Ladypazz2
Oggi ospito un racconto di Carlo Sirotti.
Una gran bella penna.
Grazie Carlo.
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I FILI DEL DESTINO
L’intrecciarsi dei fili del destino comincia ad essere evidente, anche per un cieco, nel momento in cui la grossa moto di Melania va a sbattere contro la BMW di Alberigo, nuova fiammante, parcheggiata proprio in quella strada. Sola. Nel senso di unica vettura in tutta la via, per il resto deserta come sempre a quest’ora.E’ notte infatti. L’una e trentasette.
Gli uffici sono ormai deserti (tutti modernissimi uffici in quella via, che solo vent’anni prima ha visto la demolizione di tutte le costruzioni abitative salvo un rudere, oggi privo di qualsivoglia respiro se non quello di topi o altre bestie dotate di polmoni o branchie o quellochevvipare) e le poche finestre illuminate non stanno a significare necessariamente una presenza umana. Nelle aziende moderne si usa così: qualche stanza rimane con la luce accesa anche quando non c’è più nessuno. Forse si vuol far credere che in quell’ufficio c’è sempre qualcuno che lavora, anche a notte fonda, e che magari sta risolvendo, grazie al suo notturno sacrificio o alla noncuranza a quisquiglie tipo l’orario canonico, gravi problemi da cui dipendono le sorti dell’impresa, il posto di lavoro di chissaquanti colleghi, forsanche e vieppiù i dividendi degli azionisti o l’economia mondiale tutta.
Salvo che nella stanza del Direttore Generale. In quella qualcuno c’è realmente. Ma non il direttore, che in quel momento sarà a cena in dolce compagnia in un ristorante alla moda dove peraltro si mangia malissimo o forse la cena sarà già finita e i due si stanno già dedicando alle pratiche erotiche (lo si fa per digerire meglio), ma il nostro Alberigo che con concitazione scartabella tra le scartoffie abbandonate su quella scrivania. Cosa cerchi di preciso non si sa. Si sa che è tutto sudato, che ha il colletto slacciato, la cravatta allentata e il respiro affannoso nel momento in cui sente chiaramente il cozzo delle lamiere proprio sette piani sotto alla finestra che ha di fronte. Ma lui non ha bisogno di guardare.Nel silenzio di quella via a quell’ora della notte un cozzo è distintamente un cozzo.
Eccheccozzo.
Ad Alberigo non ci vuole molto a fare due più due (si è diplomato in ragioneria una quindicina di anni prima e per quanto i successivi studi di economia & commercio siano stati interrotti prima della laurea, la somma in questione non può che fare quattro come le ruote della sua BMW, pur se in questo caso in realtà farebbe sei, aggiungendovi le due della Yamaha di Melania), e si precipita giù per le scale (l’ascensore no, che se si dovesse fermare non c’è nessuno cui chiedere la manovra di salvataggio).
Melania è lì per strada, ancora accasciata dolorante e gemente, ma sta per slacciarsi il casco integrale per farne uscire la massa di riccioli neri che quotidianamente cura con femminile attenzione.
Il cieco anche è li, e pur non avendo visto il cozzo lo ha sentito forte, così come sente ora i gemiti di Melania e le urla di Alberigo che ha finalmente varcato il portone dell’ufficio imprecando. Sotto la luce ambrata di un lampione Melania tenta di alzarsi, ma non ce la fa.
- Piantala di guardare la tua cazzodimacchina e vieni ad aiutarmi, stronzo!
- Brutta troia, guarda cosa mi hai combinato, se non sai andare in moto che cazzo ci facevi a cavallo di quel cesso?
Cose di questo genere.
Il cieco dietro ai suoi occhiali scuri abbozza un sorriso.
Troia che impreca tanto male poi non sta, dice tra se e se. E a fior di labbra aggiunge: stronzo che dopo un incidente pensa per prima cosa ai danni della sua macchina un po’ se lo merita. E fa per andarsene.
- Senta mi aiuti lei per favore, che il mentecatto qui mi sembra strafatto e non si rende conto di una sega. Alberigo si è infatti inginocchiato dietro al cofano rincagnato dell’automobile e in quel momento sta piangendo.
Il vecchio (beh, vecchio poi…, avrà a malapena sessant’anni, ma ne dimostra in effetti qualcuno di più) mostra il bastone bianco e dice:
- Volentieri signorina, per quel che posso… E torna leggermente indietro, verso di lei.
Il cieco si avvicina a Melania e le tende il bastone. La ragazza fa per alzarsi ma non ci riesce e ripiomba a terra.
- Cazzo mi sono rotta qualcosa.
E’ in quel momento che irrompe sulla scena il direttore generale. Liberatosi da poco della troietta dopo aver appagato i sensi della fame, della carne e dell’amor proprio ha pensato di ripassare in ufficio a sistemare alcune cosette compromettenti e che forse non era il caso di lasciare lì, sulla scrivania. Alberigo, ancora chino a fianco delle vistose ammaccature sulla carrozzeria della BMW, come lo vede ha un sussulto e cerca di fare mente locale allo stato in cui ha lasciato la scrivania del suo capo nel momento in cui ha abbandonato tutto, richiamato dal cozzo.
Merda! Sicuramente in disordine. E le carte sono sempre lì, e sono carte che la dicono lunga sulle cazzate che ha combinato con i partner cinesi.
Il direttore vede la BMW, vede Alberigo, anche se tenta di nascondersi dietro alla macchina, vede Melania per terra non distante dalla Yamaha sfasciata, e vede il cieco che non sa come essere d’aiuto alla ragazza. Bel po’ di casino in quella strada che a quell’ora dovrebbe essere silenziosa e deserta.
- Sperti! Cazzo ci fa qui a quest’ora? Era proprio la frase che Alberigo non avrebbe voluto sentire e d’altronde è proprio la più probabile tra quelle che il direttore avrebbe potuto pronunciare in quel frangente. Ma lui no, non ha avuto neanche il tempo di prepararsi una risposta e così improvvisa:
- Ero in moto con la signorina e abbiamo avuto un incidente; chi è quel cazzone che ha parcheggiato questo cesso proprio qui, dietro la curva, che di notte non c’è mai nessuno?
Il direttore nota che di un casco di Alberigo non c’è nessuna traccia e che pertanto le cose non debbano essere andate proprio così. Melania d’altronde ha sentito tutto e sgrana i suoi occhi in faccia al cieco, che naturalmente non li vede.
- Si è fatto male?
- No, io non molto, ma la signorina probabilmente sì e stiamo chiamando un’ambulanza, dice, tirando fuori dalla giacca il cellulare peraltro spento.
- Bene, se non serve il mio aiuto mi tenga almeno informato, dice il direttore, e scompare dietro alla vetrata degli uffici.
Alberigo in quel momento vuole proprio andarsene da lì, il più in fretta possibile, e decide di caricare con l’aiuto del cieco la ragazza sull’automobile e cancellare rapidamente dalla sua vista quella scena e senza lasciarvi i suoi imbarazzanti testimoni. Melania sulle prime fa un po’ di resistenza, ma sia lei che il cieco comprendono che forse una capatina al pronto soccorso potrebbe essere la cosa più intelligente da farsi.
Melania è praticamente sdraiata sul sedile posteriore ed il vecchio si siede accanto al guidatore. La partenza è nervosa, con uno stridore di gomme sull’asfalto che sveglierebbe tutta la via, se qualcuno vi abitasse e vi dormisse. Ma come già detto lì non c’è nessuno, e nessuno può notarla.
- Chi era quello? Chiede Melania. Si sa, le donne non si fanno mai i cazzi loro.
- Non sono cazzi tuoi, risponde di conseguenza Alberigo.
- Perché gli hai detto che eri in moto con me? Insiste.
- …palle! Risponde (se questa è una risposta) continuando a guidare.
- Non volevi fargli sapere che la macchina era tua.
- Ma ti stai zitta?
- Dove mi stai portando?
- In culo ti porterei, porca puttana.
- Beh, sei tu il cazzone. La macchina proprio dietro la curva, che di notte non c’è mai nessuno, ce l’hai lasciata tu. E che era da stronzi lo hai detto proprio tu a quello.
Questa volta Melania ha alzato la voce, sembra stizzita, quasi che avesse ragione lei, ma Alberigo non risponde. Il cieco, che finora non ha partecipato a quella fine conversazione, chiede:
- Le fa ancora male?
Non le fa più tanto male, e in fondo di passare la notte al pronto soccorso proprio non le va. Così risponde no, non mi fa poi tanto male, credo che potremmo anche andare a berci qualcheccosa daqualchepparte a questo punto.
Il vecchio abbozza nuovamente un sorriso ma Alberigo non lo vede, intento a guidare i resti del suo BMW nel buio e sotto la pioggia, e non lo vede neanche Melania dal sedile di dietro, e che ora si sta quasi addormentando.
Guida, Alberigo, e non sa più neanche dove andare. La notte lo inghiotte insieme alla macchina, al vecchio cieco e alla ragazza che gli ha scombussolato tutti i piani.
Pensa ai cinesi che lo hanno fottuto nella trattativa, al suo capo che appena se ne accorgerà porrà fine alla sua carriera, alla BMW nuova fiammante che ora si ritrova il culo come il muso di un bulldog. Pensa alla sua vita da stronzo come a un cumulo di cazzate, ed allora , di botto, frena e scende giù. Apre lo sportello al cieco e gli dice di scendere. Poi apre lo sportello di Melania e le dice di scendere. Non sente neanche quello che loro rispondono
-Scendete, cazzo, continua a sbraitare. Poi si toglie la giacca, si sfila la camicia e comincia a stracciarla in tante strisce e le attorciglia tra loro fino a farne una specie di corda, apre il tappo del serbatoio e vi immerge un capo.
-Correte via ora, lontano. Urla. E dà fuoco con il suo accendino all’altro capo, poi si mette a correre anche lui.
L’esplosione e il rogo che ne segue li vedono bene Alberigo e Melania, accucciati a terra sulla collinetta poco distante dalla macchina in fiamme. Il cieco, in piedi, appoggiato al bastone un poco più indietro di loro, è girato dall’altra parte. Non vede il fuoco naturalmente, non vede le prime luci dell’alba che stanno incominciando ad apparire da dietro le colline e davanti agli occhiali scuri che nascondono i suoi occhi glauchi, ma vede i fili del destino che ora sono saldamente intrecciati.
E sorride un’altra volta.
Carlo Sirotti (Dicembre ’08)