Ladypazz2
Foto e testo di Cristiano Tinazzi. 

DAVVERO. NEL SOGNO
di Barbara Garlaschelli e Ladypazz
Milano incanta come fosse una luce forte.
Milano sembra che debba morire da un momento all’altro soffocata nel cemento.
Ma rinasce sempre, e rinasce cattiva.
Milano la invadono, la sfregiano, la fanno a pezzi.
E ogni volta che si riveste è sempre più nuda.
Milano è il Purgatorio. Senza Paradiso né Inferno.
Milano, Via Fabio Filzi, ore 21:35
- E’ pronta la cena!
Pollo allo spiedo con contorno di patatine fritte e insalata
Non lo so quand’è che ho iniziato a provare disgusto per mia moglie. Da quando l’ho tradita, forse. Da allora, Teresa ha imparato a cucinare e a ingurgitare.
Oggi mi ritrovo nel letto una cicciona che puzza di lacca per capelli.
Mia figlia Virginia ha diciotto anni ed è sempre a dieta, ce l’ha con me perché sua madre è grassa e depressa.
Lei assaggia appena l’insalata e stasera mi sembra più bionda del solito.
Milano, Stazione Centrale, ore 21:35
- Gioigiò fuori di qua la vita è un mondo che non ci capisce… Loro non sanno il vero problema della questione. Loro cercano di entrare nelle nostre confidenze, perché noi siamo delle persone segrete, abbiamo dei tesori nascosti e loro lo sanno.
- Ma che cazzo stai dicendo Zippo? Ma perché non taci e non te ne vai da un’altra parte? E fa un freddo del pio. Domani me ne vado al dormitorio. Toh, bevi e non rompere più i coglioni.
- Il fatto è che loro ci tengono ad avere quel minimo di confidenza che tu gli dai. Loro ti rispettano perché sanno che abbiamo dei tesori nascosti, dentro di noi… Loro…
- Ma chi cazzo sono ‘sti loro?
-I giovani, quelli che tu vedi diversi perché non sei nel loro sistema sociale… Per esempio, se dovessi salutare queste persone, non è che loro mi dicono Vaffanculo o mi rispondono male. No: se ne stanno sulle loro e stanno timidi o mi dicono Ciao… Si vede che ci tengono perché noi siamo persone segrete, te l’ho detto…
- Senti, Zippo, vaffanculo te lo dico io. Dammi ‘sta bottiglia che me ne vado.
- Gioigiò…
- Cristo, vado giù nella metropolitana almeno non ti sento più…
- Gioigiò…
- Vaffanculo…
- No, dai Gioigiò, non lasciarmi solo stanotte.
Milano, Via Fabio Filzi, ore 23:30
Teresa si è addormentata sul divano, come sempre. Virginia sta guardando la registrazione del suo programma preferito.
- Ciao, io vado.
Non risponde.
- Virginia, mi senti? Papà sta andando.
Lei abbassa gli occhi e, annoiata, risponde: – Ciao. – Un ciao che è più simile a un vaffanculo.
Milano, Stazione Centrale, ore 23:30
-Ma cos’è, sono la tua balia? Guarda quei cazzo di marocchini. Ci hanno fregato il posto migliore. Dai, muoviti Zippo. Schiodiamo, andiamo giù ai mezzanini. Cristo si gela.
-Gioigiò, mi ha baciato oggi.
-Chi?
-Sara.
-Ma piantala che quella non ti si fila nemmeno per striscio.
-Ti dico che mi ha baciato.
-Davvero?
-Davvero. Davvero nel sogno.
-Te sei fuori.
-Io me la sposo quella, Gioigiò. E faremo dei figli e avremo una casa e un giardino. E un’altalena.
-Sì. E io avrò una Cadillac…
-Davvero?
-Dai, sbrigati. Mi si stanno gelando anche le palle.
Milano, Piazza Duca D’Aosta, ore 24:05
In strada io e Antonio stiamo facendo il giro notturno. Da due settimane con altri del quartiere abbiamo deciso di armarci e proteggerci da soli, visto che la polizia non fa un cazzo.
Sembra tutto normale. Ci sono le solite puttane e ci sono le macchine che fanno la fila.
- Che poi, Antonio, io non ci trovo niente di male nell’essere puttana. Anche se sei polacca, slava, albanese… le puttane sono puttane ovunque. Mia figlia però non è una puttana e tutti gli extracomunitari di merda che hanno fatto entrare in città se ne devono andare. Sono loro il vero problema del paese.
- Hai ragione. Ci fottono le figlie e il lavoro… Ieri ne hanno violentata un’altra, l’ho sentito al tg. Ancora non lo hanno preso lo stronzo, ma hanno detto che probabilmente è un albanese.
Milano, Stazione Centrale, ore 24:15
-Zippo, muovi il culo che quelli non mi piacciono.
-Secondo te mi sposa Sara?
-Sì, sì ti sposa, basta che ti muovi. Quelli guardano proprio noi… dai Zippo, cristo corri…
Milano, Stazione Centrale, ore 24:17
-Antonio, oh, guarda là… ma che cazzo succede?
Vedo due che corrono. Li riconosco: sono Giogiò e Zippo, tra i barboni più famosi della Centrale. Dietro di loro c’è un gruppo di ragazzi. Sono in otto, forse dieci, armati di bastoni. Raggiungono i due uomini. Ho i piedi inchiodati a terra. Antonio fissa davanti a sé con occhi sbarrati. I ragazzi inziano a colpire Giogiò e Zippo. Uno due dieci colpi e ancora ancora.
I due barboni sono a terra, cercano di proteggersi il volto.
-Cristo! Antonio li stanno ammazzando. .. Dobbiamo chiamare la polizia.
Lui tace.
-Antò’…
-Non so che farci. Non c’impicciamo.
-Ma la polizia…
-Sì, poi glielo spieghi tu che ci facciamo qui armati?
Lui si volta e si allontana. Lo seguo dopo pochi secondi. Quando siamo abbastanza lontani i gemiti di quei due non si sentono nemmeno più.
Oggi ospito un racconto di Carlo Sirotti.
Una gran bella penna.
Grazie Carlo.
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I FILI DEL DESTINO
L’intrecciarsi dei fili del destino comincia ad essere evidente, anche per un cieco, nel momento in cui la grossa moto di Melania va a sbattere contro la BMW di Alberigo, nuova fiammante, parcheggiata proprio in quella strada. Sola. Nel senso di unica vettura in tutta la via, per il resto deserta come sempre a quest’ora.E’ notte infatti. L’una e trentasette.
Gli uffici sono ormai deserti (tutti modernissimi uffici in quella via, che solo vent’anni prima ha visto la demolizione di tutte le costruzioni abitative salvo un rudere, oggi privo di qualsivoglia respiro se non quello di topi o altre bestie dotate di polmoni o branchie o quellochevvipare) e le poche finestre illuminate non stanno a significare necessariamente una presenza umana. Nelle aziende moderne si usa così: qualche stanza rimane con la luce accesa anche quando non c’è più nessuno. Forse si vuol far credere che in quell’ufficio c’è sempre qualcuno che lavora, anche a notte fonda, e che magari sta risolvendo, grazie al suo notturno sacrificio o alla noncuranza a quisquiglie tipo l’orario canonico, gravi problemi da cui dipendono le sorti dell’impresa, il posto di lavoro di chissaquanti colleghi, forsanche e vieppiù i dividendi degli azionisti o l’economia mondiale tutta.
Salvo che nella stanza del Direttore Generale. In quella qualcuno c’è realmente. Ma non il direttore, che in quel momento sarà a cena in dolce compagnia in un ristorante alla moda dove peraltro si mangia malissimo o forse la cena sarà già finita e i due si stanno già dedicando alle pratiche erotiche (lo si fa per digerire meglio), ma il nostro Alberigo che con concitazione scartabella tra le scartoffie abbandonate su quella scrivania. Cosa cerchi di preciso non si sa. Si sa che è tutto sudato, che ha il colletto slacciato, la cravatta allentata e il respiro affannoso nel momento in cui sente chiaramente il cozzo delle lamiere proprio sette piani sotto alla finestra che ha di fronte. Ma lui non ha bisogno di guardare.Nel silenzio di quella via a quell’ora della notte un cozzo è distintamente un cozzo.
Eccheccozzo.
Ad Alberigo non ci vuole molto a fare due più due (si è diplomato in ragioneria una quindicina di anni prima e per quanto i successivi studi di economia & commercio siano stati interrotti prima della laurea, la somma in questione non può che fare quattro come le ruote della sua BMW, pur se in questo caso in realtà farebbe sei, aggiungendovi le due della Yamaha di Melania), e si precipita giù per le scale (l’ascensore no, che se si dovesse fermare non c’è nessuno cui chiedere la manovra di salvataggio).
Melania è lì per strada, ancora accasciata dolorante e gemente, ma sta per slacciarsi il casco integrale per farne uscire la massa di riccioli neri che quotidianamente cura con femminile attenzione.
Il cieco anche è li, e pur non avendo visto il cozzo lo ha sentito forte, così come sente ora i gemiti di Melania e le urla di Alberigo che ha finalmente varcato il portone dell’ufficio imprecando. Sotto la luce ambrata di un lampione Melania tenta di alzarsi, ma non ce la fa.
- Piantala di guardare la tua cazzodimacchina e vieni ad aiutarmi, stronzo!
- Brutta troia, guarda cosa mi hai combinato, se non sai andare in moto che cazzo ci facevi a cavallo di quel cesso?
Cose di questo genere.
Il cieco dietro ai suoi occhiali scuri abbozza un sorriso.
Troia che impreca tanto male poi non sta, dice tra se e se. E a fior di labbra aggiunge: stronzo che dopo un incidente pensa per prima cosa ai danni della sua macchina un po’ se lo merita. E fa per andarsene.
- Senta mi aiuti lei per favore, che il mentecatto qui mi sembra strafatto e non si rende conto di una sega. Alberigo si è infatti inginocchiato dietro al cofano rincagnato dell’automobile e in quel momento sta piangendo.
Il vecchio (beh, vecchio poi…, avrà a malapena sessant’anni, ma ne dimostra in effetti qualcuno di più) mostra il bastone bianco e dice:
- Volentieri signorina, per quel che posso… E torna leggermente indietro, verso di lei.
Il cieco si avvicina a Melania e le tende il bastone. La ragazza fa per alzarsi ma non ci riesce e ripiomba a terra.
- Cazzo mi sono rotta qualcosa.
E’ in quel momento che irrompe sulla scena il direttore generale. Liberatosi da poco della troietta dopo aver appagato i sensi della fame, della carne e dell’amor proprio ha pensato di ripassare in ufficio a sistemare alcune cosette compromettenti e che forse non era il caso di lasciare lì, sulla scrivania. Alberigo, ancora chino a fianco delle vistose ammaccature sulla carrozzeria della BMW, come lo vede ha un sussulto e cerca di fare mente locale allo stato in cui ha lasciato la scrivania del suo capo nel momento in cui ha abbandonato tutto, richiamato dal cozzo.
Merda! Sicuramente in disordine. E le carte sono sempre lì, e sono carte che la dicono lunga sulle cazzate che ha combinato con i partner cinesi.
Il direttore vede la BMW, vede Alberigo, anche se tenta di nascondersi dietro alla macchina, vede Melania per terra non distante dalla Yamaha sfasciata, e vede il cieco che non sa come essere d’aiuto alla ragazza. Bel po’ di casino in quella strada che a quell’ora dovrebbe essere silenziosa e deserta.
- Sperti! Cazzo ci fa qui a quest’ora? Era proprio la frase che Alberigo non avrebbe voluto sentire e d’altronde è proprio la più probabile tra quelle che il direttore avrebbe potuto pronunciare in quel frangente. Ma lui no, non ha avuto neanche il tempo di prepararsi una risposta e così improvvisa:
- Ero in moto con la signorina e abbiamo avuto un incidente; chi è quel cazzone che ha parcheggiato questo cesso proprio qui, dietro la curva, che di notte non c’è mai nessuno?
Il direttore nota che di un casco di Alberigo non c’è nessuna traccia e che pertanto le cose non debbano essere andate proprio così. Melania d’altronde ha sentito tutto e sgrana i suoi occhi in faccia al cieco, che naturalmente non li vede.
- Si è fatto male?
- No, io non molto, ma la signorina probabilmente sì e stiamo chiamando un’ambulanza, dice, tirando fuori dalla giacca il cellulare peraltro spento.
- Bene, se non serve il mio aiuto mi tenga almeno informato, dice il direttore, e scompare dietro alla vetrata degli uffici.
Alberigo in quel momento vuole proprio andarsene da lì, il più in fretta possibile, e decide di caricare con l’aiuto del cieco la ragazza sull’automobile e cancellare rapidamente dalla sua vista quella scena e senza lasciarvi i suoi imbarazzanti testimoni. Melania sulle prime fa un po’ di resistenza, ma sia lei che il cieco comprendono che forse una capatina al pronto soccorso potrebbe essere la cosa più intelligente da farsi.
Melania è praticamente sdraiata sul sedile posteriore ed il vecchio si siede accanto al guidatore. La partenza è nervosa, con uno stridore di gomme sull’asfalto che sveglierebbe tutta la via, se qualcuno vi abitasse e vi dormisse. Ma come già detto lì non c’è nessuno, e nessuno può notarla.
- Chi era quello? Chiede Melania. Si sa, le donne non si fanno mai i cazzi loro.
- Non sono cazzi tuoi, risponde di conseguenza Alberigo.
- Perché gli hai detto che eri in moto con me? Insiste.
- …palle! Risponde (se questa è una risposta) continuando a guidare.
- Non volevi fargli sapere che la macchina era tua.
- Ma ti stai zitta?
- Dove mi stai portando?
- In culo ti porterei, porca puttana.
- Beh, sei tu il cazzone. La macchina proprio dietro la curva, che di notte non c’è mai nessuno, ce l’hai lasciata tu. E che era da stronzi lo hai detto proprio tu a quello.
Questa volta Melania ha alzato la voce, sembra stizzita, quasi che avesse ragione lei, ma Alberigo non risponde. Il cieco, che finora non ha partecipato a quella fine conversazione, chiede:
- Le fa ancora male?
Non le fa più tanto male, e in fondo di passare la notte al pronto soccorso proprio non le va. Così risponde no, non mi fa poi tanto male, credo che potremmo anche andare a berci qualcheccosa daqualchepparte a questo punto.
Il vecchio abbozza nuovamente un sorriso ma Alberigo non lo vede, intento a guidare i resti del suo BMW nel buio e sotto la pioggia, e non lo vede neanche Melania dal sedile di dietro, e che ora si sta quasi addormentando.
Guida, Alberigo, e non sa più neanche dove andare. La notte lo inghiotte insieme alla macchina, al vecchio cieco e alla ragazza che gli ha scombussolato tutti i piani.
Pensa ai cinesi che lo hanno fottuto nella trattativa, al suo capo che appena se ne accorgerà porrà fine alla sua carriera, alla BMW nuova fiammante che ora si ritrova il culo come il muso di un bulldog. Pensa alla sua vita da stronzo come a un cumulo di cazzate, ed allora , di botto, frena e scende giù. Apre lo sportello al cieco e gli dice di scendere. Poi apre lo sportello di Melania e le dice di scendere. Non sente neanche quello che loro rispondono
-Scendete, cazzo, continua a sbraitare. Poi si toglie la giacca, si sfila la camicia e comincia a stracciarla in tante strisce e le attorciglia tra loro fino a farne una specie di corda, apre il tappo del serbatoio e vi immerge un capo.
-Correte via ora, lontano. Urla. E dà fuoco con il suo accendino all’altro capo, poi si mette a correre anche lui.
L’esplosione e il rogo che ne segue li vedono bene Alberigo e Melania, accucciati a terra sulla collinetta poco distante dalla macchina in fiamme. Il cieco, in piedi, appoggiato al bastone un poco più indietro di loro, è girato dall’altra parte. Non vede il fuoco naturalmente, non vede le prime luci dell’alba che stanno incominciando ad apparire da dietro le colline e davanti agli occhiali scuri che nascondono i suoi occhi glauchi, ma vede i fili del destino che ora sono saldamente intrecciati.
E sorride un’altra volta.
Carlo Sirotti (Dicembre ’08)
Vi presento il nuovo booktrailer che ho realizzato per il libro
" La donna che parlava con i morti ".
Un romanzo di Remo Bassini,
edito Newton & Compton.
http://remobassini.wordpress.com/
Oggi ospito un racconto inedito dello scrittore
Giovanni Del Ponte
Il suo sito ufficiale: www.giovannidelponte.com.
Tra i suoi libri:





Grazie Giovanni
PROFONDA GOLA
Il frastuono metallico degli Industrial Acid prorompeva dallo stereo di Rob. Per lui le pareti rivestite di moquette viola non restituivano un riverbero soddisfacente, così teneva la musica al massimo del volume.
Spazzò con gesto nervoso alcune briciole di patatine alla paprika che prendeva dal sacchetto a ritmo sostenuto: in bocca/mastica/finito/in bocca/mastica/finito... Aveva già dovuto sostituire tre tastiere del computer, per via delle briciole.
L’alieno era esattamente dove voleva: nel centro dello schermo e del mirino, quando una mano gli piombò sulla spalla. Rob si voltò e vide la figura senz’audio di sua madre che muoveva le labbra. Sembrava arrabbiata, perciò si tolse le cuffie del computer. L’alieno ne approfittò per fare esplodere la testa del suo alter ego.
«Occavolo, ma’, mi hai fatto disintegrare!» gridò il ragazzo per sovrastare la musica degli Industrial Acid.
«Robi!» urlò la signora Rossetti di rimando facendolo rabbrividire: a Rob non piaceva essere chiamato Robi. «Mi spieghi perché diamine tieni acceso lo stereo, se poi devi indossare le cuffie per i videogiochi?»
«Be’, con la musica così alta, se non le indosso non riesco a godermi la nuova scheda audio! È davvero toghissima!»
La donna schiacciò il tasto STOP dello stereo. «Diamine, Robi. Ringrazia che viviamo in una villetta e non abbiamo vicini!»
«Che ti serve, ma’? Oggi ho già fatto i compiti delle vacanze.»
«Non hai ancora messo in ordine. È tutta la settimana che rimandi», ribatté lei indicando intorno. Le lenzuola stropicciate del letto sfatto, la quantità di fanzine di musica, fumetti giapponesi e pacchetti vuoti di merendine non lasciavano intravedere un solo pezzo della moquette verde del pavimento. La madre scosse la testa: per essere all’ultima moda avevano sborsato fior di quattrini, ricoprendo pavimenti e pareti di moquette Greensane: “TRASPIRANTE, FABBRICATA CON FIBRE NATURALI ED ECOSOSTENIBILI!”, per non parlare di quella del bagno che era invece di un materiale idrorepellente molto caro. E adesso «Ehi, cos’è quello?!» rabbrividì piegandosi a raccogliere un pezzo di un qualcosa unto e sbocconcellato.
«Grande, ma’, sei una giusta! Ieri mi è caduto quel pezzo di focaccia alla maionese e non l’avevo più trovata, grazie!»
Fece per agguantarlo, ma lei lo gettò stizzita in un sacchetto che teneva in mano. Con un’unghia cercò di grattar via le incrostazioni di maionese dalla moquette, ottenendo più che altro il risultato di rovinarsi lo smalto. «Robi, t’avverto. Se non ti decidi a tenere in ordine la tua roba, un giorno di questi tornerai a casa e non troverai più nulla. Ma guardati, perché non esci a giocare con qualche amico?»
A Rob venne da ridere. «Ma’, c’ho quindici anni. Ho smesso già da un pezzo di giocare con gli amici, ci sentiamo sulle chat. Anzi, è quasi ora di collegarmi…»
La madre scosse la testa rialzandosi in piedi. Diede un’ultima occhiata alle pareti tappezzate di manifesti con gruppi musicali dagli aspetti minacciosi, poi, facendo a zig-zag tra le scarpe da ginnastica e i mucchi di CD, raggiunse la porta. Prima di uscire si piegò a raccogliere una tartina al formaggio che un giorno aveva avuto un altro colore. «Comunque sei avvertito», dichiarò al figlio. E con un ultimo sospiro di sconforto: «Almeno, raccogli i pezzi di cibo, prima che comincino a puzzare! E ogni tanto apri la finestra, per l’amor di Dio!»
La donna uscì.
Rob osservò la finestra, attraverso la quale una luce rossiccia illuminava la stanza: di recente, con una bomboletta spray, aveva disegnato sui vetri il marchio del suo gruppo preferito. Sbuffò e decise di controllare la posta elettronica.
Sorrise soddisfatto vedendo che era arrivato l’aggiornamento a uno dei siti Warez cui era abbonato e aggrottò le sopracciglia nel leggere l’Oggetto dell’unico altro messaggio: “Sopralluogo gratuito”, mittente Greensane.
Rob visualizzò il messaggio: “Sporcizia? Cattivi odori? Acari della polvere? Anomalie della vostra moquette Greensane? Ci pensa il Pulitore! Gentile famiglia Rossetti, siamo lieti di informare Voi, come tutti i nostri gentili clienti che, entro i termini della garanzia, la nostra azienda offre interventi gratuiti, perché ‘Con noi cadete sempre sul morbido!’ Se siete interessati…” Il messaggio proseguiva con gli estremi per contattare l’assistenza.
«Puh», sbottò Rob cestinando il messaggio.
Gli venne fame allungò la mano verso i pacchetti di patatine alla pancetta ammucchiati sotto la scrivania per spuntini occasionali e rimase perplesso: erano vuoti. La confezione sembrava rosicchiata e dei salatini non restava che qualche briciola.
«Topi», esclamò Rob, «oppure…» e lanciò un’occhiata torva a Ozzie, il micio persiano acciambellato fra le coperte. Non sarebbe stata la prima volta che l’animale cedeva alla tentazione, ma Rob non se la sentiva di sgridarlo, le patatine al bacon sono troppo buone!
I giorni passarono e luglio volgeva al termine. Le abitudini di Rob non erano cambiate. Ormai la maggior parte del pavimento era nuovamente di riviste dozzinali, scarpe e magliette sporche.
Teneva come al solito la musica alta e scriveva e-mail ad amici che non avrebbe mai incontrato di persona. Alternava a sorsi di Coca-Cola bocconi di uno snack al pomodoro e formaggio, nonostante le raccomandazioni dei genitori a mantenere una dieta più equilibrata. Stava stampando una testo scaricato da Internet, quando il foglio s’inceppò nella stampante sistemata sotto la scrivania. Posò lo snack sul pavimento e cercò di liberare il foglio. In quel mentre si affacciò la madre.
«Robi, domani tuo padre e io partiremmo per un lungo week-end... almeno tre giorni. Possiamo stare tranquilli se ti lasciamo un po’ da solo?»
Il ragazzo trasalì rispondendo d’un fiato: «Cavoli, ma’. Sono grande, ormai. Fidati, no?»
La signora Rossetti lo raggiunse premurosa. «Non è solo questo, ho convinto tuo padre che ormai è giusto mettere alla prova il tuo senso di responsabilità, anche se non è stato facile. Sai quanto ci tiene all’ordine. Dice che ai suoi tempi, quando i suoi genitori erano via, qualche festicciola l’ha organizzata anche lui…», azzardò la donna con un sorriso incerto.
Il ragazzo si voltò con aria di sufficienza. «Ma’, con quali amici dovrei organizzare una ‘festicciola’?»
Lei si rattristò. «Povero Robino. Non ti sentirai troppo solo?» Lo strinse a sé.
Lui tentò di liberarsi. «Ma no, che solo! Qui dentro ho tutto quello che mi serve.»
«Oh, Robi, Robi. Perché resti sempre in questa stanza polverosa e butti via gli anni migliori della tua vita?»
Il ragazzo non le badò, ormai era tutto perso nel cercare di sbloccare la stampante. La donna si ritirò in silenzio.
«Ma’, ho quasi finito i Cheerios», esordì Rob, ma s’interruppe vedendo che la madre se n’era andata. Fece spallucce e allungò la mano verso il suo snack… ma non c’era più.
Si guardò intorno sollevando alcuni fumetti. «Dove accidenti…»
Proprio in quell’istante un urlo d’agonia proveniente dalle casse del computer annunciò l’arrivo di un’e-mail. Rob concentrò la sua attenzione su di essa.
Il giorno seguente si svegliò tardi come al solito. Un rapido giro in casa gli bastò per constatare che i genitori se n’erano già andati.
Il suo abituale senso di svogliatezza lasciò posto al buonumore. Finalmente avrebbe avuto la casa tutta per sé per almeno tre giorni.
Si recò in cucina dove il gatto miagolò augurandogli il buon giorno. Rob non gli badò nemmeno. Andò alla credenza e l’aprì. L’intero contenuto di una scatola di riso soffiato si sparse sulla moquette. Non si curò neanche di questo. Afferrò una manciata di snack al cioccolato e dal frigo una lattina di birra del padre, si sedette con i piedi sulla tavola e accese il televisore con il telecomando. Visto che Ozzie era saltato sul tavolo e continuava a giocherellare con i suoi calzettoni, gli aprì una scatoletta appoggiandola direttamente sulla moquette, senza preoccuparsi che il gatto si serviva della zampa per estrarre i bocconcini di carne e li spargeva qua e là.
Terminata la colazione, afferrò la lattina di birra semivuota e tornò in camera.
Tutto ciò si ripeté per i due giorni successivi. A poco a poco l’intera casa si stava trasformando in una sorta di prolungamento della camera da letto di Rob. Riviste e cartine di snack dappertutto, avanzi di cibo, mutande e magliette indossate magari una volta sola e abbandonate perché nel caos non riusciva più a trovarle.
Stava appena pensando che forse avrebbe dovuto rigovernare un po’ prima dell’arrivo dei suoi, quand’ecco una telefonata della madre. «Rob, tesoro come stai? Ti manchiamo?»
«Puoi scommetterci, ma’.»
«Purtroppo sono insorte complicazioni qui, con il lavoro. Potremmo essere costretti a ritardare ancora di qualche giorno…»
«No-problem. Qui è tutto tranquo.»
«Sei sicuro? È vero che ormai sei un giovanotto, ma…»
«Sicurissimo. Stai cisti. Tutto okay.»
«Comunque sai che se finisci le riserve del freezer, puoi ordinare la spesa al centro commerciale. Fanno pronta consegna.»
«Toghissimo, ma’. Spassatevela.»
Il ragazzo si sentì più sollevato. Andò in cucina, dove si fermò solo il tempo necessario per prendere una lattina di birra (le scatolette vuote del gatto cominciavano a emanare un cattivo odore), e si diresse alla camera da letto, saltellando al ritmo della musica che si spandeva per la villa.
Giunto nella stanza posò la lattina sulla scrivania accanto alla tastiera e fece una piroetta cantando forte volgari parole che il frastuono metallico rendeva quasi incomprensibili… e scivolò su una pila di manga, piombando lungo e disteso per terra. Non si fece molto male, grazie alla coperta che lo protesse nella caduta, ma appoggiò la mano su qualcosa di tagliente. La ritrasse con un grido.
Si guardò il palmo: sanguinava.
Cominciò a gettare qua e là gli oggetti nel tentativo di scovare ciò che l’aveva ferito: niente di significativo.
Si lasciò cadere scompostamente sulla sedia della scrivania e urtò con lo schienale il ripiano facendo cadere la lattina di birra.
Imprecando si piegò rapido per raccoglierla.
Rimase di stucco: sotto i suoi occhi la moquette aveva assorbito il liquido e risultava perfettamente asciutta.
Rob tastò il pavimento incredulo, quando improvvisamente un rutto sovrumano fece tremare la stanza, sovrastando il frastuono della musica.
Il ragazzo si sentì prendere dallo sbigottimento. I suoi occhi si spostavano qua e là, nel tentativo di individuare l’intruso.
Non vedendo nessuno, spense lo stereo.
Nella stanza piombò il silenzio. Si udiva solo il debole ronzio del computer.
«Chi… Chi c’è?» osò infine Rob.
Fame.
Una voce profonda riempì la testa del ragazzo. Non le orecchie, perché Rob fu certo che risuonasse direttamente nella sua testa.
«Dove sei?…Chi sei?» provò ancora Rob.
Da’ me cibo.
Il giovane si alzò e cominciò a girare piano su se stesso. «Ho detto: dove sei?»
DA’ ME CIBO!
La voce gli esplose di nuovo nella testa offuscandogli la vista e in quel momento seppe: per quanto sembrasse inverosimile, la voce proveniva dalla moquette!
«Non è possibile, non è possibile», si ripeteva il ragazzo correndo verso il bagno. «Ho bevuto troppa birra, non è possibile...»
Aprì il rubinetto dell’acqua al massimo e si lavò più volte il viso. Chiuse il rubinetto e restò in attesa, guardando la moquette intorno ai suoi piedi.
Silenzio.
Si sentì rinfrancato. Ridacchiò tra sé e si diresse verso la camera da letto.
Un rumore di carta stropicciata lo attirò in cucina.
Si guardò intorno.
Silenzio.
Poi ancora il rumore di carta.
“Ozzie”, pensò. «Ozzie, sei tu?» chiamò guardando sotto la tavola, da dove proveniva lo stropiccio.
Vide una cosa strana. Un sacchetto ancora intatto di patatine al peperoncino girava su se stesso e percorreva anche piccoli tratti. Del gatto nessuna traccia.
Con cautela afferrò una scopa e provò a toccarlo, sicuro che ci fosse dentro un topo. In quell’istante il sacchetto esplose facendolo trasalire e proiettando patatine dappertutto. Poi silenzio.
Stava riafferrando il sacchetto quando percepì un crepitio frizzante di cui non riuscì subito a individuare la provenienza.
Dalle patatine! Quel suono proveniva dalle patatine che in un attimo affondarono nella moquette, come sciolte nell’acido.
Scomparse.
Un sospetto s’insinuò nel ragazzo. Sentendosi rabbrividire guardò dove aveva poggiato le scatolette per il gatto. Ricordava distintamente che Ozzie aveva ogni volta lasciato sul pavimento qualche pezzetto di bocconcino. Ora non c’era niente. La moquette era perfettamente pulita. Corse verso il sofà della sala, dove aveva trascorso le sue serate guardando la televisione. Là aveva regolarmente abbandonato sulla moquette avanzi di merendine, briciole e frammenti di patatine. Di tutto questo, adesso, non c’era traccia.
Fame.
Risuonò ancora la voce.
Fame. Da’ me cibo.
«Non è possibile…», farfugliò Rob carponi sul pavimento. Subito le mani cominciarono a bruciargli. Le ritrasse con un grido: erano di un rosa intenso, come ustionate.
Da’ me cibo, o TE cibo!
Tuonò la voce.
Terrorizzato, Rob corse strillando alla dispensa e, senza smettere di strillare istericamente, prese a buttare sul pavimento tutte le vivande che riuscì a trovare. In un batter d’occhio vennero assorbite dalla moquette.
Dopo un breve istante di silenzio, ancora la voce.
Da’ me cibo.
Rob corse al frigorifero e ne riversò a terra l’intero contenuto. Quindi salì sulla tavola e, tremando, raccolse a sé le gambe. Ben presto la moquette fu di nuovo pulita.
Seguì un profondo silenzio.
Ci volle un po’ perché Rob trovasse il coraggio di muoversi.
La finestra della cucina! Se fosse riuscito a raggiungerla arrampicandosi sulle sedie…
Con cautela le allineò a una a una, creando una sorta di passerella, e raggiunse la finestra. Appoggiò cautamente una mano sul bordo… e la moquette lo afferrò.
Gli risucchiò la mano. Bruciava. Bruciava molto!
Il giovane cominciò a gridare cercando di estrarla, ma senza risultato.
Ancora la voce.
Te non va. Te resta qua.
Da’ me cibo!
Lo lasciò.
Piangendo Rob si guardò la mano ustionata. Spostandosi sulle sedie e sul tavolo raggiunse il telefono portatile. La madre aveva lasciato in memoria il numero del supermercato. Lo formulò e attese. Quando rispose una voce femminile, comunicò il numero della carta di credito dei genitori, poi ordinò la spesa, seguendo dettagliatamente le istruzioni dell’avida moquette. Fu la spesa più abbondante della sua vita.
La moquette permise a Rob di andare ad aprire ai fattorini che portavano le casse di cibo in scatola. Questi guardarono con disgusto quel ragazzo sporco e con la maglietta inzaccherata di sugo. Sistemarono le casse nell’ingresso e se ne andarono.
Seguendo sempre gli ordini della moquette, il giovane riversò direttamente su di essa il contenuto delle scatolette, dei barattoli di chili messicano e delle lattine di birra. L’indole viziosa della creatura traspariva dalle sue scelte alimentari.
Rob era sfinito, ma continuava a scoperchiare scatolette, reggendosi a fatica sul tessuto che, di momento in momento, si faceva più spesso e spugnoso. Ormai i residui alimentari non venivano più assorbiti per intero e la lanugine scura e bisunta esalava vapori nauseabondi. Senza contare quella specie di schiuma che era difficile dire se si trattasse di saliva o di succhi gastrici.
Alla fine il ragazzo svuotò l’ultima scatoletta.
Ora da’ me dessert.
Tuonò la moquette nella sua testa.
«Dessert? Ma dove le hai imparate queste parole? E comunque non c’è più niente. Hai spazzolato tutto.»
DA’ ME DESSERT!
Ripeté la voce.
Rob iniziò a preoccuparsi. «Non ho più niente, mi senti? Hai finito tutto!»
Dall’altra parte della casa giunse un gemito lancinante.
«Ozzie! No!!» gridò Rob correndo nella stanza da cui era provenuto il miagolio. Ma dell’innocente bestiola nessuna traccia.
«Ozzie! Ozzie! Cosa ne hai fatto? Dov’è il mio gatto?»
Per tutta risposta si udì il rumore di uno sputo e il collarino del micio rimbalzò contro la sua scarpa.
«Ozzie! Povero Ozzie», pianse Rob, meravigliondosi dell’affetto che provava per il gattino, prima sempre ignorato.
Uh! Uh! Uh!
Rise la moquette. Poi cominciò a ondeggiare.
Nel tentativo di mantenere l’equilibrio, il ragazzo si appoggiò a un tavolino. Ci riuscì, ma quel rollio regolare gli diede presto la nausea.
«Ehi, che accidenti fai? Soffro il mal di mare!»
La moquette accrebbe il suo impeto finché Rob sentì in gola il caratteristico bruciore del vomito.
«Smettila, io… blurg…»
In una serie di conati rimise l’intero contenuto del suo stomaco.
Aaah, dessert!
Esclamò la moquette soddisfatta. Poi un nuovo assordante rutto echeggiò nella casa. Dalla camera da letto lo stereo riprese ad effondere musica heavy-metal al massimo del volume.
Non accadde altro. Era come se la moquette si fosse addormentata.
Rob era sempre più disperato: aveva provato invano ad aprire qualche porta o finestra: il gonfiore della moquette le aveva bloccate tutte. Impossibile svignarsela senza il rischio di svegliarla.
Andando verso la camera da letto, il suo sguardo cadde sulla moquette idrorepellente del bagno. Aveva l’aspetto di sempre, per qualche ragione non faceva parte di questa follia. Forse dipendeva dal materiale di cui era composta…
Bah, cosa importava? La finestra del bagno era protetta da una griglia in ferro battuto. Non sarebbe mai riuscito a forzarla.
Raggiunse la sua scrivania e si adagiò sconfortato sulla sedia dinanzi al computer. Si sentiva spossato, ma continuò ad arrovellarsi in cerca di una soluzione.
A un tratto un’idea. Accese il computer e caricò il programma di posta elettronica. Non aveva ancora svuotato la cartella dei file eliminati, così trovò quel che cercava. Visualizzò il file:
“Sporcizia? Cattivi odori? Acari della polvere? Anomalie della vostra moquette Greensane? Ci pensa il Pulitore! Gentile famiglia Rossetti, siamo lieti di informare Voi, come tutti i nostri gentili clienti che, entro i termini della garanzia, la nostra azienda offre interventi gratuiti perché ‘Con noi cadete sempre sul morbido!’ Se siete interessati o se qualcosa Vi preoccupa, qualunque cosa, non esitate a rivolgervi a noi. Ripetiamo: il sopralluogo è gratuito entro i termini della garanzia.” Il messaggio era stato inviato da una succursale Greensane con sede in città; probabilmente avevano ricevuto il nominativo dal negozio di moquette. Probabilmente, eppure conteneva qualcosa cui subito non aveva fatto caso, ma che gli risuonava in testa come un campanello d’allarme: “…Anomalie della vostra moquette Greensane?…”
Anomalie…
Rob avrebbe voluto telefonare subito alla Greensane, però temeva che la moquette lo udisse. Digitò un breve messaggio (“Distinta Azienda, un mio grave problema richiederebbe con urgenza la vostra consulenza. Se poteste fare un salto…”), inserì l’Oggetto “Anomalie” e lo inviò. Non si aspettava una risposta immediata. Stava per spegnere il computer – aveva già rischiato fin troppo – quando il caratteristico segnale gli annunciò una nuova e-mail.
Era l’agenzia Greensane!
Il messaggio diceva: “Al tuo servizio, nostro stimato Cliente, per qualunque cosa. Raccontaci l’anomalia senza tralasciare nulla.”
Fino a poco prima Rob era stato certo che, se fosse sopravvissuto a quell’avventura, non avrebbe mai osato raccontarla a nessuno. Adesso lo fece, e non tralasciò proprio nulla, certo di essere preso per pazzo (o per burlone). La risposta non tardò.
“Gentile cliente, chiamandoci hai fatto la cosa giusta. Ora pazienta fiducioso, un Pulitore sarà da te a momenti. E non dimenticare: ‘Con noi cadete sempre sul morbido!’”
Rob sentì nascere dentro una nuova speranza. Ma presto gli balenò un dubbio: “Come potrà il Pulitore entrare in casa? E se anche ci riuscisse? Verrebbe divorato vivo come Ozzie!”
Questi pensieri continuarono a tormentarlo, finché un’ombra non si stagliò sulla parete. Si volse verso la finestra. Un vecchio con elmetto giallo, tuta da lavoro grigia e zaino sulle spalle stava incidendo con un marchingegno il vetro della finestra. La musica assordante copriva ogni rumore.
Quando il Pulitore si accorse che il giovane l’osservava, gli fece l’occhiolino, avvicinandosi al naso il dito indice nel gesto universale che significa “silenzio!”.
Ben presto aveva creato un’apertura abbastanza ampia da potervi passare e, procedendo carponi prima sul davanzale e poi sull’ampia scrivania, raggiunse l’incredulo cliente.
Lanciò un’occhiata alla moquette rigonfia e unticcia, ai manifesti e alle riviste, e gli sussurrò: «Lo supponevo. Il Male è potente in questa casa.»
Agguantò la collana con la bara del giovane e gliela strappò. Quindi, con gesto solenne, gliene infilò un’altra da cui pendeva una vistosa croce d’oro.
Arrossendo, Rob balbettò: «N-non mi sembra per niente sorpreso. Non è la prima volta che si imbatte in qualcosa del genere, giusto?»
Guardando con disgusto verso il pavimento, l’altro rispose: «Puoi giurarci. Colpa degli ogm… Le fibre vegetali con cui fabbricano queste moquette ne sono piene. Se non vengono tenute più che pulite, possono subire mutazioni genetiche. Sono sparite intere famiglie, prima che i nostri tecnici se ne accorgessero.»
Rob non credeva ai propri orecchi. «Ma… e perché non se ne sa nulla? Sono… sono dannose!»
Il Pulitore sorrise sarcastico: «E le auto no? E i condizionatori? Il riscaldamento? Pensi che il buco nell’ozono l’abbiamo fatto a picconate?»
«Ma, ma…»
Il vecchio ebbe un moto di stizza: «Alla gente non è mai importato se una cosa è dannosa o no. E poi vuoi far chiudere le fabbriche? Frenare lo sviluppo? Mandare lavoratori a casa?»
«No, ma…»
«Allora zitto e lasciami lavorare. Questa moquette sta solo manifestando qualche ‘effetto collaterale’ e io sono qui per questo. Piuttosto, hai già individuato la gola?»
«La… gola?»
«Sì, la gola.»
«Non credo ci sia nessuna gola. Io il cibo gliel’ho versato un po’ dappertutto …»
«C’è sempre una gola, ragazzo. Il nutrimento non viene assorbito nel punto in cui lo fai cadere, ma convogliato “sotto pelle” fino alla gola. Dobbiamo trovarla.»
«Bene», ribatté incerto il giovane, «mi segua, le faccio visitare la casa.»
«Fermo», lo ammonì il Pulitore afferrandogli un braccio. «Non vogliamo farle sapere della mia presenza, no?» disse strizzandogli l’occhio con un sorriso astuto. «Faccio strada io.»
Questa volta fu Rob a fermarlo: «Aspetti, mi spieghi cosa sta succedendo!»
L’uomo fece un gesto indicando lo stereo, la confusione e i manifesti alle pareti. «Lascivia, figliolo, fragilità nei principi, trascuratezza», disse con severità, ma poi aggiunse con un sorriso pieno di comprensione. «Ciò nondimeno sei giovane, puoi ancora salvarti.»
Il ragazzo ammutolì pieno di vergogna.
Con agilità sorprendente il vecchio passò dalla scrivania a una sedia e poi sul letto. Infine si affacciò attraverso la porta della stanza. Nelle vicinanze non c’erano altri ripiani che avrebbero potuto sostenerlo, così estrasse dallo zaino una sorta di balestra al cui dardo era fissata una spessa fune di nylon arrotolata all’interno dello zaino stesso. Senza perdere altro tempo puntò la balestra verso una parete all’altro capo del corridoio, in alto, dove la moquette non arrivava; premette il grilletto e il dardo si conficcò nello stucco con precisione. Allora il Pulitore fissò a un altro dardo il capo della fune che aveva recisa e lo scagliò nel soffitto sopra di lui.
«Funivia», sghignazzò nel fragore della musica metallica. «Mai vista una?»
Il cavo tra le due estremità s’incurvava in basso, abbastanza perché l’uomo potesse afferrarlo con un balzo. Si avviò su per il corridoio.
Attonito, Rob si rammaricò per tutto il tempo trascorso al computer, anziché all’aria aperta a dedicarsi a qualche sport salutare. Ormai era tardi. Il Pulitore aveva già raggiunto una cassapanca in fondo al corridoio e gli faceva cenno di raggiungerlo.
Il giovane guardò esitante la moquette che sembrava respirare sommessamente, poi afferrò il cavo.
Il percorso non fu agevole, più d’una volta rischiò di perdere la presa. Finalmente raggiunse il Pulitore sulla cassapanca.
«Bravo, figliolo», sorrise il vecchio dandogli una pacca sulla spalla, tale da fargli quasi perdere l’equilibrio. «Sei stato coraggioso. Ma il nostro viaggio è appena iniziato.»
Sempre spostandosi su sedie e ripiani, i due raggiunsero la sala da pranzo.
Qui Rob rimase esterrefatto.
Nel centro della moquette si apriva una voragine pulsante che pareva senza fondo.
«La gola», sussurrò il Pulitore. «Ora ascolta: vedi questo?» aveva estratto dallo zaino un grosso barattolo, «veleno per topi, con qualche piccola aggiunta che ho fatto personalmente…»
«‘Piccola aggiunta’?»
«Frammenti d’aglio e di ostia consacrata. Devo riuscire a versarlo dentro alla gola, ma come vedi non ci sono altre sedie o tavoli che mi permettano di raggiungerla e la fune l’ho finita… Devo per forza scendere sulla moquette.»
«No!»
«Sì! Ma non preoccuparti, non correrò io il rischio maggiore.»
«Grazie al Cielo…»
«Lo correrai tu!»
«Cosa?!»
«Già, tu dovrai creare un diversivo. Le moquette non sono molto intelligenti, non riuscirà a badare a tutt’e due contemporaneamente. Intanto io ZAK! verserò la mia medicina proprio là dentro!» e indicò l’apertura. «Quando la Cosa reagirà – e se la prenderà abbastanza a male, ti avverto – corri con quanto fiato hai in corpo. Ci ritroviamo nella vasca da bagno, accanto a camera tua.»
«Nella vasca? E perché nella vasca? Ma poi sei pazzo! Io non avrò mai il coraggio di fare da esca!»
Il Pulitore gli agguantò nuovamente il braccio. «Eppure devi, ragazzo. Devi, in nome del genere umano cui apparteniamo. Se non dimostriamo di essere i più forti, le Forze del Male non ci temeranno più e il loro regno di perdizione e lussuria finirà con lo schiacciarci!»
Rob deglutì a fatica. Perfino lui capiva che il vecchio aveva ragione.
Rob si trovava nuovamente in camera sua.
Raccogliendo il coraggio a piene mani, premette il pulsante di STOP dello stereo. La musica dei Die Insane!! s’interruppe.
Che accadere? Perché silenzio?
Gli rimbombò nella testa la voce cavernosa della moquette.
Come osare te fare me questo?
«Oso e continuerò a osare! Sei al capolinea!» urlò il ragazzo e, ignorando il terrore, spiccò un balzo atterrando a gambe larghe sulla moquette. Prese a saltellare come un grillo tra gli spruzzi di sugo e di bava della creatura.
«Tra-la-là! Sei al capolinea tra-la-là!» Fingeva di divertirsi come un pazzo.
Tu fare me rabbiare!
«Ih, che paura! Fischia che ti passa tra-la-là…»
TU FATTO ME RABBIARE!
La moquette prese a sussultare rabbiosa.
Un’onda improvvisa mandò Rob a gambe all’aria. Il ragazzo atterrò sulle mani che cominciarono subito a bruciargli. Schizzò rapido sul letto: i palmi gli si sbucciavano come le cipolle.
Un’altra onda tentò di fargli perdere nuovamente l’equilibrio. Si ritrovò a piroettare su se stesso, incespicò su una pila di CD, il disordine che lui stesso aveva creato. Rovinò fra i manga, sorreggendosi con i gomiti e le ginocchia che istantaneamente iniziarono a sfrigolare, la saliva del mostro, schizzatagli in faccia, ardeva come acido.
«Aaagh!» gridò il ragazzo, «sbrigati, Pulitore! Mi mangerà vivo!»
In quel momento, all’altro capo della casa, il Pulitore versò l’intero contenuto del barattolo proprio nel centro della gola della moquette. Un urlo disumano fece esplodere i vetri e i cristalli dell’intera abitazione.
Onde di moquette alte fin quasi al soffitto scagliarono i mobili qua e là, mentre il vecchio cominciava la corsa verso il bagno.
«Corri, ragazzo! Corri per la vita!»
Rob intanto, lordo di bava e di sangue, faceva del suo meglio per risalire il corridoio, ma le onde che si formavano sul pavimento e sulle pareti lo sballottavano come la palla di un flipper.
TE me tradito! TE muore!
Era quasi al termine del corridoio, scorgeva già la sala da pranzo: un gigantesco vulcano era sorto là dove prima c’era la gola e stava eruttando liquido scuro che si andava a schiantare sul soffitto.
In preda alla nausea e alle vertigini, il ragazzo sentì le forze venirgli meno. Rinunciò alla lotta e si abbandonò all’ultima ondata che lo scagliò a diversi metri di distanza.
Poi fu tutto nero.
Quando aprì gli occhi vide il viso del Pulitore che l’osservava sorridente.
«Che… che è successo?» domandò Rob con un filo di voce.
«L’abbiamo sconfitta! Sei salvo.»
«Ma… come?»
Si guardò intorno e si accorse di essere nel bagno, che appariva sorprendentemente intatto.
«Moquette idrorepellente», sorrise il vecchio. «L’ultima ondata ti ha sbattuto contro lo stipite. È stato uno scherzo trascinarti qui dentro. L’unico posto sicuro della casa.»
Il Pulitore aiutò il giovane ad alzarsi. Fuori dal bagno la casa sembrava un campo di battaglia: pezzi di moquette e residui alimentari dappertutto.
«E adesso cosa racconto ai miei?»
Solo allora il giovane si accorse che una musica bellissima pervadeva la casa.
«Co… cos’è? Non ho mai udito nulla di più bello…»
«Vivaldi», annunciò l’altro. «“Le quattro stagioni”.»
Rimasero per un po’ in silenzio.
«Allora siamo salvi? Ce ne siamo liberati per sempre?»
Il vecchio gli cinse le spalle con un braccio. «Be’, tu ormai hai imparato la lezione, giusto?» Gli mostrò l’involucro di una merendina.
«Da oggi righerò dritto, promesso!»
«Sono fiero di te, ragazzo. Ah, per la moquette… Nessun problema: siete ancora in garanzia, no? Domani verranno i nostri addetti. Per il rientro dei tuoi sarà tutto come nuovo.»
«Uh… Davvero?» Rob non sapeva se rallegrarsi o mettersi a urlare.
«Certo. Non ricordi il nostro slogan? ‘Con noi cadete sempre sul morbido!’»
Oggi ospito un racconto dell'amico e musicista Luca Zeppegno.
Il suo blog:: http://artatamente.splinder.com/
Grazie Luca
“Contatto confermato…ci seguono!”
Il viso dell’ufficiale di rotta era terreo alla luce della strumentazione, nella piccola cabina di comando.
“Azioni evasive inutili, sono più grandi e più manovrabili di noi”.
Tirò un sospiro: sapeva come sarebbe andata a finire…
“Identificazione?”
L’espressione dell’altro era eloquente: “Un solo scontro con un membro di questa popolazione, sessanta anni fa nel Quadrante Delta…risultato: sconfitta dell’equipaggio umano”.
Questo era preoccupante. Non tanto per la sconfitta del precedente equipaggio, dopotutto la sconfitta era sempre un’eventualità probabile quanto un’eventuale vittoria, negli Scontri Di Supremazia. Era preoccupante non sapere praticamente nulla dei proprietari del vascello alieno.
Un paio di secoli di Scontri avevano fornito agli umani un discreto database di informazioni sulle altre razze aliene in grado di viaggiare più veloci della luce ed ogni informazione poteva essere determinante per vincere uno Scontro. Abitudini mentali, resistenze culturali, cinestesia fisica, ogni dato in più poteva salvare la tua vita e quella dell’equipaggio della tua nave.
“Ok, è inutile continuare con le azioni evasive, mi pare evidente che sono decisi a costringerci allo Scontro. Inviare Codice Di Accettazione Della Sfida.”
Il breve lampo di luce coerente tra le due navi lampeggiò per qualche microsecondo, invisibile agli occhi delle entità organiche che le abitavano, seguito da un’immediata risposta.
“Accettano, il contatto virtuale partirà tra 7 minuti”
“Non mi aspettavo che andasse diversamente, era abbastanza chiaro che era quello che volevano fin dall’inizio…”
Controllò, come sempre, la presa neurale, anche se sapeva che era in perfette condizioni. Dopo tanti Scontri era diventato per lui una sorta di rituale scaramantico.
Da quando gli umani erano apparsi sulla scena galattica ed avevano incontrato i Klootz, le cose andavano così.
A quanto pare i Klootz millenni fa avevano trovato questo metodo degli Scontri per evitare sanguinose ed insensate guerre tra specie intelligenti, in grado di viaggiare nello spazio e da quel momento, ogni nuova razza galattica doveva assoggettarsi se voleva avere il permesso di viaggiare ed esplorare. Poi, periodicamente, qualcuna delle bellicose specie inferiori si evolveva e diventava anch’essa parte dei Klootz.
Un metodo elegante, tutto sommato.
Però da quel giorno c’era gente come lui, pronta in ogni viaggio per doversi scontrare, secondo un rituale prestabilito, con i rappresentanti di qualunque bislacca specie aliena. Inutile dire che per chi perdeva c’era solo un risultato possibile: la morte.
“Ok, mettimi in contatto”
La presa neurale cominciò a inviargli la realtà virtuale nella quale avrebbe avuto luogo lo Scontro tra lui ed il rappresentante di questa ignota specie aliena.
A quanto pare si sarebbero scontrati nel deserto.
In realtà lo sfondo era del tutto indifferente, chissà cosa avrebbe visto l’altro.
Alcune scintille di luce apparivano a mezz’aria per sparire immediatamente, residui del rumore di fondo nelle comunicazioni tra le due navi.
Davanti a lui il suo avversario cominciò a materializzarsi. Era
La presa neurale cominciò a inviargli la realtà virtuale nella quale avrebbe avuto luogo lo Scontro tra lui ed il rappresentante di questa ignota specie aliena.
A quanto pare si sarebbero scontrati nel deserto.
In realtà lo sfondo era del tutto indifferente, chissà cosa avrebbe visto l’altro.
Alcune scintille di luce apparivano a mezz’aria per sparire immediatamente, residui del rumore di fondo nelle comunicazioni tra le due navi.
Davanti a lui il suo avversario cominciò a materializzarsi. Era
A quanto pare si sarebbero scontrati nel deserto.
In realtà lo sfondo era del tutto indifferente, chissà cosa avrebbe visto l’altro.
Alcune scintille di luce apparivano a mezz’aria per sparire immediatamente, residui del rumore di fondo nelle comunicazioni tra le due navi.
Davanti a lui il suo avversario cominciò a materializzarsi. Era
Alcune scintille di luce apparivano a mezz’aria per sparire immediatamente, residui del rumore di fondo nelle comunicazioni tra le due navi.
Davanti a lui il suo avversario cominciò a materializzarsi. Era
Davanti a lui il suo avversario cominciò a materializzarsi. Era
Era.
-“Pronto!! Meno male che me l’avevi garantita questa partita di merce! No, fa schifo! Ma del resto dovevo aspettarmelo…chi è così scemo da comprare biochip fatti a Città Del Messico?! No, non ho nessuna intenzione di pagare per questa roba! E’ marcia, la realtà virtuale fa schifo…no, mi spiace, non ti do neanche un dollaro del Nicaragua per questa schifezza! Il filmato si interrompe a metà, non ho nessuna intenzione di rovinarmi la reputazione con merce di contrabbando di seconda scelta!”
Oggi ospito un racconto di Barbara Garlaschelli.
Gran donna, scrittrice e amica.
Il suo blog http://barbara-garlaschelli.splinder.com/

UNDICI
Poi, alla fine, come un vecchio amico, arrivava il sonno e con lui, i sogni. La maggior parte, quando il giorno si infila nella stanza, non li rammento. Spalanco gli occhi e il sogno è ancora lì; so che se facessi uno sforzo infinitesimale riuscirei ad agguantarlo. Ma lascio trascorrere l’istante e il sogno scompare al di là della china della coscienza, come uno sconosciuto che vedi svoltare l’angolo, di spalle. Di lui non ti rimarrà alcun ricordo, proprio come di quel sogno. Forse ci liberiamo dei sogni – o li riponiamo in qualche cassetto segreto – perché il terreno su cui è costruita la realtà non ne reggerebbe il peso. Capita che persino gli incubi siano migliori della realtà che ci circonda. O forse lo credo perché dai sogni, fuggo. Uno, però, continua ad affacciarsi alla mia memoria e non riesco a cancellarlo. Nel sogno sono in giardino, nella mia casa in campagna. L’aria è tiepida e nel cielo non c’è una sola nuvola. In mezzo al giardino è posata una bara di mogano. Nella bara c’è Stefano, un vecchio amico morto molti anni fa. Nel sogno, è disteso nella bara e coperto da un sottilissimo sudario nero, e mi parla. Ha una voce calma, serena. Mi dice che sta bene e chiede notizie di me, dei miei genitori. Continua a ripetermi che sta bene E tu, domanda, tu, come stai? Io sono sopraffatto dalla gioia di sentirlo parlare e dallo sgomento di saperlo morto. Vorrei rispondergli e fargli domande e, soprattutto, vorrei che non smettesse di raccontare perché so con assoluta, straziante certezza che quando smetterà di parlare sarà morto per sempre. Ma la mia bocca è muta. Qualcuno ha fatto un nodo alle mie corde vocali e Stefano se ne andrà e io non posso fare altro che ascoltare la sua voce tranquilla che mi ripete che sta bene, che va tutto bene e mi domanda, E tu? Tu come stai? Ma non posso rispondergli. Né ora né mai.
DODICI
Né ora né mai. Non mi alzerò. Il mio letto è il mio guscio. Io sono una lumaca. La perla di un'ostrica. Una nocciola. Resterò qui sino alla fine dei giorni. Non solo dei miei. No. Di tutti i giorni del tempo. Fuori il mondo cammina o corre o salta o si addormenta o piange. Qui dentro, nel mio guscio, il mondo non può entrare. Mia madre mi ripete Alzati, ci stai facendo le radici su quel materasso. Brava, persino lei ci è arrivata. Lei, così ottusa. Lei che ride quando guarda la televisione e parla allo schermo, come se quelli lì dentro potessero risponderle. Con me non parla, invece. Ma nemmeno io le parlo. Però questa storia delle radici è vera. A volte mi pare proprio di sentirle che crescono sotto le mie dita, si infilano nel materasso e s'intrecciano l'una con l'altra, come capita a quelle della betulla che abbiamo in giardino. Radici profonde, che penetrano la terra. E' da quindici anni che non esco da casa. E da sei mesi che non esco dal letto. E' stata una dura conquista. La tentazione di uscire è sempre forte. Il mondo ha una voce così insinuante. E chiama. Chiama. Chiama. Ho continuato ad accorciare le distanze. Prima arrivavo sino al salotto. Quaranta passi. Poi ho cominciato a fermarmi prima, all'altezza della camera da letto di mia madre. Trentadue passi. Poi in bagno. Venti passi. Poi sono riuscita a fermarmi sulla soglia della mia stanza. Il mondo chiamava ma io mi tappavo le orecchie. Otto passi. Dal mio letto alla porta, otto passi. Mi sono ritirata come la marea e, alla fine, ci sono riuscita. Nessun passo. Immobile. Nel mio guscio. Protetta. Il mondo chiama, mia madre parla rivolta al televisore e io sono qui, distesa. Ferma. Il prossimo obiettivo sarà non aprire più gli occhi. Cancellare tutto.
TREDICI
Cancellare tutto. Gli sbagli, il passato. Lo dicono tutti, vero? Sì, qui dentro lo ripetono in continuazione. Mentre parlava, sorrideva. Il suo sorriso mi è rimasto impresso nella mente. Siamo stati nella stessa cella per due anni, io accusato di furto con scasso, lui di truffa. Un’intesa perfetta. Io non tacevo mai, lui era un buon ascoltatore. Trascorreva molte ore in piedi accanto alla finestra della cella guardando fuori. Non parlava quasi mai di sé. Sapevo solo che aveva una figlia di dieci anni che non vedeva da quando era entrato in carcere. Aveva chiesto alla moglie di non portarla lì dentro. Alla fine, non era venuta più nemmeno lei. Ti verrò a trovare io ogni giovedì, quando uscirò, gli dissi un giorno, ridendo. Dalla sua faccia scomparve il sorriso. No. Non aggiunse altro. Rimasi talmente sconcertato da non riuscire a replicare. Non tornai più sull’argomento. Più passava il tempo, più mi rendevo conto di quanto fosse forte il mio legame con lui. Credo sia stata la persona che più di ogni altra si è avvicinata alla mia anima. Le mie parole sgocciolavano nel suo silenzio, e lì restavano, tutte quante, protette. Uscii una mattina di settembre. A lui restavano da scontare ancora alcuni mesi. Ci stringemmo la mano. Per la prima volta non dissi una parola. Lui mi sorrise in quel suo modo divertito e io me ne andai. Da allora, tutti i giovedì pomeriggio, vengo in questo bar. Dal tavolino dove mi accomodo posso vedere il muro di cinta della prigione. Sono qui e lo aspetto.
roma che hai bisogno di star da sola
roma che ti accontenta
roma che forse sono pazza
roma che ti senti un puzzle scomposta in mille coriandoli
roma che questo periodo non finisce più
roma che ti presenta il conto
roma che non sai più chi sei
la roma che non ti basta
roma che piangi tra la folla
roma che ti racconta mentre piangi
roma che ti guarda, che ti fa guardare dentro
roma che ti tocchi il fegato con le mani
la roma delle pizzerie
roma e il bisogno di un abbraccio
roma e l'abbraccio che non c'è stato
la roma svampita
quella delle raccomandazioni
roma senza cartelli sforacchiati
roma che te pare tanto un campo da golf
roma coi suoi figli di puttana, roma che devi dimenticare
roma che avoja a essere libera di mente
roma che tu c'hai le palle
roma che toglie e non rende
roma che conti poco e niente
la roma dei portieri
quella dei ritardi
roma e quella lumaca che ti passeggia sul cuore
roma che ti manca un padre
la roma dei preti
roma che devi rinascere
roma e quanto sei bona
roma e com'è bello andare al cinema a roma
roma e i no che hanno un prezzo
roma gran signora e puttanona
roma e l'ipocrisia
roma tanto la vita è mia
roma e la ragazza che passeggia sulla tuscolana
roma e la beck's a un euro e venti
roma e la cassa da zero venti
roma che ti voglio nuda semplicemente
roma che ti sentivi diversa perché credevi esistessero persone normali
roma e la filosofia del chi cazzo se ne frega
roma che sei ancora in minoranza ma ti senti ancora lucida, più audace e creativa
roma contro il razzismo sessuale
roma razzista
roma che ti disorienta, che sei una speranza
roma che ti saluta quando inizi a osare
roma quella bella, degli archi antichi, degli obelischi
roma coi Musicisti
roma le mura e le porte chiuse
roma il vino e le fraschette
roma il vomito e le bollette
roma che non sei a roma, sei ovunque
roma che un giorno farai ammutolire
roma che se stringi i denti
roma senza vittimismo
roma e l'aperitivo in piazza di spagna
roma e il tramonto a campo dei fiori
roma e l'eur che ti presenta
roma e il suono elettrico del tuo cuore in assalto
roma che non è la tua ultima bandiera
roma e le mancate verità
roma e il silenzio
roma e il mare che non c'è
roma e la tempesta dentro
roma fascista
roma e i supplì
roma eterna
roma caput mundi
roma e piazza venezia
roma che non c'è una lira
roma dei maritozzi con la panna
la roma della magliana
la roma che dubita dei tuoi sogni
roma e non mi rompere più i cojoni
roma e l'aver pensato che fosse giusto smettere di credere nell'impossibile
roma capitale
la roma dei casini
la roma dei gatti
roma e i suoi uomini, mezzi maghi, eterni bambini
roma e i sogni bruciati
roma e lo sdegno
roma e le idee che te le sbattono dentro
Succede a molti almeno una volta nella vita.
Succede che non ti bastano i Beatles, e non ti bastano la nebbia e le stelle, non ti basta la polvere dei tuoi libri, né le tue lampade vintage, né quella malinconia per i film in bianco e nero che ti spari in vena da quando avevi quindici anni.
Succede che non hai più voglia di cantare nella tua stanza al buio.
Che il buio da grande inizia a farti paura, perché di notte i ricordi ti graffiano i desideri.
Succede che certe notti ti svegli, perché ti sembra che qualcuno stia afferrando le tue caviglie con l'intenzione di buttarti giù dal letto e vorresti afferrare per prima il tuo cuore e gettarlo fuori dalla finestra.
Succede che sei bionda e continui a tingerti i capelli di nero.
Succede che non ti fidi degli uomini perché sono come tuo padre.
Succede che hai paura delle donne perché non vuoi sapere com'eri cento anni fa.
Succede che ascolti quella commerciale in macchina, perché i soldi per un impianto non ce l'hai e prima o poi ti abitui.
Succede che le tue lampade rimangono spente, perché così penseranno che in casa non c'è nessuno.
Succede che adesso quei libri servono a riscaldare, mentre continui ad accarezzare Charlie Chaplin sul tuo televisore di venti kg, mentre le bottiglie rotolano e la cicca che spegni sul parquet è quella del giorno prima.



Ho 7 anni e voglio colorare tutte le mura del mio paese con i miei acquerelli.
Stavolta non tremerò.
Inseguire lucertole e farfalle, nascondermi sugli alberi, disegnare le nuvole e contare fino a un milione.
Io sono forte.
Voglio cantare e ballare sul prato verde delle colline. Imparerò a suonare il violino e un giorno madames e monsieurs mi applaudiranno nel teatro più grande di Parigi.
Voglio che ci sia la pace e voglio conoscere tutti i bambini del mondo. Voglio inventare un colore nuovo e vivace per dipingere il buio della notte.
Chiuderò e stringerò forte gli occhi.
Voglio dare un nome a ogni stella e la più grande avrà il mio nome.
Non ti supplicherò. Sarò forte.
Voglio avere sei bambini e sposarmi da grande.
Voglio diventare un'attrice famosa e andare a vivere a Hollywood.
Chiuderò gli occhi e vedrò il mare e noi due che giochiamo con i castelli di sabbia.
Voglio aiutare i poveri del terzo mondo.
Sarò così lontana con l'immaginazione che non sentirò dolore.
Voglio una piscina nel giardino e un cane grosso e bianco.
Non ti chiederò il perché.
Voglio da grande proteggere gli indifesi.
Non ti odierò.
Voglio diventare una brava pittrice.
Un giorno guarirai.
Voglio imparare il linguaggio degli animali e parlare con gli uccelli e chiedere se un giorno potrò partire con loro.
Voglio parlare con Gesù e pregare perché tu possa essere felice.
Voglio ridere e sorridere tutta la vita.
Dopo mi addormenterò e quando mi sveglierò sarà stato solo un brutto sogno.

Rientro a casa camminando sul lato destro della strada. Le mani sono ben nascoste in tasca.
Un tempo questa era la via degli internet point, dei profumi speziati, dei ristoranti senegalesi, quella delle Nancy bionde tinte e a mano tesa, quella dei negozi di tutto il mondo.
Era una città giovane e in movimento.
Per vivere vendevo la storia dell'uomo delle montagne nere del Dakota.
La sua donna lo aveva abbandonato per un altro uomo. Un discreto successo nel mio quadrato affittato di metropolitana.
E camminavo leggera, la musica mi seguiva.
La vita scorreva, la gente attorno a me non mi vedeva.
La gente o correva o digiunava.
Un tempo era così.
La mia vita era povera, ma meno complicata.
Oggi cammino veloce verso casa, qualcun altro accanto a me cammina a gattoni, con le chiappe al vento.
Sempre attenta a chi cavalca, a chi azzanna, a chi ti vuol pisciare addosso, a chi ha la rabbia, a chi ha fame, a chi ti annusa e vuole accoppiarsi.
Canto ancora e sopravvivo, il microfono lo afferro con la mia zampa di gallina.
C' è una Nancy sul marciapiede, gamba e coscia di pollo ferita accavallate.
Un gheppio le è piombato addosso e cerca di staccarle un pezzo di carne.
Vattene via bastardo di un pennuto, con questa ci vivo!
Le Nancy di oggi non sono quelle di ieri. Finite per strada dopo esperimenti andati male, non sono più in grado di lavorare. Un tempo questa mezza donna era commessa in Oxford Street.
Le strappo di dosso il gheppio e lei mi regala una piuma.
Nancy vende un pezzo di pollo al giorno per sopravvivere e quando ha fame vorrebbe strapparne un pezzo coi denti, ma ha troppa paura di arrivare all'osso.
Quando posso permettermelo le regalo qualche steroide.
Riprendo la via di casa e penso a come è potuto accadere tutto questo.
Tutto è iniziato dieci anni fa, quando ci siamo sottoposti alle cure genetiche.
Le sponsorizzavano in televisione.
Avevano scoperto che per anni i soldati erano stati sottoposti a mutazioni genetiche, per essere invincibili in guerra.
Quando il petrolio terminò anche le guerre terminarono e si iniziò a sperimentare le mutazioni in altri campi. Ci dissero che per sopravvivere saremmo dovuti essere più competitivi sul lavoro.
Così ci dissero e ci convinsero.
Quello che non ci dissero fu che le mutazioni genetiche non erano per tutti uguali. Chi aveva meno soldi aveva meno garanzie sul risultato finale.
I ricchi divennero leoni, tigri, iene, squali.
I poveri invece erano troppo poveri per potersi sottoporre alle mutazioni, perciò rimasero umani.
Io non ero certo ricca, ma volevo migliorare la qualità della mia vita.
Il mio braccio divenne una zampa di gallina. La gamba di Nancy una coscia di pollo, il fruttivendolo sotto casa aveva per piedi due tonni e sparava tutto il giorno ai gatti.
Il mercato intanto, crollato anni prima, si era rigenerato.
Oggi le multinazionali di antipulci e antizecche, con a capo manager leoni, tigri, squali e iene, fanno affari d'oro.
Le farmacie sono strutture blindate all'interno delle banche.
Tutti assumono anabolizzanti, antibiotici, proteine e steroidi. Non tutti possono permetterselo. Io ho chiesto un piccolo mutuo, ma mi è stato rifiutato, come cantante di strada non ho abbastanza garanzie.
E poi c'e il problema dello stato che ogni mese manda a casa gli ispettori sanitari.
Ci sono norme igieniche severissime da rispettare. Ai miei vicini, il mese scorso, hanno portato via un figlio, perché aveva una zecca in testa.
Io non ho figli, non ho un compagno, non ho nessuno.
Il mio ragazzo si è suicidato un anno fa.
Piangevo davanti a lui, mentre lo legavo e piangevo di nascosto perché la sua testa era diventata quella di un lupo.
Con la luna piena non riusciva a controllare i suoi istinti.
Una sera ha cercato di azzannarmi mentre dormivo.
La sera dopo mi ha lasciato un biglietto:“Una notte di queste riuscirò a spezzare le corde e ti mangerò, non posso più vivere, ti amo. Per sempre tuo”
Finalmente arrivo a casa, sulla porta c'è Carmelo, il più povero del quartiere, troppo povero per potersi permettere una mutazione.
Ho fame Sandra.
Inizio a tremare, Carmelo ha un coltello tra le mani.
Stai calmo adesso salgo su e ti preparo qualcosa da mangiare.
Dite tutti così.
Zam! Un taglio netto al mio braccio. Sangue dappertutto. Perdo i sensi dopo l'arrivo dei corvi.
Adesso sono una Nancy, sopravvivo per strada.
Distanti da me ci sono i ricchi, sempre più ricchi e senza scrupoli.
Attorno a me ci sono le persone che convivono con le loro mutazioni e quelle degli altri.
E io ho fame, sempre più fame, non canto senza un braccio e lei è lì, sul marciapiede con la sua coscia di pollo...
Questo racconto è nato dopo aver letto il bellissimo " Strategie stabili per quadri intermedi " di Eileen Gunn
Piove. E' un grigio pomeriggio di gennaio.
Per molti oggi è così. Per me no.
La pioggia mi dà sicurezza.
Allena i miei pensieri. Rafforza le mie idee.
C' è una pioggerellina sottile, silenziosa, simile a quella di Londra.
Mi piace la pioggia, perché è romantica, unisce, ricorda.
Quando piove invito gli amici a cena.
Questa sera preparo il cous cous. Il kebab l'ho ordinato. Le salsine e le spezie non mi mancano.
Il vino l'ho fatto io.
Ho invitato Luca e la sua ragazza astemia, l'ultimo album di Vinicio Capossela,
Andrea e le sue chiacchiere; alcune sono interessanti altre, vertono un po' troppo sulle donne. Finisco sempre col chiedergli come mai molti uomini hanno sempre così tante idee interessanti su quello che faranno per me e le altre donne.
Mi piace la pioggia, perché è dispettosa.
Oggi piove su tutti, ricchi e poveri.
Molti uomini e molte donne trascorrono la loro vita scendendo a patti con una falsa immagine di loro stessi.
La maggior parte della gente è povera.
La maggior parte di noi non vuol sentirselo dire.
La povertà potrebbe diventare una forza per una comunità e invece rimane un difetto da nascondere.
Ho visto famiglie andare in disgrazia, perché volevano imitare i ricchi.
I miei vicini hanno comprato un Audi e spesso non riescono a comprare il pane.
Lui ha lavorato 16 ore al giorno per due anni, per permettersi almeno una volta nella vita, una cena il 10 di agosto, nel miglior ristorante della località estiva scelta dai ricchi.
E mentre cenano non si guardano in faccia.
E mentre cenano, nel ristorante di lusso, i ricchi non ci sono.
Accanto a te c'è la plebe. Quella che pensavi di aver lasciato a casa.
E quella settimana al mare farai la fila esattamente come in città.
C'è troppo traffico e lo yacht non ce l'hai.
50 euro una coca cola e l'elicottero non ce l'hai.
I ricchi, i veri ricchi, non confondono la gente.
I ricchi cenano solo con i ricchi. Loro non si sbagliano.
Il sistema loro non lo subiscono, lo hanno creato.
Hai trascorso due anni della tua vita lavorando 16 ore al giorno e non hai scattato nessuna foto ai tuoi figli.
Hai pagato duemila euro una cena per raccontarlo ai tuoi amici rimasti in città. Saranno orgogliosi di te.
"Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole una gazzella si sveglia, sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa.
Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole un leone si sveglia, sa che dovrà correre più della gazzella o morirà di fame.
Ogni mattina in Africa, non importa che tu sia un leone o una gazzella, l'importante è che tu incominci a correre."