009

Alessandro Cascio 

è un trentenne scrittore Trash e Pulp e si trova su Google.

Baratterebbe anche sua madre per vendere il suo nuovo libro.





Oggi questo blog ospita un suo racconto.
Fidatevi, scopritelo, leggetelo. E' uno  che ha stile e tecnica. La sua è  una scrittura veloce, originale e al tempo stesso spregiudicata e libera.



La mia generazione.
di Alessandro Cascio

La mia generazione era appena andata a fuoco, l'avevo bruciata sperando che la cenere generata avrebbe fatto almeno da concime alla terra.
Tanta di quella musica che non avrebbe potuto mai ascoltarla tutta, tante di quelle parole che non avrebbe potuto mai leggerle tutte, tante di quelle immagini che non sarebbe mai stata in grado di guardarle tutte.
La mia generazione era alle mie spalle, scoppiettante mentre mi allontanavo da lei. Il fumo provocato era più delle fiamme che l'attorniavano, accompagnata, come suo solito, da sirene e dissennate grida.
Avevo con me un sassolino nella scarpa ed un borsone in pelle marrone poco pesante, una cuffia e il cd con la voce di lei a cantarmi nelle orecchie alla Hall of Fame di Leicester.
Ma nonostante dessi l'impressione di aver perso tutto, avevo appena realizzato di avere acquistato, invece, ciò che da tempo noi ragazzi avevamo smesso di cercare, ciò che a noi tutti serviva: il nulla.
"Di che parla la tua canzone?" le chiesi.
"Di un contadino e un Re".
Mangiavo cereali incrostati di frutta secca e viscosa che otturava le naturali scavature dei denti dandomi la piacevole sensazione di insensibilità durante lo scontro tra un molare e l'altro. Torpidi sbattimenti di dentiera si alternavano ad un: "Che contadino? Che Re?"
Il naso di lei sniffava nitroglicerina, deflagrante esplosivo per la testa: cocaina a strisce finissime e così poco alte che il vento non avrebbe trovato alcun appiglio per spazzarle via, ci fosse stato.
La testa scrollata, la mucosa bruciata: "Un giorno un povero contadino lottò per il suo popolo contro un Re distratto che si scordò del pane ai sudditi e dell'acqua ai somari per inseguire i sogni di un reame smisurato, ottenne appoggi e gloria, vincite su vincite, cariche ed onori e in fine l'Impero, diventando Re".
Le gengive non reggevano il contraccolpo dei miei denti a prova d'urto e si infiammavano sanguinando rosse striature ai bordi dei canini: "Che Re?"
"Un Re distratto, che si scordò del pane ai sudditi e dell'acqua ai somari per inseguire i sogni di un reame smisurato, ma un giorno…"
Spolverai il tavolo con un tiro che mi assopì il naso e mise in tensione la mia fronte aggrovigliandola in piccoli rotoli di pelle aggrottata: "… un povero contadino lottò per il suo popolo…"
"Già" rispose lei.
La mia generazione scriveva d'amori persi in diari aperti al mondo, con artificio e vittimismo, attorniando le parole di lucenti stelline, glitter e tristi smile giallastri e incongruenti, ma le loro parole e le loro espressioni non differivano, e la disperazione perdeva singolarità rendendola piatta, come se lo stesso giovane combattuto e dannato avesse girato il mondo facendo soffrire allo stesso modo ogni amante che scriveva in quei diari.
La mia generazione era un passo dietro alla scarpata, ma la sua fortuna stava nel fatto che s'era fermata e aveva smesso di camminare. Per questo, il fumo che avevo dietro imbrattava i muri, ma non loro, non me, che sembravo assuefatto al biossido di carbonio, come alle droghe leggere e avevo imparato a fare a meno dell'ossigeno.
Feci due passi ancora, mille miglia verso il punto di partenza, che non avrei trovato, ma che non mi sarei stancato mai di cercare.
Trovare equivale a morire. Cercare è l'unica vita che io abbia mai conosciuto.
E allora via da lì, via da quella casa ereditata dai miei per cui non avevo lottato, via dal perché delle guerre e dai "troviamo un accordo politico", via da giardini troppo uguali ad ogni giardino del mondo: la mia casa ero io, in quel momento, l'unica casa che conoscessi eccetto la piccola Maria.
Mi avvicinai all'imponente Chiesa di Santa Lucia. Stavo dietro le sbarre che separano il mondo dei bambini da quello degli adulti, le sbarre più imponenti del mondo, verdi e apparentemente fragili, ma pronti a ricoprirsi di ruggine e spine rampicanti alle prime piogge. I bambini giocavano nel parco ed io cercavo di scovare mia sorella tra tante possibili piccole sorelle che cantano e giocano.
Un ritornello, come un ticchettio martellante di un orologio donava sorrisi a chi, di quella filastrocca, ne era incosciente. Piccoli bimbi miei, sarà la vostra terra che cadrà in quel: giro giro tondo, quant'è bello il mondo, casca la Terra, tutti giù per terra...
Tutti.
Giù.
Per terra.

Un pazzo un giorno compose una filastrocca e la mise i bocca al figlio, poi gli disse di diffonderla, e come il morbillo quella si diffuse, ma come la peste non andò via.
Ridendo strozzavano le loro ugole e davano sazio alle loro risa.
Piccoli bimbi miei, la gente grande non lotta perché questa filastrocca finisca, ma paga le tasse, lavora e piange da sola, mandando a quel paese i pedoni quando è in auto e le auto quando è pedone.
Non cantate più questa filastrocca, piccoli bimbi miei, che un giorno, conoscendone il significato, le vostre risa diventeranno pianto. "Ciao Babbuccia mia", dissi, "sono venuto per salutarti."
Maria era lì con un grembiule blu e quel nastro bianco che copriva i colori dei vestiti che Francesca aveva scelto per lei quella mattina e che lei aveva scelto per se stessa in qualche negozio della città.
Mi allunga una mano: "Allora vai via, fratellone?" mi disse, e in quel frangente lei sembrò l'adulto ed io un piagnucolante poppante. Non è vero quello che dicono dei bambini, loro non sono come noi gli imponiamo di recitare nei film, loro non piangono per chi va via, piangono solo per chi li abbandona.
"Sai che tornerò presto, piccola mia, lo sai, non è così?"
"Sì" abbassò la testa, certa di non potermi mai perdere, "lo so."
E stetti in silenzio aspettando che lei dicesse l'ultima parola.
Maria viveva con Francesca e Filippo, due amici che s'erano presi cura di lei da sempre. Francesca adesso stava male, aveva qualcosa alle ovaie, qualcosa di grave e che le impediva di avere bambini. Così, Maria per loro era diventata una figlia, ed io potevo esserle fratello senza rischiare di dover essere anche un padre, un pessimo padre. Preferivo essere un buon fratello. Le volevo così bene che non c'era stato altro che amore per lei nella mia vita o forse, lei era una scusa per non dovermi impegnare, lei non mi avrebbe mai lasciato.
"E adesso dammi un bacio Babbuccia" e me lo diede tra le sbarre proprio mentre la maestra cominciò ad urlare come un motorino snervante in giro per la città. L'avrebbe rimproverata di lì a poco per aver parlato con uno sconosciuto, ma lei avrebbe preso il rimprovero mantenendo il segreto d'aver incontrato il fratello sbandato.
"Adesso vado" mi disse, matura com'era a soli otto anni.
"No, aspetta" risposi io… e ne avevo quindici in più. Le diedi la mia collana, gliela misi in tasca e andai via: "Tornerò presto amore mio."
In casa del vecchio Popper, l'aria sa di gelsomini piantati in giardino che la moglie Matilde raccoglie e mescola in acqua ed alcool a fuoco lento per crearne l'essenze di cui è riempita. Sa di famiglia felice, di Whisky e di vecchiaia, di malattia e di ricordi nelle foto a colori sbiadite dal tempo. Sa di torta alle mandorle e di pere lesse. Sa di vita lenta e di maniacalità del senso dell'ordine ch'è spesso disordine nella mente di chi lo mantiene.
"Cosa vuoi farne figliolo?", mi chiede Popper scendendo in cantina e porgendomi i fusti da due litri con la scritta Oil sbiadita dal tempo, nemico dei colori come l'autunno.
"Voglio riempirli di benzina e dare fuoco a casa dei miei. Poi dar fuoco alla mia scuola, al comune e alla villa, all'antenna TV, ai centri sociali, agli asili, a tutto il paese… e poi andar via".
Popper è chino su un fusto e balbetta suoni privi di senso per chi non sa sentirli. Una E, una A, e chissà cosa ancora, che stanno cercando di trovare il posto giusto in una frase che prima o poi uscirà da quella vecchia bocca tremante. Io aspetto. Poi sorrido per aiutarlo.
"Brutto mascalzone, per poco non ti avevo creduto con quel viso serio" e sorrise anche lui, anche se il suo sorriso non era bello come il mio, come quello disimpegnato e alcolico della mia generazione. I sorrisi di Popper, nelle foto in bianco e nero, non avevano altri termini oltre a "spensierato". Eppure nei cieli volavano aerei carichi di bombe ed arcaici supereroi in calzamaglia che li aiutavano a credere in loro stessi ma a non scordare le proprie debolezze.
"Ciao vecchio mio"
"Ciao figlio mio"
Legai un fusto all'altro e aspettai Martina all'incrocio di Via Lenin. Arrivò col furgone, strafatta, trascinandosi dietro un gatto investito e penzolante dalla marmitta e un mucchio di ricordi.
Lei che canta da piccola e gli applausi dei genitori. Lei al primo saggio. Lei al concerto del paese. Lei con in bocca il sapore di un pene sudicio in erezione in uno studio televisivo, unta di sperma e di sete di successo. Lei in TV, lei alla Hall of Fame di Leicester. Lei nella camera di un amante, pezzo grosso, ubriaco. Lei in strada con i suoi cd ed un occhio nero. Lei che pensa se stessa pensare che i sogni non esistono più.
La mia generazione brucia dietro me con i suoi giornali di lotta politica al centro di discussione e stampa "Falcone-Borsellino". La mia generazione scoppietta con i fili elettrici dell'antenna TV. E' maestoso fuoco fumante, cenere imbrattante, porte smaltate e incandescenti al centro "Guerra alla guerra". La mia generazione è senza casa, senza scuola, senza baretto, adesso.
Dalla collina dei meriggi alcolici, un tempo Collina Cesarò, possiamo vedere le stelle, possiamo vedere conigli farfalle notturne e lucciole, ma non ci frega nulla. Che cadessero gli astri, si estinguessero gli animali tutti, bruciassero le farfalle a contatto col culo delle lucciole.
La città brucia, e con essa, una parte della mia generazione.
"Me la canti la canzone del Re e del contadino?"
"Aspetta che finisca di piangere, almeno"
Ed io aspetto. Non ho nient'altro da fare fino a domattina.


Touch and Splat è il nuovo libro  di Alessandro Cascio.

Potete trovarlo   qui:


http://www.libreriauniversitaria.it/touch-and-splat-cascio-alessandro/libro/9788890357213





postato da: ladypazz2 alle ore 13:40 | link | commenti (6)
categorie: racconto, scrittura, alessandro cascio
lunedì, 16 novembre 2009

Roma

Foto e testo di Cristiano Tinazzi.
Giornalista professionista freelance, saggista, autore televisivo, direttore del bimestrale " Altri ".


Dio quanto mi stanchi Roma, fatta di vortici di foglie secche, macchine in doppia fila e mulinelli d'acqua sporca sui tuoi due fiumi. Sceso sulle tue rive a guardare ingrossarsi il Tevere, ho cercato di carpire i segreti dei tuoi ponti, di disegnare immaginarie traiettorie in linea d'aria per capire la strada che mi portasse più vicino alla mia nuova casa.

E quanto non ti conosco, se non le vie intorno a San Saba, con le sue casette di mattoni rossi e i parchi spelacchiati e quella romanità de Roma, di gente di borgata in estinzione, che si ritrova al baretto lì vicino. Le finestre aperte e voci, colori, odori che si spandono tutto intorno. O per le vie del centro, dove c'è poco ma è pieno di tutto e dove i palazzi nobiliari, muti, distanti e ormai privi di vita si fanno guardare estaticamente. E le tue arterie sporche, indurite dallo smog e dalle bestemmie dei piloti che ti tagliano la pelle, segano le ossa. Ti mangiano e ti sputano, come un pezzo di carne dura e vecchia.

Ho percorsi stabiliti in te da traettorie volanti di cuore e lavoro. Mi sei così cara e allo stesso tempo distante. Eppure vorrei girarti in tutti i modi, conoscerti a fondo, prenderti e farti mia. Farti capire che, anche se non sono figlio del tuo sangue, non sono per te straniero .

La statua del Belli e le viette intorno a Trastevere. Ma non di sera, dove il formicaio umano le invade violentandole, rendendole un'improbabile movida di sfigati dal clacson facile e dagli occhi bovini puntati sulla figa di turno. Di mattina, quanto tutto è chiuso e le botteghe sono aperte. Quando gli anziani scendono dai palazzi a improbabili orari a parlare dal giornalaio o a prendere il caffè. Due chiacchiere al bar, rubate, ascoltate di nascosto, fatte mie.

Il Gianicolo. Passandoci con un piccolo autobus, rompendo il silenzio delle centinaia di figure immobili che lo popolano. Baffi e chiome di pietra. Colletti di marmo. Allora ti vedo dall'alto e cerco di trovare i miei pochi punti di riferimento. Palazzo per palazzo, immaginando finestre e corridoi. Ti cerco. E tu lì, che mi osservi a tua volta, come se le distanze si annullassero e fossimo solo io e te. Come se potessi vederti dentro casa, immersa nei tuoi pensieri e nei tuoi ragionamenti bislacchi, un po' da bambina e un po' da donna. Spesso incoerente con te stessa. Fragile come vetro. Tenera.

Mi dai fastidio a volte anche, Roma, per il troppo rumore, perchè sei sporca dentro, per i troppi volti sofferenti che lasci come vuoti a perdere nelle tue strade. Per i corpi a dormire sulle panchine nelle stazioni, per tutti quegli esseri che di notte ti scrutano con sorpresa, quasi increduli, pensando che l'indomani troveranno il realizzarsi di una speranza e poi l'indomani ancora e poi ancora, rimandando i sogni, le speranze e poi il nulla. Non ti sopporto Roma quando spurghi i sottopassaggi di una umanità sporca, lacera e disorientata. Quando togli il pane a chi ti lava un vetro per una questione di decoro.

Odio, amore, illusione, speranza, sogno, incubo, gioia e dolore. Tu sei tutto questo. E nonostante tutto ho imparato ad amarti, a volte con discrezione. Altre con foga. Spesso non ricambiato.
Comunque io sono qui.

postato da: ladypazz2 alle ore 17:42 | link | commenti (2)
categorie: blog
lunedì, 09 novembre 2009

 

Troppo tardi

di zop 


A stare sdraiati su un praticello sotto il sole, tra gli alberi, in primavera, certe volte dimentichi persino chi sei. Rimani lì a occhi chiusi. Abbandonato, come quando dormi. E ti sembra di essere niente.
Bello.

Ecco son qui spiaccicato nell’erbetta e non sono niente. Sono la natura. Mi annullo nel paesaggio. Devo dimenticare tutto. Il lavoro. Le preoccupazioni. Non voglio pensare a niente. Ma è difficile fare tabula rasa. I pensieri appaiono da soli anche se li scacci. Come il volto di quell’uomo che ho incrociato poco fa. Ci siamo scambiati uno sguardo insolito. Di quelli che comunicano qualcosa, anche se al momento non saprei dire cosa. Chissenefrega. Non m’importa.
Anche lui mi ha guardato in modo strano. Come se mi conoscesse. Come se nel volto, sotto la barba, nascondesse un nonsoché. Ma che importa? Adesso son qui, sdraiato nell’erba. Pancia all’aria. Immobile in ogni muscolo. A sentirmi niente. Che pace. Non devo pensare al lavoro. Un detective è sempre immerso nei propri crucci e non si lascia andare mai. Ti porti dietro in ogni momento le tue ossessioni. I tuoi sospetti. E non va bene. Tutti hanno bisogno di staccare, no? Quanto tempo è che non staccavi, detective? Quanto tempo è che non pensavi a niente? Non me lo ricordo più nemmeno io.
Che serenità.
Quell’uomo. Quell’uomo dallo sguardo torvo. L’ho già visto alla Bovisa, mi sa. L’anno scorso. Quando ho fatto arrestare la banda delle babyprostitute in schiavitù. Non aveva la barba allora, però. Ma perché continuare a pensarci? Sto troppo bene su questo prato. E’ come se non avessi il corpo. La gioia dell’atarassia. Non sentire nulla. Nemmeno i dolori. Nemmeno i rumori. L’ultimo rumore è stato quel boato. Quel suono che mi rimbomba ancora in testa come uno sparo. Subito prima di sdraiarmi qui nell’erba. Poi la sensazione di calore sulla testa. Un caldo umido e bagnato che cola lungo il collo. Inzuppa la camicia. Intorno a me vedo delle ombre. Si agitano. Si muovono come aliti di vento. Gridano. Non capisco cosa dicono. Ma non m’importa. Mi scuotono. Ma io tanto non mi muovo da questo prato. Non reagisco. Come si chiamava quell’uomo? Georgi mi pare. Certo. Georgi. Quello che sbraitava che me l’avrebbe fatta pagare. Adesso capisco. Mi sembra di sentire un suono di sirene. L’ambulanza mi sta portando via. Questo è l’ultimo caso di omicidio che risolvo. Troppo tardi.

http://zop.splinder.com/



postato da: ladypazz2 alle ore 14:07 | link | commenti (2)
categorie: racconti, zop
domenica, 01 novembre 2009

il mio autunno


postato da: ladypazz2 alle ore 19:13 | link | commenti (5)
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