UN CONTINUO DECERVELLAMENTO DI STILE

Ladypazz2

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Ladypazz e il suo Continuo Decervellamento di Stile. Blogger nell'anima, scrittrice famosa nella prossima vita, lettrice attenta, sceneggiatrice e regista di video e booktrailer. Amante del genere noir e non solo, crea fusioni tra libri e immagini e realizza la "Quinta di copertina"

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sabato, 01 agosto 2009

Lì


La casa sembra isolata e io sono seduta fuori in veranda.
Sono circondata da una pergola di uva bianca, più giù i rami degli alberi ondeggiano nella brezza, davanti c'è il mare. Tutto sembra straordinario per quel clima di libertà che riesco quasi a sfiorare; la mia vita è stata un continuo conflitto tra il cercare di possederla e la paura reale di averla.

In questo ultimo anno ho vissuto in diversi luoghi, ho cercato di allontanarmi il più possibile da questa casa, mentre un pensiero fisso continuava a martellare la mia mente. Il mio corpo non era qui, ma le immagini di quelle scale continuavano a tornare, le vedevo nel piatto tra le patate bollite, nascoste dentro i vestiti usati del mercato, negli occhi di un corpo nudo mentre facevo sesso. Qualunque cosa facessi non riuscivo a liberarmene. Qualunque luogo raggiungessi non era mai troppo lontano. Per questo sono ritornata.

La sera questa casa non è più isolata. Ci sono giorni che pagherei qualunque cifra per dimenticare. Certe volte, all'imbrunire, provo a distrarmi: osservo i pipistrelli, do i nomi alle piante, ascolto gli animali. Ma poi la luce va via, è un buio diverso da quello della città, il rumore del vento diventa un richiamo, il mio corpo una calamita, il buio mi avvolge dentro e fuori.

Tutte le sere in ogni muscolo, dentro ogni vena ciò che scorre è paura. La sento, la vedo, la imploro. La mente cerca di mandare al corpo un comando... vai via, corri via, scappa, e invece mi dirigo verso quella cosa, sempre più giù per quella scala a chiocciola. Lì, dove tutto ha avuto inizio e mai fine. Scendo le scale con una torcia in mano e sento l'alito di quella casa: vecchio, imprigionato, violento. Scendo e il respiro diventa sempre più rapido, il silenzio è assoluto. Davanti a me c'è il freezer. Devo, devo, devo aprirlo... devo, devo assicurarmi che tu sia sempre lì.

Ogni sera scendo queste scale con la paura che il tuo corpo sia uscito fuori dal freezer e sia pronto ad ammazzarmi. L'illusione è stata la mia libertà, la realtà la mia condanna.

                                                     Ladypazz, la ragazza che si improvvisa


postato da: ladypazz2 alle ore 20:53 | link | commenti (15)
categorie: racconto, noir, ladypazz
lunedì, 01 giugno 2009

toc toc...chi è?

Oggi ospito un racconto del giornalista  e  scrittore Enrico Gregori.

Il suo blog : http://enricogregori.splinder.com/

Tra i suoi libri:

      


Attualmente sta lavorando all'uscita del suo terzo romanzo
.

Grazie Enrico

L'ESTATE DEL '65
 
 

Fu così che conobbi Geppo il Roscio.
Lui abitava in un paesino del Frusinate. Mi costrinsero a passarci le vacanze.
C’è l’aria buona, avevano detto, e tu hai l’adenopatia. C’è la cugina
di mamma lì, è come una zia. Starai bene e guarirai.

Sì ricordo, oh sì che ricordo.

Quando arrivai a casa di quella donna... CHE TETTE!
E mi accolse con un bicchiere di latte appena munto.
Un litro di questo al giorno, mi consigliò, e sarai forte come un torello.
Geppo il roscio aveva sempre i pantaloni strappati e le ginocchia ferite.
Era il figlio della balia. Aveva tanti fratelli, in un certo
senso.
E sarai mio fratello anche tu, mi disse. Ma sappi che tutti i miei fratelli fanno
il giuramento.
Quale?
Il giuramento dei pirati del cocomero. Si va di notte nel campo di don
Cataldo e si rubano le angurie. Sono due anni che lo facciamo. Se lo merita, è
avaro da fare schifo.

Geppo che andava avanti scorticandosi le ginocchia.
I suoi capelli erano oro rosso sotto la luce della luna.
E poi una fucilata a disintegrare sogni e silenzi.
Geppo il roscio colpito in pieno.
Mi credevo che era una volpe, disse don Cataldo.
E Geppo moriva abbracciato al suo ultimo cocomero.

Sì ricordo, oh sì che ricordo.

La mia paura e la mia rabbia. Ricordo che avevo tra le mani una doppietta più grande di me.
Ricordo il maresciallo: “c’hai 11 anni, ‘stu figlio ‘e bucchine che sei!”.
E ricordo che mi rimandarono a casa, dopo che avevo ammazzato don Cataldo,
Senza più Geppo, ma sempre con l’adenopatia.


postato da: ladypazz2 alle ore 09:05 | link | commenti (8)
categorie: racconto, noir, enrico gregori
sabato, 07 febbraio 2009

punta tacco


Ho 7 anni e voglio colorare tutte le mura del mio paese con i miei acquerelli.
   
  Stavolta non tremerò.
Inseguire lucertole e farfalle, nascondermi sugli alberi, disegnare le nuvole e contare fino a un milione.
   
Io sono forte.
Voglio cantare e ballare sul prato verde delle colline. Imparerò a suonare il violino e un giorno madames e monsieurs mi applaudiranno nel teatro più grande di Parigi. 
Voglio che ci sia la pace e voglio conoscere tutti i bambini del mondo. Voglio inventare un colore nuovo e vivace per dipingere il buio della notte.
   
Chiuderò e stringerò forte gli occhi.
Voglio dare un nome a ogni stella e la più grande avrà il mio nome.
    Non ti supplicherò. Sarò forte.
Voglio avere sei bambini e sposarmi da grande.
Voglio diventare un'attrice famosa e andare a vivere a Hollywood.
   
Chiuderò gli occhi e vedrò il mare e noi due che giochiamo con i castelli di sabbia.
Voglio aiutare i poveri del terzo mondo.
    Sarò così lontana con l'immaginazione che non sentirò dolore.
Voglio una piscina nel giardino e un cane grosso e bianco.
   
Non ti chiederò il perché.
Voglio da grande proteggere gli indifesi.
   
Non ti odierò.
Voglio diventare una brava pittrice.
   
Un giorno guarirai.
Voglio imparare il linguaggio degli animali e parlare con gli uccelli e chiedere se un giorno potrò partire con loro.
Voglio parlare con Gesù e pregare perché tu possa essere felice.
Voglio ridere e sorridere tutta la vita.
Dopo mi addormenterò e quando mi sveglierò sarà stato solo un brutto sogno.

Ho 28 anni e sento miei solo i colori più spenti.
   
Tremo come la prima volta.
Inseguo cani randagi sperando che mi sbranino, disegno steli senza boccioli e conto i giorni che spero mi rimangano da vivere.
   
Piango disperata.
Vivo nel mio silenzio senza musica. Spero che qualcun altro stia contando le stelle e  sia diverso da me.
    <Ti supplico non farlo!>
Non voglio avere figli, mi odieranno e si vergogneranno di me.
   
Piango e urlo.
Voglio non pensare a quella vasca nel mio bagno o mi suiciderò dentro.
   
Fisso quel cavallo di legno.
Non potrò chiedere agli uccelli di portarmi con loro, perché io ho le ali spezzate.
   
E' sempre lo stesso dolore. E' sempre lo stesso odore.
Non parlerò con Gesù perché non credo più in niente.
   
<Smettila ti prego!>
Io non sorrido più.
   
<Nooooh!>
Dopo mi addormenterò e saranno incubi e quando mi sveglierò sarai tu alla stessa ora, sarai di nuovo lì bramoso tra le mie gambe. Un giorno mi ammazzerò.

Ladypazz

lunedì, 19 gennaio 2009

son guiro, dall'altro lato mi rigiro

    

Piove. E' un grigio pomeriggio di gennaio.
Per molti oggi è così. Per me no.
La pioggia mi dà sicurezza.
Allena i miei pensieri. Rafforza le mie idee.
C' è una pioggerellina sottile, silenziosa, simile a quella di Londra.
Mi piace la pioggia, perché è romantica, unisce, ricorda.
Quando piove invito gli amici a cena.
Questa sera preparo il cous cous. Il kebab l'ho ordinato. Le salsine e le spezie non mi mancano.
Il vino l'ho fatto io.
Ho invitato Luca e la sua ragazza astemia, l'ultimo album di Vinicio Capossela,
Andrea  e le sue chiacchiere; alcune sono interessanti altre, vertono un po' troppo sulle donne. Finisco sempre col chiedergli  come mai  molti uomini hanno sempre così tante idee interessanti su quello che faranno per me e le altre donne.
Mi piace la pioggia, perché è dispettosa.
Oggi piove su tutti, ricchi e poveri.
Molti uomini e molte donne trascorrono la loro vita scendendo a patti con una falsa immagine di loro stessi.
La maggior parte della gente è povera.
La maggior parte di noi non vuol sentirselo dire.
La povertà potrebbe diventare una forza per una comunità e invece rimane un difetto da nascondere.
Ho visto famiglie andare in disgrazia, perché volevano imitare i ricchi.
I miei vicini hanno comprato un Audi e spesso non riescono a comprare il pane.
Lui ha lavorato 16 ore al giorno per due anni, per permettersi almeno una volta nella vita, una cena il 10 di agosto, nel miglior ristorante della località estiva scelta dai ricchi.
E mentre cenano non si guardano in faccia.
E mentre cenano, nel ristorante di lusso, i ricchi non ci sono.
Accanto a te c'è la plebe. Quella che pensavi di aver lasciato a casa.
E quella settimana al mare farai la fila esattamente come in città.
C'è troppo traffico e lo yacht non ce l'hai.
50 euro una coca cola e l'elicottero non ce l'hai.
I ricchi, i veri ricchi, non confondono la gente.
I ricchi cenano solo con i ricchi. Loro non si sbagliano.
Il sistema loro non lo subiscono, lo hanno creato.
Hai trascorso due anni della tua vita lavorando 16 ore al giorno e non hai scattato nessuna foto ai tuoi figli.
Hai pagato duemila euro una cena per raccontarlo ai tuoi amici rimasti in città. Saranno orgogliosi di te.

"Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole una gazzella si sveglia, sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa.
Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole un leone si sveglia, sa che dovrà correre più della gazzella o morirà di fame.
Ogni mattina in Africa, non importa che tu sia un leone o una gazzella, l'importante è che tu incominci a correre."


Con questa frase il sistema ci ha convinto e ha vinto. 
Io invece che sono un "guiro" mi verso un bicchiere di vino...
..alla salute.

"... I dubbi della vita mi pongo ma più ci ripenso più nel letto sprofondo..." V. Capossela








sabato, 10 gennaio 2009

a pancia in su

Ho comprato un tappeto, è di canna di bambù.
Ieri, a pancia in su sul tappeto, ascoltavo Bill Frisell, un chitarrista che, secondo me, non può essere definito facilmente all'interno di un genere.
So per certo che ha un suono unico.
E pensavo al mio modo di guardare le cose.
Spesso ho pensato fosse unico.
Lo consideravo un valido strumento di evasione.
Ricordo che a sette anni, la mia famiglia, come tutte le famiglie del paese quel giorno, aveva trascinato incredulità e curiosità verso la chiesa del santo patrono per vedere il miracolo della Madonna che piangeva da due giorni.
Sembravano tutti essere destinatari di un miracolo che a me non interessava.
Io ero rimasta fuori a fissare una porta e delle mani che sporgevano dalle ante.
Erano mani grandi di donna anziana e chissà chi era quella donna e cosa avevano fatto quelle mani, cosa avevano raccolto e cosa avevano toccato. Da piccola i racconti dei grandi su come avevano superato le difficoltà della guerra erano i miei preferiti. Come nascondevano, come proteggevano, come comunicavano e si aiutavano l'un l'altro. Forse chi crede che la guerra sia una cosa giusta non ha mai ascoltato racconti veri, di gente vera intendo. Forse ha ascoltato le chiacchiere da salotto di qualche intellettuale di sinistra e di destra che per terra, per bere, non ha mai leccato. O forse è semplicemente un pazzo.

Ho sempre osservato le cose più imbarazzanti, apparentemente meno ghiotte e appariscenti.
Ho sempre cercato di saltare il muro di ogni tabù, di ogni convenzione, di ogni sortilegio.
All'inizio credevo di poter essere una persona interessante per questo.
Ma ritrovarsi in una stanza nera con i fari rossi e la gente che balla e si diverte, mentre tu hai un'erezione vertebrale nell'osservare certe dinamiche tra cacciatori e prede, col tempo fa sentire diversi.

Spesso ho la sensazione di non riuscire a cogliere l'essenziale.
Ho letto da qualche parte che questa sensazione ce l'ha l'autodidatta.

Ma se qualcuno mi dovesse insegnare io finirei col diventare un prototipo, magari numerato, e i miei racconti e le mie immagini e i miei colori avrebbero un alibi.
Io invece voglio essere libera.
Ho dato a Luca, il mio vicino innamorato e incasinato, il primo capitolo della storia che sto scrivendo.
E' da due giorni che non si fa vivo.
Sarà mica imbarazzato?
Lo so che non c'è nulla di unico nel guardare le cose a pancia in su, semplicemente, certe volte, ti può capitare di sorridere alle stelle.

Ladypazz


lunedì, 22 dicembre 2008

in direzione ostinata e contraria

è quando sei persa che guardi i tuoi sogni e le tue idee scivolare giù, lungo le tue braccia e poi lungo i  fianchi. fai finta niente, mentre si arrampicano sulle tue ginocchia. ma quando li vedi aggrapparsi ai tuoi piedi per non cadere, non ce la fai a scrollarteli di dosso, e  allora  ti stendi sul letto e lo fai puntando in alto i piedi per farli scivolare sulla tua pancia. ti fanno il solletico e inizi a sorridere. è il più bel solletico mai provato. quello che ti fa vivere e sentire viva.

sabato, 20 dicembre 2008

A.A.A.

                     Ladypazz è in cerca...

... di una buona idea 

lunedì, 24 novembre 2008

Scatti durante le riprese del BookTrailer




Il video lo trovate qui:  BookTrailer - Enrico Gregori

TITOLO LIBRO: Un tè prima di morire di Enrico Gregori

AUTORE B.K. :  Ladypazz

EDITORE: Bietti Media

ANNO: 2008

DURATA: 2.34

Enrico Gregori.
Giornalista, esperto di cronaca nera. Il suo secondo libro  " Doppio Squeeze " lo trovate su
www.biettimedia.it/index.asp e a giorni sarà nella collana " Giallo Grigi  " di www.ragioncritica.it  Su quest'ultimo sito troverete anche il suo primo libro " Un tè prima di morire "
Inizia l'attività giornalistica nel 1975 come collaboratore di una rivista musicale specializzata nel Rock. Grazie a questo lavoro gira molto per l'Europa e per l'Italia. Conosce ed intervista alcuni personaggi noti e meno noti di quel mondo, come i Queen, Patti Smith e Bruce Springsteen. La professione "vera" la inizia nel 1980 a Il Tempo e poi, nel 1989, passa a Il Messaggero. Il suo impegno è stato sempre la cronaca nera. Da cronista "sbattuto" sui marciapiedi è diventato il responsabile della "nera" de Il Messaggero. Gli anni di piombo, la banda della Magliana e tutto ciò che, in particolare a Roma, ha visto la civile convivenza lacerata dalla violenza, dal disagio, dal delitto, lo ha trovato, in strada, sui luoghi degli avvenimenti, attento osservatore per conto dei lettori del suo giornale. Oggi dice che "coordina" il lavoro altrui, anche se ogni tanto ed in casi molto specifici, gli viene chiesto di scrivere. I suoi interessi personali sono rivolti alla letteratura "noir" di qualità, alla musica Rock, e all'enologia.









sabato, 22 novembre 2008

La sottoscritta...

...è ben contenta di prensentarvi il suo ultimo lavoro.
E' un BookTrailer realizzato per lo scrittore 
Enrico Gregori 
e  per  il suo romanzo noir " Un tè prima di morire". Da pochi giorni è uscito il suo  secondo romanzo:  
" Doppio Squeeze " .
Ringrazio il cameraman e amico Giovanni Fraoni per la professionalità e la pazienza, e ringrazio tutte le persone che mi hanno aiutato nella realizzazione di questo video e si sono divertite nel farlo. 

IMPORTANTISSIMO
Prima
di far partire il trailer ricordate di digitare, sotto lo schermo  di youtube, la frase GUARDA IN ALTA QUALITA'
                    


             BookTrailer 

E adesso il discorso informale

Esiste Ladypazz da quattro anni e oggi esiste anche Ladypazz Produzioni.
Esiste la scrittura e quella esisterà sempre.  
Esiste un blog e i suoi utenti. Oggi mi sento di ringraziare alcuni bloggers, alcune persone che mi conoscono da anni e che mi sono sempre state accanto senza mai varcare il limite, senza mai farmi sentire a disagio. Perché conoscono l' eleganza, lo stile e il rispetto.

Dedico questo lavoro a Zop, a BorisBlack, al Viaggiatore, a Joe Skanner, a Salvatore D'Antoni, al Linchetto, a Kollaps, a Rock Saloon, ad AlexTatau, a Luka1975, a Dentes de Essile.

Oggi esiste anche la regia, la sceneggiatura, la voglia di creare e crescere.






venerdì, 07 novembre 2008

Perdas de Fogu - Massimo Carlotto & Mama Sabot

Mi piace molto il booktrailer del nuovo libro " Perdas de Fogu " di Massimo Carlotto.
E mi è sempre piaciuto il suo stile, perché è 100% puro "noir".
     
           

                                                


postato da: ladypazz2 alle ore 16:35 | link | commenti (18)
categorie: libri, noir
venerdì, 03 ottobre 2008

Sposiamoci

Alice era in bagno, si puliva il contorno occhi dal mascara.
Aveva già tolto l’abito da sera, lo aveva fatto scivolare sul pavimento della sua camera da letto insieme alla magia che le aveva procurato indossarlo.
Doveva essere una cena romantica, in un ristorante elegante che si affaccia sul mare. Alice avrebbe ordinato linguine ai ricci per due, e lui avrebbe scelto il vino. Si sarebbero scambiati sorrisi tutta la sera e sfiorato le mani, ricordando quanto fosse ancora piacevole, dopo anni, la pelle dell’altro. Avrebbero mangiato aragosta e alla fine, prima dell’ultimo brindisi, lui le avrebbe chiesto di sposarla. Chi conosceva Alice, la definiva una ragazza semplice, studiosa, educata, composta. Alice, la figlia da desiderare, la fidanzata da presentare, quella storica.  Alice, forse per quella serie di doveri cui si era costantemente uniformata, aveva un unico sogno: un matrimonio, due figli sani, un cane, un gatto, due settimane di ferie al mare in agosto, una d'inverno in montagna. Convinta che questo bastasse.
Alice non era andata subito a letto, il nodo allo stomaco, per la serata più attesa della sua vita andata in fumo, era ancora lì. Era seduta sulla poltrona gialla accanto alla finestra e aveva messo il viso tra le mani per lasciarsi ad un pianto di delusione e rabbia.
Dietro di lei una voce: - Mi dispiace Alice, sono stato trattenuto di nuovo al lavoro.

Eccolo lì il suo Luca, aveva scavalcato il cancello ed era entrato dalla finestra della camera da letto, era troppo tardi per suonare il citofono. Lei lo guardò negli occhi, il suo futuro era lì, in ritardo, ma era lì. Per questo Alice decise di ingoiare subito la delusione per la cena saltata e di abbracciarlo con un sorriso.
Luca aveva chiamato a casa di Alice verso le 21 salutando al telefono la signora Marisa e avvisando Alice, che avrebbero dovuto rimandare la loro cenetta romantica a causa di un impegno di lavoro saltato fuori all’improvviso. Le aveva chiesto scusa più volte al telefono, ma d’altronde quella degli imprevisti sul lavoro era divenuta ormai la routine e lei avrebbe come minimo dovuto metterlo in conto. Routine o meno Alice, quella sera al telefono, non aveva potuto fare a meno di urlare la sua rabbia.
- Questa sarà la nostra vita? E a questo che dovrò abituarmi pian piano?

-  Alice ti prego non dire così, lo sai sono ancora pochi mesi che lavoro nello studio di tuo zio.  Sono l’ultima ruota del carro.
-  Mio zio è uno stronzo e oggi sono dieci anni che stiamo assieme!...Ci sentiamo domani, adesso vado a dormire, buon lavoro! Alice aveva messo giù il telefono, mentre sua madre si era avvicinata per dirle di star tranquilla, che quei sacrifici, anche se adesso le era difficile capirlo, le  avrebbero consentito un futuro sereno.
- Va bene mamma, buona notte.
Luca era un novello avvocato, lavorava nello studio dello zio di Alice per mille euro al mese, quasi dodici ore al giorno. Due, tre sere la settimana capitava che non andasse via dallo studio prima delle 3 di notte. Per i loro dieci anni di fidanzamento Luca le aveva promesso una serata speciale.
Lui fissava le lacrime scendere sulle guance della sua fidanzata che continuava nonostante tutto a sorridere.
- Mi dispiace così tanto – le disse, sentendosi abbracciare il collo.
- Non fa niente – rispose lei, dopo aver terminato di versare tutte le sue lacrime.
- Senti, lo so che è tardi, ma ti va di fare una passeggiata? Non ti lascio da sola con questi occhi tristi.
Era l’una di notte, e Alice accettò. Il tempo di vestirsi e saltare dalla finestra della sua camera, in pochissimo tempo, senza svegliare nessuno, erano mano nella mano sul sentiero che portava al bosco, indicando la luna e scherzando sui versi e i suoni della notte.
Alice si era seduta sul tronco di un pino tagliato, di fronte alla luna che le addolciva il viso. Disse solo: - Luca sposiamoci, basta con la vita da eterni fidanzatini…- , e Luca, da dietro, si curvò sul corpo di Alice infilandole una lama di un coltello al centro del collo. Strinse i denti e spinse la lama verso giù con tutto il peso del suo corpo.

Poi le strappò l’abito e lasciò lì, il corpo di Alice, nudo, caduto in avanti con la fronte immersa nel fango, e la schiena aperta in due.
Luca ritornò in studio a piedi. Ci impiegò 20 minuti allungando per alcune stradine periferiche. A quell’ora lo studio era vuoto come ogni sera dalle 23 in poi. Anche quella notte era l’unico a dover terminare il proprio lavoro. Fece prima una doccia e poi si mise davanti al computer lasciato acceso un paio d’ore prima.
Terminò di scrivere un paio di mail importanti a due clienti e dopo averle inviate, chiuse lo studio e rientrò a casa.


postato da: ladypazz2 alle ore 11:36 | link | commenti (24)
categorie: racconti, noir
venerdì, 23 maggio 2008

Notte Buia


Qui

postato da: ladypazz2 alle ore 10:41 | link | commenti (27)
categorie: noir
lunedì, 12 maggio 2008

Antiruggine

 

Ho venticinque anni e porto addosso il peso di sessanta.
Da sempre, lotto contro i miei stessi pensieri, insaziabili di cadute in precipizi senza fine; ma perdo sempre.
Anche il mio corpo perde spesso l'equilibrio. Ho un corpo troppo esile e stanco di trascinarsi dietro, quella gabbia piena di ricordi sanguinosi e ancora vivi e di rabbia, per quei ricordi mai esistiti.
Porto con me, come fedele nemico, il rimpianto di una vita spezzata e di un'altra  che non avrebbe voluto esistere.
Irene alla mia età aveva incontrato un uomo che amava incondizionatamente. 
Piango per lei perché, poco prima del matrimonio, fu brutalmente picchiata, denudata e violentata da due mostri di passaggio.
Irene fu ritrovata due giorni dopo: scalza, sporca, in piedi lungo la statale a pochi metri dal bosco.
Da quel giorno si chiuse nella sua stanza e buttò via le chiavi della sua anima violentata.
Dalla sua bocca, mai più una parola.
Contro il suo tormento, nessun urlo.
Dal suo corpo, una nuova vita.
Mi partorì all'ottavo mese. Dopo otto mesi e un giorno, si trascinò verso la finestra della sua camera d'ospedale e si gettò sotto.
Crescendo ho vissuto anni di follia alternati ad altri di acerbo dolore ad altri ancora di rifiuto per me stessa e per la vita.
La mia vita è stata una continua ricerca, ossessiva e frenetica, del suo stesso tormento.
Ho conosciuto la pietà e l'imbarazzo della gente per una bastarda senza nome.
Ho succhiato il sangue dalle ferite e ho soffocato quei pochi attimi di sicurezza. Ho provato gusto nel farlo.
Oggi è 25 giugno, mia madre si è ammazzata in questo giorno.
Sono seduta sul letto di una camera di un motel che conosco molto bene. Qui, ho consumato ore di sesso con uomini che non conoscevano il mio nome e con donne che volevano consolarmi con il loro culo grasso e voglioso.
Guardo il flacone che ho tra le mani, ho paura.
 Cerco e trovo  il coraggio.
Non voglio vivere un solo attimo in più di lei, non ho motivo per desiderarlo e comunque non potrei essere io quel motivo.
Me lo ripeto e bevo l’ antiruggine, perché mi corroda l'esofago.
Un altro sorso, forse quello letale.
Squilla il cellulare. “Pronto!”

 -“Pronto signorina, la chiamo dal laboratorio di analisi, quei disturbi non erano niente di grave! Lei è incinta!”
 -“...”
 -“Signorina pronto? Ha sentito? E’ incinta!”
 Un aiuto che non sentirà nessuno.
 Una lacrima, niente più.             

                                                                                                  Ladypazz

                    

postato da: ladypazz2 alle ore 15:21 | link | commenti (35)
categorie: noir
mercoledì, 12 dicembre 2007

   

                  'nsomma Libano, sta base ce serve pe fà che?
                  Per pigliarse quello che se volemo piglià tutti.
                  E che se volemo piglià tutti?
                  Roma.

 


Freddo: Preparami er conto, Libano. Io esco dal gioco.

Libano: Non se esce da 'sto tipo de giochi, a'Fredo.


Freddo: E chi lo stabilisce? Te? Che n'conti più un cazzo perché te sei vennuto ai politici.

Libano: Guarda che io non sapevo niente de Bologna, eh?


Freddo: O' vedi che è come te dico io? Lo vedi? Ce usano senza manco darci le spiegazioni. Quanno c'avranno spremuti come limoni ce butteranno dentro ar secchio. Io me ne vado prima che'e'gambe mie! Vojio morì come dico io! Non come quanno come dicono loro.

Libano: Ma non me pijià per culo!!! Non me pijià per culo!!! A'Freddo, la politica non c'entra'n'cazzo! Te sei bevuto er cervello per quella, hai sbroccato! Hai spragnato tutto: l'amicizia, eremo fratelli io e te. Se ne vo'annà... C'era'n'patto: pe'sempre!

Freddo: 'Ste regole ormai non contan più.

Libano: 'Sta gamba vale! 'Sta gamba!!! È pe'semmpre! Io m'ha sò giocata per difende: a te e a Dandi, hai capito? Hai sentito quello che t'ho detto, eh? Hai capito, a'Giuda?!?

Freddo: Allora se so' Giuda dammi ste trenta denari che me spettano e famola finita.

                                                                      Romanzo criminale
                                                                     

 

 


postato da: ladypazz2 alle ore 20:14 | link | commenti (14)
categorie: libri, noir