Ladypazz2




Ho 7 anni e voglio colorare tutte le mura del mio paese con i miei acquerelli.
Stavolta non tremerò.
Inseguire lucertole e farfalle, nascondermi sugli alberi, disegnare le nuvole e contare fino a un milione.
Io sono forte.
Voglio cantare e ballare sul prato verde delle colline. Imparerò a suonare il violino e un giorno madames e monsieurs mi applaudiranno nel teatro più grande di Parigi.
Voglio che ci sia la pace e voglio conoscere tutti i bambini del mondo. Voglio inventare un colore nuovo e vivace per dipingere il buio della notte.
Chiuderò e stringerò forte gli occhi.
Voglio dare un nome a ogni stella e la più grande avrà il mio nome.
Non ti supplicherò. Sarò forte.
Voglio avere sei bambini e sposarmi da grande.
Voglio diventare un'attrice famosa e andare a vivere a Hollywood.
Chiuderò gli occhi e vedrò il mare e noi due che giochiamo con i castelli di sabbia.
Voglio aiutare i poveri del terzo mondo.
Sarò così lontana con l'immaginazione che non sentirò dolore.
Voglio una piscina nel giardino e un cane grosso e bianco.
Non ti chiederò il perché.
Voglio da grande proteggere gli indifesi.
Non ti odierò.
Voglio diventare una brava pittrice.
Un giorno guarirai.
Voglio imparare il linguaggio degli animali e parlare con gli uccelli e chiedere se un giorno potrò partire con loro.
Voglio parlare con Gesù e pregare perché tu possa essere felice.
Voglio ridere e sorridere tutta la vita.
Dopo mi addormenterò e quando mi sveglierò sarà stato solo un brutto sogno.
Piove. E' un grigio pomeriggio di gennaio.
Per molti oggi è così. Per me no.
La pioggia mi dà sicurezza.
Allena i miei pensieri. Rafforza le mie idee.
C' è una pioggerellina sottile, silenziosa, simile a quella di Londra.
Mi piace la pioggia, perché è romantica, unisce, ricorda.
Quando piove invito gli amici a cena.
Questa sera preparo il cous cous. Il kebab l'ho ordinato. Le salsine e le spezie non mi mancano.
Il vino l'ho fatto io.
Ho invitato Luca e la sua ragazza astemia, l'ultimo album di Vinicio Capossela,
Andrea e le sue chiacchiere; alcune sono interessanti altre, vertono un po' troppo sulle donne. Finisco sempre col chiedergli come mai molti uomini hanno sempre così tante idee interessanti su quello che faranno per me e le altre donne.
Mi piace la pioggia, perché è dispettosa.
Oggi piove su tutti, ricchi e poveri.
Molti uomini e molte donne trascorrono la loro vita scendendo a patti con una falsa immagine di loro stessi.
La maggior parte della gente è povera.
La maggior parte di noi non vuol sentirselo dire.
La povertà potrebbe diventare una forza per una comunità e invece rimane un difetto da nascondere.
Ho visto famiglie andare in disgrazia, perché volevano imitare i ricchi.
I miei vicini hanno comprato un Audi e spesso non riescono a comprare il pane.
Lui ha lavorato 16 ore al giorno per due anni, per permettersi almeno una volta nella vita, una cena il 10 di agosto, nel miglior ristorante della località estiva scelta dai ricchi.
E mentre cenano non si guardano in faccia.
E mentre cenano, nel ristorante di lusso, i ricchi non ci sono.
Accanto a te c'è la plebe. Quella che pensavi di aver lasciato a casa.
E quella settimana al mare farai la fila esattamente come in città.
C'è troppo traffico e lo yacht non ce l'hai.
50 euro una coca cola e l'elicottero non ce l'hai.
I ricchi, i veri ricchi, non confondono la gente.
I ricchi cenano solo con i ricchi. Loro non si sbagliano.
Il sistema loro non lo subiscono, lo hanno creato.
Hai trascorso due anni della tua vita lavorando 16 ore al giorno e non hai scattato nessuna foto ai tuoi figli.
Hai pagato duemila euro una cena per raccontarlo ai tuoi amici rimasti in città. Saranno orgogliosi di te.
"Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole una gazzella si sveglia, sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa.
Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole un leone si sveglia, sa che dovrà correre più della gazzella o morirà di fame.
Ogni mattina in Africa, non importa che tu sia un leone o una gazzella, l'importante è che tu incominci a correre."
Ho comprato un tappeto, è di canna di bambù.
Ieri, a pancia in su sul tappeto, ascoltavo Bill Frisell, un chitarrista che, secondo me, non può essere definito facilmente all'interno di un genere.
So per certo che ha un suono unico.
E pensavo al mio modo di guardare le cose.
Spesso ho pensato fosse unico.
Lo consideravo un valido strumento di evasione.
Ricordo che a sette anni, la mia famiglia, come tutte le famiglie del paese quel giorno, aveva trascinato incredulità e curiosità verso la chiesa del santo patrono per vedere il miracolo della Madonna che piangeva da due giorni.
Sembravano tutti essere destinatari di un miracolo che a me non interessava.
Io ero rimasta fuori a fissare una porta e delle mani che sporgevano dalle ante.
Erano mani grandi di donna anziana e chissà chi era quella donna e cosa avevano fatto quelle mani, cosa avevano raccolto e cosa avevano toccato. Da piccola i racconti dei grandi su come avevano superato le difficoltà della guerra erano i miei preferiti. Come nascondevano, come proteggevano, come comunicavano e si aiutavano l'un l'altro. Forse chi crede che la guerra sia una cosa giusta non ha mai ascoltato racconti veri, di gente vera intendo. Forse ha ascoltato le chiacchiere da salotto di qualche intellettuale di sinistra e di destra che per terra, per bere, non ha mai leccato. O forse è semplicemente un pazzo.
Ho sempre osservato le cose più imbarazzanti, apparentemente meno ghiotte e appariscenti.
Ho sempre cercato di saltare il muro di ogni tabù, di ogni convenzione, di ogni sortilegio.
All'inizio credevo di poter essere una persona interessante per questo.
Ma ritrovarsi in una stanza nera con i fari rossi e la gente che balla e si diverte, mentre tu hai un'erezione vertebrale nell'osservare certe dinamiche tra cacciatori e prede, col tempo fa sentire diversi.
Spesso ho la sensazione di non riuscire a cogliere l'essenziale.
Ho letto da qualche parte che questa sensazione ce l'ha l'autodidatta.
Ma se qualcuno mi dovesse insegnare io finirei col diventare un prototipo, magari numerato, e i miei racconti e le mie immagini e i miei colori avrebbero un alibi.
Io invece voglio essere libera.
Ho dato a Luca, il mio vicino innamorato e incasinato, il primo capitolo della storia che sto scrivendo.
E' da due giorni che non si fa vivo.
Sarà mica imbarazzato?
Lo so che non c'è nulla di unico nel guardare le cose a pancia in su, semplicemente, certe volte, ti può capitare di sorridere alle stelle.
Ladypazz

E' martedì sera.
A casa ci siamo io e le mie luci colorate di natale organizzate sulla nuova libreria ad angolo.
Dalla finestra della cucina si vede la gente che è per strada. Fuori piove a singhiozzo e molti giù aspettano un parcheggio. Altri escono dai negozi stracolmi di buste. Altri si urtano e urlano contro, perché non si rispettano le file ed hanno fretta più degli altri. Un signore anziano con la barba bianca e lunga è steso per terra e cerca di ripararsi dal freddo. Ci assomiglia, ma non è babbo natale. Lui distribuisce silenzi.
Suonano alla porta, è Luca, il vicino di pianerottolo. Preparo una cioccolata calda al rum, mentre mi chiede un consiglio. Lui è fidanzato, ma vorrebbe trascorrere il capodanno con la ragazza che ha conosciuto in rete. Una blogger anche lei. E' dolce, bionda, alta, intelligente, magra, sognatrice. E poi scrive molto bene. Luca pensa di essersene innamorato.
Quante donne e quanti uomini domani a mezzanotte diranno auguri al proprio marito o alla moglie, compagno/a e invieranno un messaggio a quell' uomo affascinante e sposato o divorziato che vive in quella città lontana mille km e a quella donna sempre sorridente, colta, single e di classe con le gambe da accarezzare e i commenti che fanno sognare?
Oggi ho fatto il pane, avevo bisogno di un profumo che mi ricordasse.
Questa mattina invece, ho sistemato delle tele spoglie nel mio atelier.
Lì, c'è tutto il mio mondo. I miei colori, i miei pensieri, le mie creazioni, i miei racconti, i miei libri, le mie imperfezioni, le mie idee...vivono assieme, ballano e non mentono.
Ve ne racconterò.
Intanto, buon anno.
...continua
Ladypazz
è quando sei persa che guardi i tuoi sogni e le tue idee scivolare giù, lungo le tue braccia e poi lungo i fianchi. fai finta niente, mentre si arrampicano sulle tue ginocchia. ma quando li vedi aggrapparsi ai tuoi piedi per non cadere, non ce la fai a scrollarteli di dosso, e allora ti stendi sul letto e lo fai puntando in alto i piedi per farli scivolare sulla tua pancia. ti fanno il solletico e inizi a sorridere. è il più bel solletico mai provato. quello che ti fa vivere e sentire viva.
Ladypazz è in cerca...

Perché non riesco a gestire il tempo? A 9 anni desideravo spesso di poterlo fermare. Fermare tutto. Fermare la gente. La sola a camminare nel mio paese. La sola in Italia e nel mondo ad agire. Ci avete mai pensato a quante cose si possono realizzare con un simile potere? Io aspettavo solo di trovare sotto il cuscino una bacchetta blu e magica con una stella gialla in cima. Avrei bloccato il tempo e sarei andata in giro per il mondo. Sarei andata in America e avrei visitato tutti quei posti cerchiati col pennarello rosso sulla cartina geografica appesa dietro la mia testa, nella classe terza, sezione C. Poi ho capito che fermare tutto e tutti non sarebbe servito a nulla perché io in America non ci sarei potuta arrivare. Come avrei potuto superare il problema del mare? Insomma se blocchi il tempo, blocchi anche la gente, blocchi le auto, i mezzi di trasporto e io come avrei potuto fare? A 9 anni non sapevo guidare, né mantenermi a galla in un oceano e allora cambiai desiderio. Il secondo pensiero, dopo il sogno americano, fu quello che avrei potuto rubare senza nessun testimone tra i piedi. Sarei potuta entrare nelle banche e nessun allarme si sarebbe azionato. Però prima di diventare ricca avrei dovuto far saltare in aria il bancomat o almeno un muro o una vetrata spessa 30 cm. Non riuscivo a capacitarmene, ero in possesso di un potere grande e non ero in grado di utilizzarlo perché ero troppo piccola. Poi ho capito che avrei potuto derubare almeno il bar di fronte la fontana del paese. Il bar col nome del santo patrono. Quello col proprietario stronzo. Coi baffi neri e folti e senza capelli. Quell'uomo, bell' anima, pesava le mie caramelle alla menta e liquirizia e prima di passarmi il sacchetto da un etto se ne scartava una o due e mi diceva grazie. Masticava le mie caramelle mou con la bocca aperta. A volte riuscivo perfino a contargli le otturazioni nere e gli spazi vuoti tra un dente e l'altro. Avevo fermato il tempo, potevo andare in giro per le strade senza preoccuparmi dei pericoli per i bambini. Sarei finita nei vicoli bui delle città, e forse avrei potuto incontrare un uomo con la pistola puntata contro. Avrei potuto decidere a 9 anni se salvare la vita a qualcuno buttando via quell'arma. Oppure avrei potuto impugnare una pistola e sparare senza sentire lamenti. A 9 anni desideravo fermare il tempo e non volevo condividere quest'esperienza con nessuno. Che delinquente. Oggi non riesco ancora a organizzare il mio tempo. Compio azioni sconsiderate. Ho paura di attraversare una strada. Faccio indigestione di liquirizia. Bevo Mahnattan e sono contraria all'uso delle armi, della violenza, della pena di morte. Vivo ancora di desideri.

La sveglia suona alle 7 e mezza tutte le mattine, ma non è lei a svegliarsi per prima.
Morgana non è mai più veloce di me.
Appena sveglia ha volto e seni nascosti da capelli lunghi, lisci e neri.
Il suo è un corpo magro, ossuto e forte che sa contorcersi e ritirarsi con movimenti simili a quelli di un ragno.
Beve solo un caffé amaro Morgana con i capelli tirati su e la frangia morbida sugli occhi metà verdi, metà cenere. Sulla nuca una lingua biforcuta di un serpente si nasconde sotto il colletto bianco e scivola lungo tutta la schiena, fino a delineare dolcemente, con la coda, la sua natica sinistra.
Morgana prepara la sua reflex, in cucina c’è Coltrane a farle compagnia, infila un paio di jeans e corre via, mentre la musica rimane accesa. I primi tempi pensavo se ne dimenticasse per la fretta, col tempo ho capito che la musica le serviva a cullare i ricordi che abitano con noi in quella casa.
Morgana rientra a casa dopo il tramonto, e mette su un disco, magari ancora Coltrane, magari i Rolling Stones, a volte non importa, basta la radio. Basta la musica.
Morgana non parla con me. Non lo fa più da tempo. Siamo sorelle, avevamo lo stesso sangue, gemelle, con lo stesso volto.
Da piccole eravamo coscienti della nostra forza. Quando Morgana desiderava l’ennesima bambola, mi convinceva a piangere con lei e le bambole, il giorno dopo, sui nostri letti, erano due. Se qualcuno a scuola avesse osato insultarci, la vendetta sarebbe stata terribile.
Due menti sono più forti di una. Se lo ricorda bene Piero, il bullo della nostra classe. Ancora oggi ha una cicatrice che gli taglia la fronte in due parti uguali. Uguali come me e Morgana.
Col tempo nessuno ci ha più offeso a scuola, perché avevamo lo stesso naso lungo e l’apparecchio che portavamo non era più motivo di disprezzo e battutine per gli altri. I nostri denti erano affilati e sapevamo fare male con l’aereoplanino in bocca.
- Ti odio, lasciami in pace! Sei morta, vai viaaa!
Me lo ha detto urlando che mi odiava, e le sue lacrime erano sincere. Non era più come quando avevamo otto anni, non era più un ricatto morale. Questa volta non poteva convincermi a seguirla in qualche suo capriccio, nessuna bambola da desiderare. Nessun bambino da picchiare, nessun’avventura da condividere. Mi odiava veramente e me lo aveva detto urlando, una notte di temporale, con la luce andata via, nemmeno la musica a farle compagnia.