Ladypazz2
scrivere.
Troppo tardi
di zop

A stare sdraiati su un praticello sotto il sole, tra gli alberi, in primavera, certe volte dimentichi persino chi sei. Rimani lì a occhi chiusi. Abbandonato, come quando dormi. E ti sembra di essere niente.
Bello.
Ecco son qui spiaccicato nell’erbetta e non sono niente. Sono la natura. Mi annullo nel paesaggio. Devo dimenticare tutto. Il lavoro. Le preoccupazioni. Non voglio pensare a niente. Ma è difficile fare tabula rasa. I pensieri appaiono da soli anche se li scacci. Come il volto di quell’uomo che ho incrociato poco fa. Ci siamo scambiati uno sguardo insolito. Di quelli che comunicano qualcosa, anche se al momento non saprei dire cosa. Chissenefrega. Non m’importa.
Anche lui mi ha guardato in modo strano. Come se mi conoscesse. Come se nel volto, sotto la barba, nascondesse un nonsoché. Ma che importa? Adesso son qui, sdraiato nell’erba. Pancia all’aria. Immobile in ogni muscolo. A sentirmi niente. Che pace. Non devo pensare al lavoro. Un detective è sempre immerso nei propri crucci e non si lascia andare mai. Ti porti dietro in ogni momento le tue ossessioni. I tuoi sospetti. E non va bene. Tutti hanno bisogno di staccare, no? Quanto tempo è che non staccavi, detective? Quanto tempo è che non pensavi a niente? Non me lo ricordo più nemmeno io.
Che serenità.
Quell’uomo. Quell’uomo dallo sguardo torvo. L’ho già visto alla Bovisa, mi sa. L’anno scorso. Quando ho fatto arrestare la banda delle babyprostitute in schiavitù. Non aveva la barba allora, però. Ma perché continuare a pensarci? Sto troppo bene su questo prato. E’ come se non avessi il corpo. La gioia dell’atarassia. Non sentire nulla. Nemmeno i dolori. Nemmeno i rumori. L’ultimo rumore è stato quel boato. Quel suono che mi rimbomba ancora in testa come uno sparo. Subito prima di sdraiarmi qui nell’erba. Poi la sensazione di calore sulla testa. Un caldo umido e bagnato che cola lungo il collo. Inzuppa la camicia. Intorno a me vedo delle ombre. Si agitano. Si muovono come aliti di vento. Gridano. Non capisco cosa dicono. Ma non m’importa. Mi scuotono. Ma io tanto non mi muovo da questo prato. Non reagisco. Come si chiamava quell’uomo? Georgi mi pare. Certo. Georgi. Quello che sbraitava che me l’avrebbe fatta pagare. Adesso capisco. Mi sembra di sentire un suono di sirene. L’ambulanza mi sta portando via. Questo è l’ultimo caso di omicidio che risolvo. Troppo tardi.
http://zop.splinder.com/


Ieri sera sono rimasta meravigliata per una frase che non ho mai letto e ascoltato prima.
“ E stasera a letto senza internet! ”, ha detto un mio amico rivolgendosi alla figlia di nova anni che continuava a protestare; non voleva mangiare avanzi del pranzo a cena.
I miei genitori non mi hanno mai detto e stasera a letto senza cena!, nemmeno quando da scuola chiamavano a casa per segnalare qualche mia iper impresa.Me ne ricordo una in particolare.
Frequentavo forse la quarta elementare e un giorno si presentò una giovane supplente al posto della mia maestratuttematerie. Era fresca di laurea e decise di tenerci buoni facendoci svolgere un tema.
Disegnò col gesso un punto al centro della lavagna e scrisse sotto il titolo del tema: “ A cosa pensate guardandolo? ”( all'incirca ).
Io scrissi poche righe.
Il punto bianco in mezzo alla lavagna a me fa venire in mente un bambino americano che entra in una scuola e ammazza tutti i suoi compagni comprese le maestre, supplenti e non.
Meglio la tv o internet?

DAVVERO. NEL SOGNO
di Barbara Garlaschelli e Ladypazz
Milano incanta come fosse una luce forte.
Milano sembra che debba morire da un momento all’altro soffocata nel cemento.
Ma rinasce sempre, e rinasce cattiva.
Milano la invadono, la sfregiano, la fanno a pezzi.
E ogni volta che si riveste è sempre più nuda.
Milano è il Purgatorio. Senza Paradiso né Inferno.
Milano, Via Fabio Filzi, ore 21:35
- E’ pronta la cena!
Pollo allo spiedo con contorno di patatine fritte e insalata
Non lo so quand’è che ho iniziato a provare disgusto per mia moglie. Da quando l’ho tradita, forse. Da allora, Teresa ha imparato a cucinare e a ingurgitare.
Oggi mi ritrovo nel letto una cicciona che puzza di lacca per capelli.
Mia figlia Virginia ha diciotto anni ed è sempre a dieta, ce l’ha con me perché sua madre è grassa e depressa.
Lei assaggia appena l’insalata e stasera mi sembra più bionda del solito.
Milano, Stazione Centrale, ore 21:35
- Gioigiò fuori di qua la vita è un mondo che non ci capisce… Loro non sanno il vero problema della questione. Loro cercano di entrare nelle nostre confidenze, perché noi siamo delle persone segrete, abbiamo dei tesori nascosti e loro lo sanno.
- Ma che cazzo stai dicendo Zippo? Ma perché non taci e non te ne vai da un’altra parte? E fa un freddo del pio. Domani me ne vado al dormitorio. Toh, bevi e non rompere più i coglioni.
- Il fatto è che loro ci tengono ad avere quel minimo di confidenza che tu gli dai. Loro ti rispettano perché sanno che abbiamo dei tesori nascosti, dentro di noi… Loro…
- Ma chi cazzo sono ‘sti loro?
-I giovani, quelli che tu vedi diversi perché non sei nel loro sistema sociale… Per esempio, se dovessi salutare queste persone, non è che loro mi dicono Vaffanculo o mi rispondono male. No: se ne stanno sulle loro e stanno timidi o mi dicono Ciao… Si vede che ci tengono perché noi siamo persone segrete, te l’ho detto…
- Senti, Zippo, vaffanculo te lo dico io. Dammi ‘sta bottiglia che me ne vado.
- Gioigiò…
- Cristo, vado giù nella metropolitana almeno non ti sento più…
- Gioigiò…
- Vaffanculo…
- No, dai Gioigiò, non lasciarmi solo stanotte.
Milano, Via Fabio Filzi, ore 23:30
Teresa si è addormentata sul divano, come sempre. Virginia sta guardando la registrazione del suo programma preferito.
- Ciao, io vado.
Non risponde.
- Virginia, mi senti? Papà sta andando.
Lei abbassa gli occhi e, annoiata, risponde: – Ciao. – Un ciao che è più simile a un vaffanculo.
Milano, Stazione Centrale, ore 23:30
-Ma cos’è, sono la tua balia? Guarda quei cazzo di marocchini. Ci hanno fregato il posto migliore. Dai, muoviti Zippo. Schiodiamo, andiamo giù ai mezzanini. Cristo si gela.
-Gioigiò, mi ha baciato oggi.
-Chi?
-Sara.
-Ma piantala che quella non ti si fila nemmeno per striscio.
-Ti dico che mi ha baciato.
-Davvero?
-Davvero. Davvero nel sogno.
-Te sei fuori.
-Io me la sposo quella, Gioigiò. E faremo dei figli e avremo una casa e un giardino. E un’altalena.
-Sì. E io avrò una Cadillac…
-Davvero?
-Dai, sbrigati. Mi si stanno gelando anche le palle.
Milano, Piazza Duca D’Aosta, ore 24:05
In strada io e Antonio stiamo facendo il giro notturno. Da due settimane con altri del quartiere abbiamo deciso di armarci e proteggerci da soli, visto che la polizia non fa un cazzo.
Sembra tutto normale. Ci sono le solite puttane e ci sono le macchine che fanno la fila.
- Che poi, Antonio, io non ci trovo niente di male nell’essere puttana. Anche se sei polacca, slava, albanese… le puttane sono puttane ovunque. Mia figlia però non è una puttana e tutti gli extracomunitari di merda che hanno fatto entrare in città se ne devono andare. Sono loro il vero problema del paese.
- Hai ragione. Ci fottono le figlie e il lavoro… Ieri ne hanno violentata un’altra, l’ho sentito al tg. Ancora non lo hanno preso lo stronzo, ma hanno detto che probabilmente è un albanese.
Milano, Stazione Centrale, ore 24:15
-Zippo, muovi il culo che quelli non mi piacciono.
-Secondo te mi sposa Sara?
-Sì, sì ti sposa, basta che ti muovi. Quelli guardano proprio noi… dai Zippo, cristo corri…
Milano, Stazione Centrale, ore 24:17
-Antonio, oh, guarda là… ma che cazzo succede?
Vedo due che corrono. Li riconosco: sono Giogiò e Zippo, tra i barboni più famosi della Centrale. Dietro di loro c’è un gruppo di ragazzi. Sono in otto, forse dieci, armati di bastoni. Raggiungono i due uomini. Ho i piedi inchiodati a terra. Antonio fissa davanti a sé con occhi sbarrati. I ragazzi inziano a colpire Giogiò e Zippo. Uno due dieci colpi e ancora ancora.
I due barboni sono a terra, cercano di proteggersi il volto.
-Cristo! Antonio li stanno ammazzando. .. Dobbiamo chiamare la polizia.
Lui tace.
-Antò’…
-Non so che farci. Non c’impicciamo.
-Ma la polizia…
-Sì, poi glielo spieghi tu che ci facciamo qui armati?
Lui si volta e si allontana. Lo seguo dopo pochi secondi. Quando siamo abbastanza lontani i gemiti di quei due non si sentono nemmeno più.
Oggi ospito un racconto di Carlo Sirotti.
Una gran bella penna.
Grazie Carlo.
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I FILI DEL DESTINO
L’intrecciarsi dei fili del destino comincia ad essere evidente, anche per un cieco, nel momento in cui la grossa moto di Melania va a sbattere contro la BMW di Alberigo, nuova fiammante, parcheggiata proprio in quella strada. Sola. Nel senso di unica vettura in tutta la via, per il resto deserta come sempre a quest’ora.E’ notte infatti. L’una e trentasette.
Gli uffici sono ormai deserti (tutti modernissimi uffici in quella via, che solo vent’anni prima ha visto la demolizione di tutte le costruzioni abitative salvo un rudere, oggi privo di qualsivoglia respiro se non quello di topi o altre bestie dotate di polmoni o branchie o quellochevvipare) e le poche finestre illuminate non stanno a significare necessariamente una presenza umana. Nelle aziende moderne si usa così: qualche stanza rimane con la luce accesa anche quando non c’è più nessuno. Forse si vuol far credere che in quell’ufficio c’è sempre qualcuno che lavora, anche a notte fonda, e che magari sta risolvendo, grazie al suo notturno sacrificio o alla noncuranza a quisquiglie tipo l’orario canonico, gravi problemi da cui dipendono le sorti dell’impresa, il posto di lavoro di chissaquanti colleghi, forsanche e vieppiù i dividendi degli azionisti o l’economia mondiale tutta.
Salvo che nella stanza del Direttore Generale. In quella qualcuno c’è realmente. Ma non il direttore, che in quel momento sarà a cena in dolce compagnia in un ristorante alla moda dove peraltro si mangia malissimo o forse la cena sarà già finita e i due si stanno già dedicando alle pratiche erotiche (lo si fa per digerire meglio), ma il nostro Alberigo che con concitazione scartabella tra le scartoffie abbandonate su quella scrivania. Cosa cerchi di preciso non si sa. Si sa che è tutto sudato, che ha il colletto slacciato, la cravatta allentata e il respiro affannoso nel momento in cui sente chiaramente il cozzo delle lamiere proprio sette piani sotto alla finestra che ha di fronte. Ma lui non ha bisogno di guardare.Nel silenzio di quella via a quell’ora della notte un cozzo è distintamente un cozzo.
Eccheccozzo.
Ad Alberigo non ci vuole molto a fare due più due (si è diplomato in ragioneria una quindicina di anni prima e per quanto i successivi studi di economia & commercio siano stati interrotti prima della laurea, la somma in questione non può che fare quattro come le ruote della sua BMW, pur se in questo caso in realtà farebbe sei, aggiungendovi le due della Yamaha di Melania), e si precipita giù per le scale (l’ascensore no, che se si dovesse fermare non c’è nessuno cui chiedere la manovra di salvataggio).
Melania è lì per strada, ancora accasciata dolorante e gemente, ma sta per slacciarsi il casco integrale per farne uscire la massa di riccioli neri che quotidianamente cura con femminile attenzione.
Il cieco anche è li, e pur non avendo visto il cozzo lo ha sentito forte, così come sente ora i gemiti di Melania e le urla di Alberigo che ha finalmente varcato il portone dell’ufficio imprecando. Sotto la luce ambrata di un lampione Melania tenta di alzarsi, ma non ce la fa.
- Piantala di guardare la tua cazzodimacchina e vieni ad aiutarmi, stronzo!
- Brutta troia, guarda cosa mi hai combinato, se non sai andare in moto che cazzo ci facevi a cavallo di quel cesso?
Cose di questo genere.
Il cieco dietro ai suoi occhiali scuri abbozza un sorriso.
Troia che impreca tanto male poi non sta, dice tra se e se. E a fior di labbra aggiunge: stronzo che dopo un incidente pensa per prima cosa ai danni della sua macchina un po’ se lo merita. E fa per andarsene.
- Senta mi aiuti lei per favore, che il mentecatto qui mi sembra strafatto e non si rende conto di una sega. Alberigo si è infatti inginocchiato dietro al cofano rincagnato dell’automobile e in quel momento sta piangendo.
Il vecchio (beh, vecchio poi…, avrà a malapena sessant’anni, ma ne dimostra in effetti qualcuno di più) mostra il bastone bianco e dice:
- Volentieri signorina, per quel che posso… E torna leggermente indietro, verso di lei.
Il cieco si avvicina a Melania e le tende il bastone. La ragazza fa per alzarsi ma non ci riesce e ripiomba a terra.
- Cazzo mi sono rotta qualcosa.
E’ in quel momento che irrompe sulla scena il direttore generale. Liberatosi da poco della troietta dopo aver appagato i sensi della fame, della carne e dell’amor proprio ha pensato di ripassare in ufficio a sistemare alcune cosette compromettenti e che forse non era il caso di lasciare lì, sulla scrivania. Alberigo, ancora chino a fianco delle vistose ammaccature sulla carrozzeria della BMW, come lo vede ha un sussulto e cerca di fare mente locale allo stato in cui ha lasciato la scrivania del suo capo nel momento in cui ha abbandonato tutto, richiamato dal cozzo.
Merda! Sicuramente in disordine. E le carte sono sempre lì, e sono carte che la dicono lunga sulle cazzate che ha combinato con i partner cinesi.
Il direttore vede la BMW, vede Alberigo, anche se tenta di nascondersi dietro alla macchina, vede Melania per terra non distante dalla Yamaha sfasciata, e vede il cieco che non sa come essere d’aiuto alla ragazza. Bel po’ di casino in quella strada che a quell’ora dovrebbe essere silenziosa e deserta.
- Sperti! Cazzo ci fa qui a quest’ora? Era proprio la frase che Alberigo non avrebbe voluto sentire e d’altronde è proprio la più probabile tra quelle che il direttore avrebbe potuto pronunciare in quel frangente. Ma lui no, non ha avuto neanche il tempo di prepararsi una risposta e così improvvisa:
- Ero in moto con la signorina e abbiamo avuto un incidente; chi è quel cazzone che ha parcheggiato questo cesso proprio qui, dietro la curva, che di notte non c’è mai nessuno?
Il direttore nota che di un casco di Alberigo non c’è nessuna traccia e che pertanto le cose non debbano essere andate proprio così. Melania d’altronde ha sentito tutto e sgrana i suoi occhi in faccia al cieco, che naturalmente non li vede.
- Si è fatto male?
- No, io non molto, ma la signorina probabilmente sì e stiamo chiamando un’ambulanza, dice, tirando fuori dalla giacca il cellulare peraltro spento.
- Bene, se non serve il mio aiuto mi tenga almeno informato, dice il direttore, e scompare dietro alla vetrata degli uffici.
Alberigo in quel momento vuole proprio andarsene da lì, il più in fretta possibile, e decide di caricare con l’aiuto del cieco la ragazza sull’automobile e cancellare rapidamente dalla sua vista quella scena e senza lasciarvi i suoi imbarazzanti testimoni. Melania sulle prime fa un po’ di resistenza, ma sia lei che il cieco comprendono che forse una capatina al pronto soccorso potrebbe essere la cosa più intelligente da farsi.
Melania è praticamente sdraiata sul sedile posteriore ed il vecchio si siede accanto al guidatore. La partenza è nervosa, con uno stridore di gomme sull’asfalto che sveglierebbe tutta la via, se qualcuno vi abitasse e vi dormisse. Ma come già detto lì non c’è nessuno, e nessuno può notarla.
- Chi era quello? Chiede Melania. Si sa, le donne non si fanno mai i cazzi loro.
- Non sono cazzi tuoi, risponde di conseguenza Alberigo.
- Perché gli hai detto che eri in moto con me? Insiste.
- …palle! Risponde (se questa è una risposta) continuando a guidare.
- Non volevi fargli sapere che la macchina era tua.
- Ma ti stai zitta?
- Dove mi stai portando?
- In culo ti porterei, porca puttana.
- Beh, sei tu il cazzone. La macchina proprio dietro la curva, che di notte non c’è mai nessuno, ce l’hai lasciata tu. E che era da stronzi lo hai detto proprio tu a quello.
Questa volta Melania ha alzato la voce, sembra stizzita, quasi che avesse ragione lei, ma Alberigo non risponde. Il cieco, che finora non ha partecipato a quella fine conversazione, chiede:
- Le fa ancora male?
Non le fa più tanto male, e in fondo di passare la notte al pronto soccorso proprio non le va. Così risponde no, non mi fa poi tanto male, credo che potremmo anche andare a berci qualcheccosa daqualchepparte a questo punto.
Il vecchio abbozza nuovamente un sorriso ma Alberigo non lo vede, intento a guidare i resti del suo BMW nel buio e sotto la pioggia, e non lo vede neanche Melania dal sedile di dietro, e che ora si sta quasi addormentando.
Guida, Alberigo, e non sa più neanche dove andare. La notte lo inghiotte insieme alla macchina, al vecchio cieco e alla ragazza che gli ha scombussolato tutti i piani.
Pensa ai cinesi che lo hanno fottuto nella trattativa, al suo capo che appena se ne accorgerà porrà fine alla sua carriera, alla BMW nuova fiammante che ora si ritrova il culo come il muso di un bulldog. Pensa alla sua vita da stronzo come a un cumulo di cazzate, ed allora , di botto, frena e scende giù. Apre lo sportello al cieco e gli dice di scendere. Poi apre lo sportello di Melania e le dice di scendere. Non sente neanche quello che loro rispondono
-Scendete, cazzo, continua a sbraitare. Poi si toglie la giacca, si sfila la camicia e comincia a stracciarla in tante strisce e le attorciglia tra loro fino a farne una specie di corda, apre il tappo del serbatoio e vi immerge un capo.
-Correte via ora, lontano. Urla. E dà fuoco con il suo accendino all’altro capo, poi si mette a correre anche lui.
L’esplosione e il rogo che ne segue li vedono bene Alberigo e Melania, accucciati a terra sulla collinetta poco distante dalla macchina in fiamme. Il cieco, in piedi, appoggiato al bastone un poco più indietro di loro, è girato dall’altra parte. Non vede il fuoco naturalmente, non vede le prime luci dell’alba che stanno incominciando ad apparire da dietro le colline e davanti agli occhiali scuri che nascondono i suoi occhi glauchi, ma vede i fili del destino che ora sono saldamente intrecciati.
E sorride un’altra volta.
Carlo Sirotti (Dicembre ’08)
Oggi ospito un racconto inedito dello scrittore
Giovanni Del Ponte
Il suo sito ufficiale: www.giovannidelponte.com.
Tra i suoi libri:





Grazie Giovanni
PROFONDA GOLA
Il frastuono metallico degli Industrial Acid prorompeva dallo stereo di Rob. Per lui le pareti rivestite di moquette viola non restituivano un riverbero soddisfacente, così teneva la musica al massimo del volume.
Spazzò con gesto nervoso alcune briciole di patatine alla paprika che prendeva dal sacchetto a ritmo sostenuto: in bocca/mastica/finito/in bocca/mastica/finito... Aveva già dovuto sostituire tre tastiere del computer, per via delle briciole.
L’alieno era esattamente dove voleva: nel centro dello schermo e del mirino, quando una mano gli piombò sulla spalla. Rob si voltò e vide la figura senz’audio di sua madre che muoveva le labbra. Sembrava arrabbiata, perciò si tolse le cuffie del computer. L’alieno ne approfittò per fare esplodere la testa del suo alter ego.
«Occavolo, ma’, mi hai fatto disintegrare!» gridò il ragazzo per sovrastare la musica degli Industrial Acid.
«Robi!» urlò la signora Rossetti di rimando facendolo rabbrividire: a Rob non piaceva essere chiamato Robi. «Mi spieghi perché diamine tieni acceso lo stereo, se poi devi indossare le cuffie per i videogiochi?»
«Be’, con la musica così alta, se non le indosso non riesco a godermi la nuova scheda audio! È davvero toghissima!»
La donna schiacciò il tasto STOP dello stereo. «Diamine, Robi. Ringrazia che viviamo in una villetta e non abbiamo vicini!»
«Che ti serve, ma’? Oggi ho già fatto i compiti delle vacanze.»
«Non hai ancora messo in ordine. È tutta la settimana che rimandi», ribatté lei indicando intorno. Le lenzuola stropicciate del letto sfatto, la quantità di fanzine di musica, fumetti giapponesi e pacchetti vuoti di merendine non lasciavano intravedere un solo pezzo della moquette verde del pavimento. La madre scosse la testa: per essere all’ultima moda avevano sborsato fior di quattrini, ricoprendo pavimenti e pareti di moquette Greensane: “TRASPIRANTE, FABBRICATA CON FIBRE NATURALI ED ECOSOSTENIBILI!”, per non parlare di quella del bagno che era invece di un materiale idrorepellente molto caro. E adesso «Ehi, cos’è quello?!» rabbrividì piegandosi a raccogliere un pezzo di un qualcosa unto e sbocconcellato.
«Grande, ma’, sei una giusta! Ieri mi è caduto quel pezzo di focaccia alla maionese e non l’avevo più trovata, grazie!»
Fece per agguantarlo, ma lei lo gettò stizzita in un sacchetto che teneva in mano. Con un’unghia cercò di grattar via le incrostazioni di maionese dalla moquette, ottenendo più che altro il risultato di rovinarsi lo smalto. «Robi, t’avverto. Se non ti decidi a tenere in ordine la tua roba, un giorno di questi tornerai a casa e non troverai più nulla. Ma guardati, perché non esci a giocare con qualche amico?»
A Rob venne da ridere. «Ma’, c’ho quindici anni. Ho smesso già da un pezzo di giocare con gli amici, ci sentiamo sulle chat. Anzi, è quasi ora di collegarmi…»
La madre scosse la testa rialzandosi in piedi. Diede un’ultima occhiata alle pareti tappezzate di manifesti con gruppi musicali dagli aspetti minacciosi, poi, facendo a zig-zag tra le scarpe da ginnastica e i mucchi di CD, raggiunse la porta. Prima di uscire si piegò a raccogliere una tartina al formaggio che un giorno aveva avuto un altro colore. «Comunque sei avvertito», dichiarò al figlio. E con un ultimo sospiro di sconforto: «Almeno, raccogli i pezzi di cibo, prima che comincino a puzzare! E ogni tanto apri la finestra, per l’amor di Dio!»
La donna uscì.
Rob osservò la finestra, attraverso la quale una luce rossiccia illuminava la stanza: di recente, con una bomboletta spray, aveva disegnato sui vetri il marchio del suo gruppo preferito. Sbuffò e decise di controllare la posta elettronica.
Sorrise soddisfatto vedendo che era arrivato l’aggiornamento a uno dei siti Warez cui era abbonato e aggrottò le sopracciglia nel leggere l’Oggetto dell’unico altro messaggio: “Sopralluogo gratuito”, mittente Greensane.
Rob visualizzò il messaggio: “Sporcizia? Cattivi odori? Acari della polvere? Anomalie della vostra moquette Greensane? Ci pensa il Pulitore! Gentile famiglia Rossetti, siamo lieti di informare Voi, come tutti i nostri gentili clienti che, entro i termini della garanzia, la nostra azienda offre interventi gratuiti, perché ‘Con noi cadete sempre sul morbido!’ Se siete interessati…” Il messaggio proseguiva con gli estremi per contattare l’assistenza.
«Puh», sbottò Rob cestinando il messaggio.
Gli venne fame allungò la mano verso i pacchetti di patatine alla pancetta ammucchiati sotto la scrivania per spuntini occasionali e rimase perplesso: erano vuoti. La confezione sembrava rosicchiata e dei salatini non restava che qualche briciola.
«Topi», esclamò Rob, «oppure…» e lanciò un’occhiata torva a Ozzie, il micio persiano acciambellato fra le coperte. Non sarebbe stata la prima volta che l’animale cedeva alla tentazione, ma Rob non se la sentiva di sgridarlo, le patatine al bacon sono troppo buone!
I giorni passarono e luglio volgeva al termine. Le abitudini di Rob non erano cambiate. Ormai la maggior parte del pavimento era nuovamente di riviste dozzinali, scarpe e magliette sporche.
Teneva come al solito la musica alta e scriveva e-mail ad amici che non avrebbe mai incontrato di persona. Alternava a sorsi di Coca-Cola bocconi di uno snack al pomodoro e formaggio, nonostante le raccomandazioni dei genitori a mantenere una dieta più equilibrata. Stava stampando una testo scaricato da Internet, quando il foglio s’inceppò nella stampante sistemata sotto la scrivania. Posò lo snack sul pavimento e cercò di liberare il foglio. In quel mentre si affacciò la madre.
«Robi, domani tuo padre e io partiremmo per un lungo week-end... almeno tre giorni. Possiamo stare tranquilli se ti lasciamo un po’ da solo?»
Il ragazzo trasalì rispondendo d’un fiato: «Cavoli, ma’. Sono grande, ormai. Fidati, no?»
La signora Rossetti lo raggiunse premurosa. «Non è solo questo, ho convinto tuo padre che ormai è giusto mettere alla prova il tuo senso di responsabilità, anche se non è stato facile. Sai quanto ci tiene all’ordine. Dice che ai suoi tempi, quando i suoi genitori erano via, qualche festicciola l’ha organizzata anche lui…», azzardò la donna con un sorriso incerto.
Il ragazzo si voltò con aria di sufficienza. «Ma’, con quali amici dovrei organizzare una ‘festicciola’?»
Lei si rattristò. «Povero Robino. Non ti sentirai troppo solo?» Lo strinse a sé.
Lui tentò di liberarsi. «Ma no, che solo! Qui dentro ho tutto quello che mi serve.»
«Oh, Robi, Robi. Perché resti sempre in questa stanza polverosa e butti via gli anni migliori della tua vita?»
Il ragazzo non le badò, ormai era tutto perso nel cercare di sbloccare la stampante. La donna si ritirò in silenzio.
«Ma’, ho quasi finito i Cheerios», esordì Rob, ma s’interruppe vedendo che la madre se n’era andata. Fece spallucce e allungò la mano verso il suo snack… ma non c’era più.
Si guardò intorno sollevando alcuni fumetti. «Dove accidenti…»
Proprio in quell’istante un urlo d’agonia proveniente dalle casse del computer annunciò l’arrivo di un’e-mail. Rob concentrò la sua attenzione su di essa.
Il giorno seguente si svegliò tardi come al solito. Un rapido giro in casa gli bastò per constatare che i genitori se n’erano già andati.
Il suo abituale senso di svogliatezza lasciò posto al buonumore. Finalmente avrebbe avuto la casa tutta per sé per almeno tre giorni.
Si recò in cucina dove il gatto miagolò augurandogli il buon giorno. Rob non gli badò nemmeno. Andò alla credenza e l’aprì. L’intero contenuto di una scatola di riso soffiato si sparse sulla moquette. Non si curò neanche di questo. Afferrò una manciata di snack al cioccolato e dal frigo una lattina di birra del padre, si sedette con i piedi sulla tavola e accese il televisore con il telecomando. Visto che Ozzie era saltato sul tavolo e continuava a giocherellare con i suoi calzettoni, gli aprì una scatoletta appoggiandola direttamente sulla moquette, senza preoccuparsi che il gatto si serviva della zampa per estrarre i bocconcini di carne e li spargeva qua e là.
Terminata la colazione, afferrò la lattina di birra semivuota e tornò in camera.
Tutto ciò si ripeté per i due giorni successivi. A poco a poco l’intera casa si stava trasformando in una sorta di prolungamento della camera da letto di Rob. Riviste e cartine di snack dappertutto, avanzi di cibo, mutande e magliette indossate magari una volta sola e abbandonate perché nel caos non riusciva più a trovarle.
Stava appena pensando che forse avrebbe dovuto rigovernare un po’ prima dell’arrivo dei suoi, quand’ecco una telefonata della madre. «Rob, tesoro come stai? Ti manchiamo?»
«Puoi scommetterci, ma’.»
«Purtroppo sono insorte complicazioni qui, con il lavoro. Potremmo essere costretti a ritardare ancora di qualche giorno…»
«No-problem. Qui è tutto tranquo.»
«Sei sicuro? È vero che ormai sei un giovanotto, ma…»
«Sicurissimo. Stai cisti. Tutto okay.»
«Comunque sai che se finisci le riserve del freezer, puoi ordinare la spesa al centro commerciale. Fanno pronta consegna.»
«Toghissimo, ma’. Spassatevela.»
Il ragazzo si sentì più sollevato. Andò in cucina, dove si fermò solo il tempo necessario per prendere una lattina di birra (le scatolette vuote del gatto cominciavano a emanare un cattivo odore), e si diresse alla camera da letto, saltellando al ritmo della musica che si spandeva per la villa.
Giunto nella stanza posò la lattina sulla scrivania accanto alla tastiera e fece una piroetta cantando forte volgari parole che il frastuono metallico rendeva quasi incomprensibili… e scivolò su una pila di manga, piombando lungo e disteso per terra. Non si fece molto male, grazie alla coperta che lo protesse nella caduta, ma appoggiò la mano su qualcosa di tagliente. La ritrasse con un grido.
Si guardò il palmo: sanguinava.
Cominciò a gettare qua e là gli oggetti nel tentativo di scovare ciò che l’aveva ferito: niente di significativo.
Si lasciò cadere scompostamente sulla sedia della scrivania e urtò con lo schienale il ripiano facendo cadere la lattina di birra.
Imprecando si piegò rapido per raccoglierla.
Rimase di stucco: sotto i suoi occhi la moquette aveva assorbito il liquido e risultava perfettamente asciutta.
Rob tastò il pavimento incredulo, quando improvvisamente un rutto sovrumano fece tremare la stanza, sovrastando il frastuono della musica.
Il ragazzo si sentì prendere dallo sbigottimento. I suoi occhi si spostavano qua e là, nel tentativo di individuare l’intruso.
Non vedendo nessuno, spense lo stereo.
Nella stanza piombò il silenzio. Si udiva solo il debole ronzio del computer.
«Chi… Chi c’è?» osò infine Rob.
Fame.
Una voce profonda riempì la testa del ragazzo. Non le orecchie, perché Rob fu certo che risuonasse direttamente nella sua testa.
«Dove sei?…Chi sei?» provò ancora Rob.
Da’ me cibo.
Il giovane si alzò e cominciò a girare piano su se stesso. «Ho detto: dove sei?»
DA’ ME CIBO!
La voce gli esplose di nuovo nella testa offuscandogli la vista e in quel momento seppe: per quanto sembrasse inverosimile, la voce proveniva dalla moquette!
«Non è possibile, non è possibile», si ripeteva il ragazzo correndo verso il bagno. «Ho bevuto troppa birra, non è possibile...»
Aprì il rubinetto dell’acqua al massimo e si lavò più volte il viso. Chiuse il rubinetto e restò in attesa, guardando la moquette intorno ai suoi piedi.
Silenzio.
Si sentì rinfrancato. Ridacchiò tra sé e si diresse verso la camera da letto.
Un rumore di carta stropicciata lo attirò in cucina.
Si guardò intorno.
Silenzio.
Poi ancora il rumore di carta.
“Ozzie”, pensò. «Ozzie, sei tu?» chiamò guardando sotto la tavola, da dove proveniva lo stropiccio.
Vide una cosa strana. Un sacchetto ancora intatto di patatine al peperoncino girava su se stesso e percorreva anche piccoli tratti. Del gatto nessuna traccia.
Con cautela afferrò una scopa e provò a toccarlo, sicuro che ci fosse dentro un topo. In quell’istante il sacchetto esplose facendolo trasalire e proiettando patatine dappertutto. Poi silenzio.
Stava riafferrando il sacchetto quando percepì un crepitio frizzante di cui non riuscì subito a individuare la provenienza.
Dalle patatine! Quel suono proveniva dalle patatine che in un attimo affondarono nella moquette, come sciolte nell’acido.
Scomparse.
Un sospetto s’insinuò nel ragazzo. Sentendosi rabbrividire guardò dove aveva poggiato le scatolette per il gatto. Ricordava distintamente che Ozzie aveva ogni volta lasciato sul pavimento qualche pezzetto di bocconcino. Ora non c’era niente. La moquette era perfettamente pulita. Corse verso il sofà della sala, dove aveva trascorso le sue serate guardando la televisione. Là aveva regolarmente abbandonato sulla moquette avanzi di merendine, briciole e frammenti di patatine. Di tutto questo, adesso, non c’era traccia.
Fame.
Risuonò ancora la voce.
Fame. Da’ me cibo.
«Non è possibile…», farfugliò Rob carponi sul pavimento. Subito le mani cominciarono a bruciargli. Le ritrasse con un grido: erano di un rosa intenso, come ustionate.
Da’ me cibo, o TE cibo!
Tuonò la voce.
Terrorizzato, Rob corse strillando alla dispensa e, senza smettere di strillare istericamente, prese a buttare sul pavimento tutte le vivande che riuscì a trovare. In un batter d’occhio vennero assorbite dalla moquette.
Dopo un breve istante di silenzio, ancora la voce.
Da’ me cibo.
Rob corse al frigorifero e ne riversò a terra l’intero contenuto. Quindi salì sulla tavola e, tremando, raccolse a sé le gambe. Ben presto la moquette fu di nuovo pulita.
Seguì un profondo silenzio.
Ci volle un po’ perché Rob trovasse il coraggio di muoversi.
La finestra della cucina! Se fosse riuscito a raggiungerla arrampicandosi sulle sedie…
Con cautela le allineò a una a una, creando una sorta di passerella, e raggiunse la finestra. Appoggiò cautamente una mano sul bordo… e la moquette lo afferrò.
Gli risucchiò la mano. Bruciava. Bruciava molto!
Il giovane cominciò a gridare cercando di estrarla, ma senza risultato.
Ancora la voce.
Te non va. Te resta qua.
Da’ me cibo!
Lo lasciò.
Piangendo Rob si guardò la mano ustionata. Spostandosi sulle sedie e sul tavolo raggiunse il telefono portatile. La madre aveva lasciato in memoria il numero del supermercato. Lo formulò e attese. Quando rispose una voce femminile, comunicò il numero della carta di credito dei genitori, poi ordinò la spesa, seguendo dettagliatamente le istruzioni dell’avida moquette. Fu la spesa più abbondante della sua vita.
La moquette permise a Rob di andare ad aprire ai fattorini che portavano le casse di cibo in scatola. Questi guardarono con disgusto quel ragazzo sporco e con la maglietta inzaccherata di sugo. Sistemarono le casse nell’ingresso e se ne andarono.
Seguendo sempre gli ordini della moquette, il giovane riversò direttamente su di essa il contenuto delle scatolette, dei barattoli di chili messicano e delle lattine di birra. L’indole viziosa della creatura traspariva dalle sue scelte alimentari.
Rob era sfinito, ma continuava a scoperchiare scatolette, reggendosi a fatica sul tessuto che, di momento in momento, si faceva più spesso e spugnoso. Ormai i residui alimentari non venivano più assorbiti per intero e la lanugine scura e bisunta esalava vapori nauseabondi. Senza contare quella specie di schiuma che era difficile dire se si trattasse di saliva o di succhi gastrici.
Alla fine il ragazzo svuotò l’ultima scatoletta.
Ora da’ me dessert.
Tuonò la moquette nella sua testa.
«Dessert? Ma dove le hai imparate queste parole? E comunque non c’è più niente. Hai spazzolato tutto.»
DA’ ME DESSERT!
Ripeté la voce.
Rob iniziò a preoccuparsi. «Non ho più niente, mi senti? Hai finito tutto!»
Dall’altra parte della casa giunse un gemito lancinante.
«Ozzie! No!!» gridò Rob correndo nella stanza da cui era provenuto il miagolio. Ma dell’innocente bestiola nessuna traccia.
«Ozzie! Ozzie! Cosa ne hai fatto? Dov’è il mio gatto?»
Per tutta risposta si udì il rumore di uno sputo e il collarino del micio rimbalzò contro la sua scarpa.
«Ozzie! Povero Ozzie», pianse Rob, meravigliondosi dell’affetto che provava per il gattino, prima sempre ignorato.
Uh! Uh! Uh!
Rise la moquette. Poi cominciò a ondeggiare.
Nel tentativo di mantenere l’equilibrio, il ragazzo si appoggiò a un tavolino. Ci riuscì, ma quel rollio regolare gli diede presto la nausea.
«Ehi, che accidenti fai? Soffro il mal di mare!»
La moquette accrebbe il suo impeto finché Rob sentì in gola il caratteristico bruciore del vomito.
«Smettila, io… blurg…»
In una serie di conati rimise l’intero contenuto del suo stomaco.
Aaah, dessert!
Esclamò la moquette soddisfatta. Poi un nuovo assordante rutto echeggiò nella casa. Dalla camera da letto lo stereo riprese ad effondere musica heavy-metal al massimo del volume.
Non accadde altro. Era come se la moquette si fosse addormentata.
Rob era sempre più disperato: aveva provato invano ad aprire qualche porta o finestra: il gonfiore della moquette le aveva bloccate tutte. Impossibile svignarsela senza il rischio di svegliarla.
Andando verso la camera da letto, il suo sguardo cadde sulla moquette idrorepellente del bagno. Aveva l’aspetto di sempre, per qualche ragione non faceva parte di questa follia. Forse dipendeva dal materiale di cui era composta…
Bah, cosa importava? La finestra del bagno era protetta da una griglia in ferro battuto. Non sarebbe mai riuscito a forzarla.
Raggiunse la sua scrivania e si adagiò sconfortato sulla sedia dinanzi al computer. Si sentiva spossato, ma continuò ad arrovellarsi in cerca di una soluzione.
A un tratto un’idea. Accese il computer e caricò il programma di posta elettronica. Non aveva ancora svuotato la cartella dei file eliminati, così trovò quel che cercava. Visualizzò il file:
“Sporcizia? Cattivi odori? Acari della polvere? Anomalie della vostra moquette Greensane? Ci pensa il Pulitore! Gentile famiglia Rossetti, siamo lieti di informare Voi, come tutti i nostri gentili clienti che, entro i termini della garanzia, la nostra azienda offre interventi gratuiti perché ‘Con noi cadete sempre sul morbido!’ Se siete interessati o se qualcosa Vi preoccupa, qualunque cosa, non esitate a rivolgervi a noi. Ripetiamo: il sopralluogo è gratuito entro i termini della garanzia.” Il messaggio era stato inviato da una succursale Greensane con sede in città; probabilmente avevano ricevuto il nominativo dal negozio di moquette. Probabilmente, eppure conteneva qualcosa cui subito non aveva fatto caso, ma che gli risuonava in testa come un campanello d’allarme: “…Anomalie della vostra moquette Greensane?…”
Anomalie…
Rob avrebbe voluto telefonare subito alla Greensane, però temeva che la moquette lo udisse. Digitò un breve messaggio (“Distinta Azienda, un mio grave problema richiederebbe con urgenza la vostra consulenza. Se poteste fare un salto…”), inserì l’Oggetto “Anomalie” e lo inviò. Non si aspettava una risposta immediata. Stava per spegnere il computer – aveva già rischiato fin troppo – quando il caratteristico segnale gli annunciò una nuova e-mail.
Era l’agenzia Greensane!
Il messaggio diceva: “Al tuo servizio, nostro stimato Cliente, per qualunque cosa. Raccontaci l’anomalia senza tralasciare nulla.”
Fino a poco prima Rob era stato certo che, se fosse sopravvissuto a quell’avventura, non avrebbe mai osato raccontarla a nessuno. Adesso lo fece, e non tralasciò proprio nulla, certo di essere preso per pazzo (o per burlone). La risposta non tardò.
“Gentile cliente, chiamandoci hai fatto la cosa giusta. Ora pazienta fiducioso, un Pulitore sarà da te a momenti. E non dimenticare: ‘Con noi cadete sempre sul morbido!’”
Rob sentì nascere dentro una nuova speranza. Ma presto gli balenò un dubbio: “Come potrà il Pulitore entrare in casa? E se anche ci riuscisse? Verrebbe divorato vivo come Ozzie!”
Questi pensieri continuarono a tormentarlo, finché un’ombra non si stagliò sulla parete. Si volse verso la finestra. Un vecchio con elmetto giallo, tuta da lavoro grigia e zaino sulle spalle stava incidendo con un marchingegno il vetro della finestra. La musica assordante copriva ogni rumore.
Quando il Pulitore si accorse che il giovane l’osservava, gli fece l’occhiolino, avvicinandosi al naso il dito indice nel gesto universale che significa “silenzio!”.
Ben presto aveva creato un’apertura abbastanza ampia da potervi passare e, procedendo carponi prima sul davanzale e poi sull’ampia scrivania, raggiunse l’incredulo cliente.
Lanciò un’occhiata alla moquette rigonfia e unticcia, ai manifesti e alle riviste, e gli sussurrò: «Lo supponevo. Il Male è potente in questa casa.»
Agguantò la collana con la bara del giovane e gliela strappò. Quindi, con gesto solenne, gliene infilò un’altra da cui pendeva una vistosa croce d’oro.
Arrossendo, Rob balbettò: «N-non mi sembra per niente sorpreso. Non è la prima volta che si imbatte in qualcosa del genere, giusto?»
Guardando con disgusto verso il pavimento, l’altro rispose: «Puoi giurarci. Colpa degli ogm… Le fibre vegetali con cui fabbricano queste moquette ne sono piene. Se non vengono tenute più che pulite, possono subire mutazioni genetiche. Sono sparite intere famiglie, prima che i nostri tecnici se ne accorgessero.»
Rob non credeva ai propri orecchi. «Ma… e perché non se ne sa nulla? Sono… sono dannose!»
Il Pulitore sorrise sarcastico: «E le auto no? E i condizionatori? Il riscaldamento? Pensi che il buco nell’ozono l’abbiamo fatto a picconate?»
«Ma, ma…»
Il vecchio ebbe un moto di stizza: «Alla gente non è mai importato se una cosa è dannosa o no. E poi vuoi far chiudere le fabbriche? Frenare lo sviluppo? Mandare lavoratori a casa?»
«No, ma…»
«Allora zitto e lasciami lavorare. Questa moquette sta solo manifestando qualche ‘effetto collaterale’ e io sono qui per questo. Piuttosto, hai già individuato la gola?»
«La… gola?»
«Sì, la gola.»
«Non credo ci sia nessuna gola. Io il cibo gliel’ho versato un po’ dappertutto …»
«C’è sempre una gola, ragazzo. Il nutrimento non viene assorbito nel punto in cui lo fai cadere, ma convogliato “sotto pelle” fino alla gola. Dobbiamo trovarla.»
«Bene», ribatté incerto il giovane, «mi segua, le faccio visitare la casa.»
«Fermo», lo ammonì il Pulitore afferrandogli un braccio. «Non vogliamo farle sapere della mia presenza, no?» disse strizzandogli l’occhio con un sorriso astuto. «Faccio strada io.»
Questa volta fu Rob a fermarlo: «Aspetti, mi spieghi cosa sta succedendo!»
L’uomo fece un gesto indicando lo stereo, la confusione e i manifesti alle pareti. «Lascivia, figliolo, fragilità nei principi, trascuratezza», disse con severità, ma poi aggiunse con un sorriso pieno di comprensione. «Ciò nondimeno sei giovane, puoi ancora salvarti.»
Il ragazzo ammutolì pieno di vergogna.
Con agilità sorprendente il vecchio passò dalla scrivania a una sedia e poi sul letto. Infine si affacciò attraverso la porta della stanza. Nelle vicinanze non c’erano altri ripiani che avrebbero potuto sostenerlo, così estrasse dallo zaino una sorta di balestra al cui dardo era fissata una spessa fune di nylon arrotolata all’interno dello zaino stesso. Senza perdere altro tempo puntò la balestra verso una parete all’altro capo del corridoio, in alto, dove la moquette non arrivava; premette il grilletto e il dardo si conficcò nello stucco con precisione. Allora il Pulitore fissò a un altro dardo il capo della fune che aveva recisa e lo scagliò nel soffitto sopra di lui.
«Funivia», sghignazzò nel fragore della musica metallica. «Mai vista una?»
Il cavo tra le due estremità s’incurvava in basso, abbastanza perché l’uomo potesse afferrarlo con un balzo. Si avviò su per il corridoio.
Attonito, Rob si rammaricò per tutto il tempo trascorso al computer, anziché all’aria aperta a dedicarsi a qualche sport salutare. Ormai era tardi. Il Pulitore aveva già raggiunto una cassapanca in fondo al corridoio e gli faceva cenno di raggiungerlo.
Il giovane guardò esitante la moquette che sembrava respirare sommessamente, poi afferrò il cavo.
Il percorso non fu agevole, più d’una volta rischiò di perdere la presa. Finalmente raggiunse il Pulitore sulla cassapanca.
«Bravo, figliolo», sorrise il vecchio dandogli una pacca sulla spalla, tale da fargli quasi perdere l’equilibrio. «Sei stato coraggioso. Ma il nostro viaggio è appena iniziato.»
Sempre spostandosi su sedie e ripiani, i due raggiunsero la sala da pranzo.
Qui Rob rimase esterrefatto.
Nel centro della moquette si apriva una voragine pulsante che pareva senza fondo.
«La gola», sussurrò il Pulitore. «Ora ascolta: vedi questo?» aveva estratto dallo zaino un grosso barattolo, «veleno per topi, con qualche piccola aggiunta che ho fatto personalmente…»
«‘Piccola aggiunta’?»
«Frammenti d’aglio e di ostia consacrata. Devo riuscire a versarlo dentro alla gola, ma come vedi non ci sono altre sedie o tavoli che mi permettano di raggiungerla e la fune l’ho finita… Devo per forza scendere sulla moquette.»
«No!»
«Sì! Ma non preoccuparti, non correrò io il rischio maggiore.»
«Grazie al Cielo…»
«Lo correrai tu!»
«Cosa?!»
«Già, tu dovrai creare un diversivo. Le moquette non sono molto intelligenti, non riuscirà a badare a tutt’e due contemporaneamente. Intanto io ZAK! verserò la mia medicina proprio là dentro!» e indicò l’apertura. «Quando la Cosa reagirà – e se la prenderà abbastanza a male, ti avverto – corri con quanto fiato hai in corpo. Ci ritroviamo nella vasca da bagno, accanto a camera tua.»
«Nella vasca? E perché nella vasca? Ma poi sei pazzo! Io non avrò mai il coraggio di fare da esca!»
Il Pulitore gli agguantò nuovamente il braccio. «Eppure devi, ragazzo. Devi, in nome del genere umano cui apparteniamo. Se non dimostriamo di essere i più forti, le Forze del Male non ci temeranno più e il loro regno di perdizione e lussuria finirà con lo schiacciarci!»
Rob deglutì a fatica. Perfino lui capiva che il vecchio aveva ragione.
Rob si trovava nuovamente in camera sua.
Raccogliendo il coraggio a piene mani, premette il pulsante di STOP dello stereo. La musica dei Die Insane!! s’interruppe.
Che accadere? Perché silenzio?
Gli rimbombò nella testa la voce cavernosa della moquette.
Come osare te fare me questo?
«Oso e continuerò a osare! Sei al capolinea!» urlò il ragazzo e, ignorando il terrore, spiccò un balzo atterrando a gambe larghe sulla moquette. Prese a saltellare come un grillo tra gli spruzzi di sugo e di bava della creatura.
«Tra-la-là! Sei al capolinea tra-la-là!» Fingeva di divertirsi come un pazzo.
Tu fare me rabbiare!
«Ih, che paura! Fischia che ti passa tra-la-là…»
TU FATTO ME RABBIARE!
La moquette prese a sussultare rabbiosa.
Un’onda improvvisa mandò Rob a gambe all’aria. Il ragazzo atterrò sulle mani che cominciarono subito a bruciargli. Schizzò rapido sul letto: i palmi gli si sbucciavano come le cipolle.
Un’altra onda tentò di fargli perdere nuovamente l’equilibrio. Si ritrovò a piroettare su se stesso, incespicò su una pila di CD, il disordine che lui stesso aveva creato. Rovinò fra i manga, sorreggendosi con i gomiti e le ginocchia che istantaneamente iniziarono a sfrigolare, la saliva del mostro, schizzatagli in faccia, ardeva come acido.
«Aaagh!» gridò il ragazzo, «sbrigati, Pulitore! Mi mangerà vivo!»
In quel momento, all’altro capo della casa, il Pulitore versò l’intero contenuto del barattolo proprio nel centro della gola della moquette. Un urlo disumano fece esplodere i vetri e i cristalli dell’intera abitazione.
Onde di moquette alte fin quasi al soffitto scagliarono i mobili qua e là, mentre il vecchio cominciava la corsa verso il bagno.
«Corri, ragazzo! Corri per la vita!»
Rob intanto, lordo di bava e di sangue, faceva del suo meglio per risalire il corridoio, ma le onde che si formavano sul pavimento e sulle pareti lo sballottavano come la palla di un flipper.
TE me tradito! TE muore!
Era quasi al termine del corridoio, scorgeva già la sala da pranzo: un gigantesco vulcano era sorto là dove prima c’era la gola e stava eruttando liquido scuro che si andava a schiantare sul soffitto.
In preda alla nausea e alle vertigini, il ragazzo sentì le forze venirgli meno. Rinunciò alla lotta e si abbandonò all’ultima ondata che lo scagliò a diversi metri di distanza.
Poi fu tutto nero.
Quando aprì gli occhi vide il viso del Pulitore che l’osservava sorridente.
«Che… che è successo?» domandò Rob con un filo di voce.
«L’abbiamo sconfitta! Sei salvo.»
«Ma… come?»
Si guardò intorno e si accorse di essere nel bagno, che appariva sorprendentemente intatto.
«Moquette idrorepellente», sorrise il vecchio. «L’ultima ondata ti ha sbattuto contro lo stipite. È stato uno scherzo trascinarti qui dentro. L’unico posto sicuro della casa.»
Il Pulitore aiutò il giovane ad alzarsi. Fuori dal bagno la casa sembrava un campo di battaglia: pezzi di moquette e residui alimentari dappertutto.
«E adesso cosa racconto ai miei?»
Solo allora il giovane si accorse che una musica bellissima pervadeva la casa.
«Co… cos’è? Non ho mai udito nulla di più bello…»
«Vivaldi», annunciò l’altro. «“Le quattro stagioni”.»
Rimasero per un po’ in silenzio.
«Allora siamo salvi? Ce ne siamo liberati per sempre?»
Il vecchio gli cinse le spalle con un braccio. «Be’, tu ormai hai imparato la lezione, giusto?» Gli mostrò l’involucro di una merendina.
«Da oggi righerò dritto, promesso!»
«Sono fiero di te, ragazzo. Ah, per la moquette… Nessun problema: siete ancora in garanzia, no? Domani verranno i nostri addetti. Per il rientro dei tuoi sarà tutto come nuovo.»
«Uh… Davvero?» Rob non sapeva se rallegrarsi o mettersi a urlare.
«Certo. Non ricordi il nostro slogan? ‘Con noi cadete sempre sul morbido!’»
Oggi ospito un racconto dell'amico e musicista Luca Zeppegno.
Il suo blog:: http://artatamente.splinder.com/
Grazie Luca
“Contatto confermato…ci seguono!”
Il viso dell’ufficiale di rotta era terreo alla luce della strumentazione, nella piccola cabina di comando.
“Azioni evasive inutili, sono più grandi e più manovrabili di noi”.
Tirò un sospiro: sapeva come sarebbe andata a finire…
“Identificazione?”
L’espressione dell’altro era eloquente: “Un solo scontro con un membro di questa popolazione, sessanta anni fa nel Quadrante Delta…risultato: sconfitta dell’equipaggio umano”.
Questo era preoccupante. Non tanto per la sconfitta del precedente equipaggio, dopotutto la sconfitta era sempre un’eventualità probabile quanto un’eventuale vittoria, negli Scontri Di Supremazia. Era preoccupante non sapere praticamente nulla dei proprietari del vascello alieno.
Un paio di secoli di Scontri avevano fornito agli umani un discreto database di informazioni sulle altre razze aliene in grado di viaggiare più veloci della luce ed ogni informazione poteva essere determinante per vincere uno Scontro. Abitudini mentali, resistenze culturali, cinestesia fisica, ogni dato in più poteva salvare la tua vita e quella dell’equipaggio della tua nave.
“Ok, è inutile continuare con le azioni evasive, mi pare evidente che sono decisi a costringerci allo Scontro. Inviare Codice Di Accettazione Della Sfida.”
Il breve lampo di luce coerente tra le due navi lampeggiò per qualche microsecondo, invisibile agli occhi delle entità organiche che le abitavano, seguito da un’immediata risposta.
“Accettano, il contatto virtuale partirà tra 7 minuti”
“Non mi aspettavo che andasse diversamente, era abbastanza chiaro che era quello che volevano fin dall’inizio…”
Controllò, come sempre, la presa neurale, anche se sapeva che era in perfette condizioni. Dopo tanti Scontri era diventato per lui una sorta di rituale scaramantico.
Da quando gli umani erano apparsi sulla scena galattica ed avevano incontrato i Klootz, le cose andavano così.
A quanto pare i Klootz millenni fa avevano trovato questo metodo degli Scontri per evitare sanguinose ed insensate guerre tra specie intelligenti, in grado di viaggiare nello spazio e da quel momento, ogni nuova razza galattica doveva assoggettarsi se voleva avere il permesso di viaggiare ed esplorare. Poi, periodicamente, qualcuna delle bellicose specie inferiori si evolveva e diventava anch’essa parte dei Klootz.
Un metodo elegante, tutto sommato.
Però da quel giorno c’era gente come lui, pronta in ogni viaggio per doversi scontrare, secondo un rituale prestabilito, con i rappresentanti di qualunque bislacca specie aliena. Inutile dire che per chi perdeva c’era solo un risultato possibile: la morte.
“Ok, mettimi in contatto”
La presa neurale cominciò a inviargli la realtà virtuale nella quale avrebbe avuto luogo lo Scontro tra lui ed il rappresentante di questa ignota specie aliena.
A quanto pare si sarebbero scontrati nel deserto.
In realtà lo sfondo era del tutto indifferente, chissà cosa avrebbe visto l’altro.
Alcune scintille di luce apparivano a mezz’aria per sparire immediatamente, residui del rumore di fondo nelle comunicazioni tra le due navi.
Davanti a lui il suo avversario cominciò a materializzarsi. Era
La presa neurale cominciò a inviargli la realtà virtuale nella quale avrebbe avuto luogo lo Scontro tra lui ed il rappresentante di questa ignota specie aliena.
A quanto pare si sarebbero scontrati nel deserto.
In realtà lo sfondo era del tutto indifferente, chissà cosa avrebbe visto l’altro.
Alcune scintille di luce apparivano a mezz’aria per sparire immediatamente, residui del rumore di fondo nelle comunicazioni tra le due navi.
Davanti a lui il suo avversario cominciò a materializzarsi. Era
A quanto pare si sarebbero scontrati nel deserto.
In realtà lo sfondo era del tutto indifferente, chissà cosa avrebbe visto l’altro.
Alcune scintille di luce apparivano a mezz’aria per sparire immediatamente, residui del rumore di fondo nelle comunicazioni tra le due navi.
Davanti a lui il suo avversario cominciò a materializzarsi. Era
Alcune scintille di luce apparivano a mezz’aria per sparire immediatamente, residui del rumore di fondo nelle comunicazioni tra le due navi.
Davanti a lui il suo avversario cominciò a materializzarsi. Era
Davanti a lui il suo avversario cominciò a materializzarsi. Era
Era.
-“Pronto!! Meno male che me l’avevi garantita questa partita di merce! No, fa schifo! Ma del resto dovevo aspettarmelo…chi è così scemo da comprare biochip fatti a Città Del Messico?! No, non ho nessuna intenzione di pagare per questa roba! E’ marcia, la realtà virtuale fa schifo…no, mi spiace, non ti do neanche un dollaro del Nicaragua per questa schifezza! Il filmato si interrompe a metà, non ho nessuna intenzione di rovinarmi la reputazione con merce di contrabbando di seconda scelta!”
Oggi ospito un racconto dello scrittore Remo Bassini.
Il suo blog: http://remobassini.wordpress.com/
Tra i suoi libri:


Grazie Remo.

Ronda fascista
Era il tempo delle mele, dei radicali che facevano comizi, dei militari del servizio di leva obbligatorio in libera uscita, delle ronde.
“Occhio la ronda” dissero alcuni militari che, quella sera d’estate di un bel po’ d’anni fa, erano in piazza a sentire un parlamentare radicale che aveva richiamato una alta percentuale di belle ragazze e, quindi, anche di militari.
“Occhio la rondaaaa”, troppo tardi. Uno di loro, mescolato ai manifestanti, non aveva sentito e fu prontamente preso in consegna dal terzetto: reo di non avere il basco in testa. Ché i militari, allora (oggi non so) il berretto dovevano averlo sempre in testa.
Il comizio stava prendendo una brutta piega.
E’ una provocazione fascista, urlò un radicale dal palco, e la piazza rispose con un boato di disapprovazione e uno slogan, poi: ronda fascista, ronda fascista, ronda fascista.
Aveva un che di musicale, quello slogan, pensateci, immaginatevelo: rondafasci(piccola pausa)sta.
Era un comizio radicale, sì, ma i presenti erano tutti di sinistra, anche estrema.
E nacque una manifestazione spontanea: tutti dietro ai tre della ronda (ronda fascista, ronda fascista) con l’obiettivo di liberare il militare beccato senza basco.
Ronda fascista ronda fascista dalla piazza alla caserma, dove il poveraccio fu messo, credo, agli arresti.
Ci asserragliammo davanti alla caserma, la presa della Bastiglia volevamo fare.
A presidiare l’ingresso, così da evitare la presa, furono mandati dei militari, ché prima c’era una guardia sola.
Baionetta in canna, urlò un ufficiale.
No, urlò un altro, aggiungendo, Via le baionette.
Ne intervenne un terzo: Baionetta in canna. E quelli sudati a togliere mettere, mettere togliere.
La folla, che pretendeva giustizia e la liberazione immediata del militare, rispose con uno slogan – creativo -: ronda fascista. Anche i militari mandati a difendere la caserma e il suo onore erano così definiti, dal libero arbitrio di quel movimento spontaneo di un centinaio di persone. Anche loro erano “ronda”.
“Fascista” naturalmente.
Ronda fascista ronda fascista con una sola variante: quando il parlamentare radicale si presentò per dire che aveva ricevuto rassicurazione dalle autorità militari che per il poveretto prelevato dalla ronda (fascista) non ci sarebbero stati provvedimenti disciplinari la folla si ribellò, e – attenzione che c’è la variante – urlò: radicali borghesi, radicali borghesi, radicali borghesi.
(Poco musicale: durò poco).
C’ero anch’io.
Davanti, ma non urlavo. Però c’ero.
Non urlavo perché ero dispiaciuto. Perché tra i militari che, baionetta in canna, facevano la guardia e avevano il compito di difendere la caserma c’era un amico mio. Un romanaccio, lontano parente di Venditti, mi aveva detto.
(Proprio quel giorno c’eravamo divertiti. Mi aveva raccontato di una lettera che un altro militare aveva scritto alla sua assicurazione, dopo un incidente. Iniziava così: Cara assicurazione, io sto bene e così spero di te).
Quando qualcuno gli gridava, magari sputacchiandogli in faccia, ronda fascista, lui mi guardava come a dirmi: chemminchia c’entro io, che son pure comunista?
Io con la testa gli rispondevo con un gesto come a dire, chemminchia ci posso fare io?
Comunque.
Dopo due ore ecco che dalla macchina della questura, lì a controllare, scendono quattro tipi che vanno a presidiare pure loro la caserma.
E io ero sempre in prima fila insieme agli anarchici e a un mio amico (che è adesso fa il medico, è un diesse, ha sposato una di forza italia, medico pure lei, e, a quel che mi dicono, son tutti e due un po’ stronzi).
Ronda fascista anche per i poliziotti della questura: ormai lo slogan era quello.
Tra i poliziotti, però, ce n’era uno che, ora ripensandoci, penso e dico che aveva parecchie cose in comune con schwarzenegger.
L’altezza, per esempio. E i muscoli. A un certo punto questo tipo comincia a menare cazzottoni e calci a vuoto, all’aria insomma. Minchia: una cosa che faceva paura. Altroché Bruce Lee.
Io e l’amico mio (ora medico, pare stronzo) però siam duri e puri e restiamo fermi.
L’altro amico mio, il militare messo di guardia, però mi fa: Girati.
Mi giro.
La folla è scomparsa.
Anarchici, radicali, marxisti leninisti, democristiani che non sapevano cosa fare: tutti, ma tutti tutti, al solo vedere schwarzenegger che menava calci e pugni al vento erano diventati centometristi. Ed erano spariti.
A schwarzenegger, che si stava dirigendo verso di noi con un’espressione punto carina, io e l’amico mio (ex amico, ora medico, pare stronzo) dicemmo: Adesso andiamo.
(Lo dicemmo con una certa educazione. E rispetto).
E in fretta, disse lui, annuendo.
Forse era anche il tempo del film Per grazia ricevuta, non ricordo bene bene.
Oggi ospito un racconto dello scrittore Maurizio De Giovanni
Tra i suoi libri:

Grazie Maurizio
Un mestiere come un altro
Quella notte sognò sua madre. Non era successo per molti anni, ma quella notte capitò.
La rivide com’era quando lui era un ragazzino, non come la ricordava alla fine della sua lunga vita, un povero relitto divorato dal tempo e dall’Alzheimer, non più in grado nemmeno di guardarlo negli occhi col muto rimprovero per averla abbandonata in un istituto. Nel sogno aveva ancora il tono duro che era stato la colonna sonora della sua infanzia. Devi essere buono, se questo non ti nuoce. Sembra sempre nel giusto: questo è importante. Poi, fai quello che devi.
Ricordava questo, del suo sogno, quando si svegliò nel silenzio, il rumore sordo del cuore nelle orecchie. L’alba premeva per entrare nella stanza. Nella penombra si passò una mano sul viso e poi ne guardò il dorso, bianco, il reticolo di rughe, il rilievo dei tendini, le unghie adunche.
Un uomo vecchio, pensò. Sono diventato un uomo vecchio. Ma quando è successo?
Il lavoro lo investì all’improvviso, con la solita tonnellata di pensieri, programmi, brani di conversazione, righe e pagine che accompagnavano la prima autocoscienza del mattino. Non si sentiva ancora pronto, però. L’eco del sogno era per il momento troppo forte, voleva riflettere. La madre, il figlio, tutti e due vecchi: una nel ricordo, uno nell’immagine bianca di una mano nel buio. E se si fosse preso qualche ora? Se per una volta si fosse ritagliato un piccolo spazio, solo un momento per guardarsi in faccia in solitudine, senza gli schermi del grado e della funzione?
Era un desiderio che provava spesso, quasi ogni mattina: quando i suoi occhi si aprivano anticipando la vecchia sveglia meccanica, antica compagna sopravvissuta a mille traslochi. Non dava mai seguito, lasciando che le responsabilità lo sommergessero e lo portassero come una marea lontano da se stesso. Quel giorno però c’era stato il sogno, e l’immagine della sua mano, un artiglio estraneo nel buio. Prese il telefono sul comodino, dall’altra parte sapeva che qualcuno ascoltava in silenzio.
Chiese quali fossero gli impegni previsti per la giornata. In un sommesso mormorio, l’interlocutore non si mostrò impreparato: la richiesta era frequente a quell’ora del mattino e a volte anche prima. Il programma era il solito, incontri, riunioni strategiche, summit. Tutto urgente, tutto indifferibile, tutto necessario.
Spazzò via gli impegni con un secco ordine. L’interlocutore dall’altra parte della linea, perso in qualche meandro dell’immensa struttura, tentò una debole protesta che lui fece cadere in un gelido silenzio. Decise di mantenere solo l’impegno di mezzogiorno, quello non lo poteva delegare. Il che gli forniva almeno un paio d’ore di libertà vigilata, come chiamava ironicamente il proprio rarissimo tempo libero.
Si alzò lentamente dal letto e si trascinò in bagno. Vecchio. Contemplava l’idea quasi affascinato, scoprendo di non averci mai seriamente pensato. Un uomo vecchio. Senza la divisa, gli ordini imperiosi, la gente che scattava al suo comando. Senza il grado, il cappello, il seguito del suo stato maggiore. Senza la paura, il timore che ispirava. Un vecchio, nudo nella luce lattiginosa delle due lampadine, davanti a uno specchio. Un povero vecchio rimbambito, che sogna la mamma e ancora ne ha paura.
Si lavò a lungo, con metodo. Acqua fredda, come si era abituato in antiche missioni di giovane soldato, quando appena sveglio balzava sul mondo con la smania della sua aggressività. Ma di allora era rimasta solo l’acqua fredda.
Scelse un paio di vecchi pantaloni sformati, quelli che usava in montagna. Dovette cercare poco; al di là delle varie divise, una per ogni occasione, possedeva davvero pochi abiti. Un libro qualsiasi dal comodino, tra quelli che non avrebbe mai letto. E uscì.
Le due guardie alla porta scattarono sull’attenti, occhi vuoti, nessuna sorpresa. Non li degnò di uno sguardo. Un cenno infastidito della mano per allontanare la figura uscita dalla penombra, con un fascio di fogli in mano: ordini da firmare, disposizioni, comandi. Quella mattina non sapeva nemmeno chi fosse lui stesso, non aveva ordini da poter dare.
Non prese l’ascensore, avviandosi verso lo scalone. Cominciò a notare i segni della sua sorprendente presenza in una giovane in divisa che portava un vassoio, la colazione per qualcuno dei suoi ufficiali: un sospiro di terrore, le tazze che tintinnarono. La ragazza si addossò alla ringhiera di marmo, abbassando il capo. Paura, pensò lui. Sono un povero vecchio, e i miei hanno paura di me.
Percorse i corridoi incontrando poche persone, la voce doveva essersi sparsa in fretta. Alla porta altre due guardie sull’attenti, gli occhi spenti nel vuoto. Si avviò verso i giardini. Dietro di lui quattro uomini si staccarono dall’ombra per seguirlo a rispettosa distanza. In lontananza sentì il ronzio metallico delle trasmittenti e le voci sommesse che riferivano la sua posizione.
Non volevo questo, pensò. Era un mestiere come un altro, all’inizio. E lo è stato per lungo tempo, quando ci credevo, quando non sapevo ancora che cosa c’era dietro. Poi, poi era già troppo tardi.
In lontananza vide un gruppo di bambini che venivano condotti in tutta fretta via dai giardini. Stava arrivando il lupo cattivo.
Forse, rifletté, meglio sarebbe stato che avesse avuto una famiglia sua. Ora sarebbe stato un vecchio professore, magari nonno, rispettato e amato, che raccontava favole a nipotini incantati per farli mangiare.
Ma doveva essere onesto con se stesso. Il potere, la scarica di forza che ti riversava nelle vene, il senso dell’onnipotenza.. La stessa paura degli altri, la madre della sua solitudine, era un piacere fisico. Lo era sempre stato.
Sedendosi su una panchina all’ombra di un albero si guardò intorno alla ricerca dei suoi fantasmi. Non vedeva nessuno.
Eppure c’erano. In quarant’anni aveva dovuto vibrare centinaia di coltellate nelle schiene altrui, molte volte a uomini che lo avevano scelto, che erano stati suoi benefattori. Mentendo, aveva detto a se stesso che era per il bene comune, perché lui avrebbe fatto meglio. Poi, aveva pensato che fosse una specie di selezione naturale, la specie forte che prevale sulla debole, il sapiens sul neanderthal. Oggi, all’ombra di un tiglio nel primo sole della primavera, sapeva che non era così; era stato solo più lucido, più veloce degli altri. Più spietato.
Sorrise, amaro. Più spietato. Proprio lui. Quello cui la mamma diceva imperativa di essere sempre buono.
Ma gli diceva anche di essere pronto a difendersi, e lui si era difeso. E aveva difeso i suoi, non appena aveva avuto accesso alle stanze oscure del potere, quelle in cui c’erano gli ordini da dare. Aveva diretto la polizia segreta molto a lungo; per le sue decisioni governi erano caduti, famiglie erano state decapitate. A centinaia erano morti civili, donne, bambini, vecchi.
Il bene comune. Nulla poteva pesare di più. Ma il bene comune era il suo.
Con gli anni aveva scavato attorno a sé un baratro di terrore. Il suo nome era conosciuto da pochi, ma il ruolo era ben noto. Aveva cominciato a combattere i possibili avversari, accusandoli di dissidenza; era diventato il più fidato consigliere del vecchio capo di stato, un debole impaurito e malato, regnando di fatto al suo posto per anni. Aveva riempito carceri di paesi lontani, decretando morti bianche e scomparse silenziose. Era stato il regista nascosto di lunghi processi, di diffamazioni striscianti, di rovine e di suicidi. Aveva utilizzato tutti i vizi altrui, lussuria, ira, gola, avidità. A servizio della sua superbia.
Tutto per arrivare lì, dove si trovava ora: un vecchio solo, su una panchina all’ombra, con un pantalone sformato e un paio di scarpe un po’ scalcagnate, attorniato da fantasmi. E guardato a vista da quattro uomini nascosti, intenti a riferire a bassa voce e in codice i suoi movimenti. Doveva stare attento, pensò. Il capo della polizia segreta aveva uno sguardo che non gli piaceva, forse tramava contro di lui; lo aveva lasciato dov’era per tre anni, era il tempo di cambiarlo. Lo avrebbe mandato in missione, e sarebbe scomparso nell’ombra di qualche giungla lontana. Lui sarebbe stato un po’ più forte. E un po’ più solo.
Si alzò lentamente dalla panchina, la schiena dolorante. Un vecchio paranoico. E malato, pensò. Rientrò, stavolta prese l’ascensore, un ronzante strumento di ascesa. Che bella metafora della sua vita: salire da solo, in una gabbia dorata. Le guardie scattarono di nuovo, il tappeto frusciava sotto i suoi piedi trascinati. Solo: era stanco, di essere solo.
Rifiutando l’assistenza, vestì la complicata divisa di rappresentanza, l’Alta Uniforme. Con dita ferme e l’anima tremante annodò cordoni, strinse lacci, infilò bottoni nelle asole. Percorse sete con le dita, morbide, lucenti. Fredde. Pensò all’inizio. Era solo un mestiere come un altro.
All’uscita della stanza fu circondato dal seguito; colse tra due dei suoi più vicini aiutanti uno sguardo d’intesa. Che poteva significare? Sollievo perché era rientrato o qualche trama contro di lui? Nel dubbio annotò mentalmente che se ne sarebbe liberato. Poteva sostituire chiunque, in qualsiasi momento: l’unico insostituibile era lui. Avevi ragione, mamma. Devo difendermi.
Alla fine del corridoio la grande sala, dove tutti lo attendevano. Fece un cenno col capo e le due guardie aprirono la porta. Un passo avanti.
Dalla grande piazza inondata di sole la folla urlò la propria venerazione a Papa Pio XIII, che salutò col suo famoso, dolce sorriso.
Maurizio de Giovanni, aprile 2007
Oggi ospito un racconto di Cristiano Tinazzi.
Giornalista professionista freelance, saggista, autore televisivo.
Il suo sito: http://tinazzi.blogspot.com/
Tra le sue pubblicazioni:
Il cuore nel ghiaccio
Testimonianza di un soldato italiano nella campagna di Russia
Grazie Cristiano

Se avessi scelto un'altra vita
Al tavolo, col mio portatile, cerco di trovare un filo conduttore per scrivere. Il vino non aiuta. Non ci riesco. Eppure scrivere è il mio mestiere. Faccio il giornalista. La prossima volta che rinasco cambio mestiere...Troppi problemi, troppe incertezze, troppi casini che si accumulano uno sull'altro e che non riescono a districarsi. Forse se avessi fatto un altro lavoro...cazzate! Il problema sono io. Ho un qualche difetto di fabbricazione. Non funziono, tutto lì. Emotivamente piatto. Inconcludente. Trentasette anni buttati nel cesso. Mi si chiede di trovare un flashback, un racconto improntato su di esso. Il mio racconto è questo.
Cazzo sto facendo qui, cosa sto facendo qui. In macchina, in campagna, ad attendere i colpi di pistola. Li aspetto, lo so che manca poco, potrebbe essere questione di secondi, eppure l'attesa è infinita. Mi hanno chiesto di stare qui, in macchina, il motore acceso. Pochi secondi hanno detto. Perché sono qui? Sentito il colpo non ci sarà più niente da fare. Fuori, con gli altri, nel mondo, con la famiglia e dentro di me. Dopo il primo colpo non sarà più niente uguale.
Autobiografia romanzata? Finzione? Non lo so neanche io. Dopo tanti anni non me lo ricordo più. Eppure in quella macchina, in quella via di campagna, di notte, la nebbia, Sì, ero lì e chi è uscito aveva una pistola. Una Beretta.
“Entriamo e spariamo nel mucchio. Così mettiamo in pratica tutto quello che abbiamo sempre detto. Tu aspetta qui”. Il carrello della Beretta scorre e carica in canna il proiettile. Funzionare funziona. L'avevamo provata sui cartelli stradali, sparando ai lampioni. Non c'era nessuno in giro. Un paese disperso nella nebbia della campagna lombarda. I carabinieri lontani. E poi noi avevamo un cannone tra le mani. Stronzi e invincibili.
Lei dice che non sono capace di provare sentimenti. Probabile. Eppure no, non è vero. Li tengo solo in fondo ad un cassetto, nascosti, piegati bene come lenzuola che non userò mai, quelle per gli ospiti che non ho. Il problema è che non posso permettermi di tirarle fuori, quelle lenzuola. Questione di sopravvivenza, e io sono un barbone dell'anima.
C'era una cascina, ad un centinaio di metri. La luna, la notte e tanta umidità. C'era il mio sudore che colava dalla testa e tanti pensieri, troppi, di quelli che ti vengono quando stai male e sei reduce da una sbronza e giuri su Dio che non berrai più e basta qualsiasi droga e basta tutto e pensi alla Madonna e alle pene e ai supplizi dei santi e ti dici cazzo ma io sono retto io VOGLIO ESSERE RETTO. Aspetto e non succede niente. Mi scappa da pisciare ma ho paura ad uscire, perchè se sento i botti...dico che è finita e poi, poi niente. Tornano. “C'erano due che scopavano”, dicono, “sarà per la prossima volta”.
Due che scopavano sono stati il passaporto per il mio futuro, la mia vita, quella fottuta vita che scorre e che non si è mai fermata, neanche quando il mio cuore ha smesso di far male ma non di battere. Il mio cuore. Anche quello sta in un cassetto, tra un lenzuolo piegato e l'altro.
Oggi ospito un racconto di Nicoletta Vallorani, scrittrice di fantascienza e noir.
Il suo sito: http://www.nicolettavallorani.com/
Tra i suoi libri:
"Le Sorelle Sciacallo" DeriveApprodi, "La Fidanzata di Zorro" e "Cuore Meticcio" Marcos y Marcos, "Dentro la notte, e ciao" Granata Press, "Il Cuore finto di DR" e "DReam Box" per Urania di Mondadori, "I Misti di Sur" e "Darjee" Adnkronos libri, "Achab e Azul" e "Occhi di Lupo" I Corti EL, "Luca De Luca detto Lince", "Pagnotta e i suoi fratelli" e "Un mistero cirillico" EL, "Come una Balena" Salani. I suoi libri sono pubblicati anche in Francia da Gallimard nella Série Noir.
Grazie Nicoletta

Taboulhe
E comunque, non potrei. E' stata l'ultima, la più amata, anche se non ha mai voluto accettarlo. Mai ammesso di provare qualcosa per me. Mai accettato di venire a stare qui. Ci stava, in realtà, ma non ha mai lasciato intendere che fosse definitivo. Comunque sia, niente lo è - definitivo, intendo. Neanche la vita, tanto meno la mia.
Sto qui e penso i nostri ricordi tutti insieme. Mi sembra un bel pezzo di vita; vale la pena averlo vissuto.
Per questo non potrei: non sbatti in galera l'unica donna che ha accettato di far l'amore con te quando sei poco più di un relitto. Far l'amore, non sesso. Per questo non li avviserò, i coglioni. Taboulhe resta libera. Cerca un cuore. Un cuore nuovo per me.
Tre mesi fa. Il Posto del Perdono: un centro di accoglienza per malati che non si possono permettere che piccole dilazioni alla morte oppure anestetici molto forti, cocktail di allucinogeni che attutiscano il dolore del trapasso. Dicono che una volta, l'intera struttura fosse un ospedale, poi trasformato in università, poi trasformato in ospedale. E' in via Festa del Perdono, appunto. Di qui il nome.
Sono seduto a gambe incrociate su un lettino dietro a uno schermo. Sono nudo e il lenzuolo sotto di me non è pulito, ma tanto cosa posso prendermi che non ho già? Ho una sigaretta spenta tra le labbra e sorrido, perché non mi aspetto nessuna sorpresa.
Conosco bene il dottore: pelle tirata sulla faccia, occhi grandi e sporgenti, labbra sottili. Non sorride mai, anche perché lì c'è poco da ridere.
Esce da dietro lo schermo dell'ambulatorio, con le mani in tasca e una faccia di gesso. L'unica cosa che penso è che vorrei mettere le mani in tasca anch'io. Lo farei se non fossi nudo come un verme. -Allora, dottore?- dico. Mi viene da ridere, a guardare quella sua espressione luttuosa.
-Doveva succedere.
-Fine della festa?
-Doveva succedere, José. Io non posso farci niente.
Salto giù dal lettino e non dico niente. Mi sento le ossa di gelatina, ma a questo, ormai, mi sono abituato. Suppongo che mi abituerò anche all'idea di non potermi più fare impianti e quindi di non potermi salvare la vita.
Doveva succedere. -Lascia perdere, dottore. Sopravviverò.- Lo dico prima ancora di rendermi conto che invece non sopravviverò affatto, ed è proprio questo il punto. Non sopravviverò.
Il dottore mi volta le spalle e comincia a lavarsi furiosamente le mani, come se volesse scrostare via chissà cosa.
-Ho una cistifellea da piazzare e posso trovarti una tiroide, forse. Costa poco. Te la puoi permettere. Ma tutto il resto…- La sua voce mi arriva attutita, come se si fosse rimesso la mascherina. -Se avessimo un po' più di soldi, se potessimo usare impianti migliori, oppure organi veri, per i trapianti...
Una volta, ho visto un ridicolo film, al Centro Sormani. Una pellicola del secolo scorso, a colori, bidimensionale. C'era un tizio che faceva esperimenti coi cadaveri. Il tizio era un dottore e si chiamava Frankenstein. Prendeva un braccio, un fegato, un paio di mani, un cervello. Un pezzo qua e un pezzo là, come si fa coi puzzle. Il dottore tagliava e cuciva i pezzi e metteva assieme un mostro. Poi lo faceva vivere. Per un po'.
Guardo il mio ologramma, che è rimasto sospeso nell'aria, e intanto mi vesto. Anche il mio corpo è tutto una cucitura. Anche la mia vita ha un termine, che adesso è vicino. E' curioso come io non provi dolore né rimpianto. Neanche rabbia per il fatto che la mia vita dipenda solo dal fatto che non sono ricco.
Mi avvicino alla porta e il dottore, il mio dottore, si sta ancora lavando le mani. -Be', io vado.
-Non vuoi sapere…
-Quanto vivrò? Che importanza ha? Nessuno vuole vivere per sempre.
Esco.
Nessuno vuole vivere per sempre.
Dopo aver visto il medico, presi la sotterranea e andai al suq. Ce n'è uno bellissimo a Solari. Ha i colori dell'estate in questa città di mercati d'inverno. Andai con l'intenzione di perdermi e in qualche modo ci riuscii.
Pioveva, perciò i pattinatori erano meno del solito, e il rischio di scippi ridotto. La gente si muoveva più rilassata, senza sobbalzare ad ogni rumore di ruote.
Njanga era al suo posto, davanti a Tikkunmarkt. Brillava come un neon, con la faccia da negro albino sollevata verso il cielo gonfio di pioggia. -Cosa mangi, José?- mi chiese. -Oggi offro io.
Njanga capisce sempre di che umore sono e cucina piatti magici africani nella speranza di regalarmi un po' del calore del deserto, che lui stesso non ha mai visto. -Non ho fame.- Mi sedetti su uno dei bidoni disposti in una fila ordinata davanti al bancone e tirai fuori una sigaretta di tasca. Sempre la stessa, che non accendevo mai: nessuno fuma se ha un impianto di poco prezzo al posto dei polmoni.
-Non fumi più, José. Te lo ricordi?
-Ho cambiato idea. Dammi da mangiare. Fammi felice.
Njanga si gira verso i frigoriferi scrostati dove tiene i suoi ingredienti segreti e io gli osservo la schiena, paludata dentro un camice così simile a quello del mio medico, solo un po' più sporco.
E penso che stavolta la sigaretta la accendo. Tanto cos'ho da perdere?
Vivo a Milano. E' qui che sono nato e non potrei immaginarmi in nessun altro posto. Di mestiere, faccio il poliziotto. Commissario, per l'esattezza, che vuol dire uno stipendio ridicolo per esaminare cadaveri di varia natura e formulare ipotesi su come sono arrivati a diventare tali. Il mio è un mestiere di facciata, perché a nessuno gliene frega un accidente delle conclusioni cui arrivo io. Il potere vero sta da un'altra parte. Le faccende prive di peso le lasciano a me e io me le sbroglio da solo. Quelle importanti, me le tolgono di mano quando sto per arrivare da qualche parte. Com'è successo anni fa per l'imbroglio della MultiD: traffico di organi ad alto livello, collusioni prestigiose, legami politici. Mi hanno scippato tutto il plico per imboscarlo nelle alte sfere. -Sei troppo coinvolto: non puoi essere obiettivo- mi hanno detto.
E' per via della peste. Rododendrum Genericum. "Genericum" nel senso che non sanno come nasce, come si sviluppa e dove va. "Rodondendrum" perché ti rosica tutto, da dentro, finché di te rimane solo la pelle, e anche quella tutta cucita. Il nome di un fiore per consolarti del fatto che sei condannato a morte.
Ai tempi dellindagine sulla MultiD, ero già malato, e sapevo di essere a termine, perché non potevo permettermi impianti di buona qualità. Perciò i i miei padroni pensavano che incasinassi tutto reagendo in modo emotivo all'individuazione dei colpevoli di un traffico di organi. Almeno, così hanno detto. L'indagine non è mai stata conclusa. Nessuno scandalo per la MultiD, nessun premio per me. Intanto, io ho continuato a marcire.
Controllo la situazione tutti i giorni. Tengo sul frigo un disegno del mio corpo, organi interni e tutto. Dopo ogni impianto, aggiorno la mappa: questo sì, questo no, questo forse. Ho cambiato due volte i polmoni, una il fegato, tre la milza, e via così.
Il cuore no. Non ancora.
Dovrei cambiarlo, ma non posso perché ce ne vuole uno vero, e io non ho i soldi per permettermelo, né lo stomaco per strapparne uno a un barbone e precipitarmi dal mio dottore a proporgli un trapianto abusivo. Lui lo farebbe, lo so. Sono il suo paziente preferito.
Non me n'è mai fregato niente di morire, prima di adesso. Non sono abituato a essere felice e devo dire che questo mi complica la vita non poco.
Fino a poco tempo fa, l'unica cosa che si avvicinava vagamente alla soddisfazione, oltre a una bella scopata senza limiti di tempo, era il piacere di un piatto africano preparato da Njanga. La volta che ci andai dopo il dottore, per esempio, rimasi per un bel pezzo a guardarlo mentre mescolava tesori che non sapevo neanche che esistessero.
-E quello cos'è?
-Semolino, José. Sintetico, ma non male.
-Pomodori!
Njanga agita una mano chiazzata nell'aria e afferra uno staccio appeso alla sbarra sopra il bancone per nascondere la meraviglia rossa e rotonda che ha tirato fuori da uno dei frigoriferi: -Shhh. Vuoi farci arrestare?
Scoprii i denti: una fila di metalli assortiti organicocompatibili, scelti a risparmio. -Sono io la polizia.
-Se non mi arresti ti preparo il taboulhe. Da leccarsi i baffi.- Tirò fuori una lingua rosa e se la passò sulle labbra gonfie e umide. Poi si mise ad affettare verdure sintetiche, del tutto legali. Infine, spezie.
Quando mi piazzò davanti la ciotola, non ebbi neanche il tempo di fargli i complimenti: aveva il colore caldo e brunito di una bella donna con un vestito a fantasia. Sul rosso.
Njanga non seppe mai cos'avevo pensato e io non riuscii ad abbinare un sapore a quello che vedevo. Il casino arrivò forte e chiaro da Tikkunmarkt e io mollai tutto lì. Dovere professionale. Non ho mai avuto il minimo dubbio su quando sia il momento di intervenire. Il problema, per me, è capire quando devo lasciar perdere. Quello non lo capisco mai.
Tikkunmarkt è un luogo della memoria. Libri di carta sopra, ospizio per barboni sotto. Il negozio e il ricovero hanno entrate diverse e una volta i due piani erano entrambi di libreria. Però poi gli spazi per i miserabili sono diventati pochi e quelli per i libri sovrabbondanti. Perciò i barboni si sono istallati nel sotterraneo, stipulando un tacito patto di non belligeranza col proprietario della libreria sopra.
Il patto era stato appena infranto.
Non riuscii a capire subito cos'era esploso. Forse uno dei fornelli che usavano per farsi da mangiare, o un bidone con avanzi di combustibile. In ogni caso, era irrilevante. Lo diventò all'istante appena la vidi.
Era accucciata sopra un barbone. Gli stava a cavalcioni sul petto e gli aveva aperto la camicia. In una mano, sollevata in aria, impugnava un attrezzo luccicante. Un bisturi.
C'era fumo fitto e nero dappertutto. Mi lacrimavano gli occhi e mi stava venendo da vomitare. Eppure, anche così non riuscii ad evitare di pensare al piatto africano di Njanga: una bella donna brunita vestita di una fantasia sul rosso.
Taboulhe.
Non so come si chiami davvero. Mai saputo. Lei è sempre stata Taboulhe. Anche adesso, mentre la guardo muoversi in casa mia, non riesco a pensare a nessun altro nome che le si addica.
Taboulhe.
Un sapore che non conosco ma che comunque porterò con me.
La prima volta che è entrata qui è stata dopo l'attentato. Non so dire se fosse spaventata e sicuramente non mostrò alcuna gratitudine per non essere stata consegnata ai Guardiani, i cani sintetici dei padroni veri, che si scaraventarono a Tikkunmarkt appena seppero quello che era successo. Siccome nessuno aveva visto niente, imboscai il bisturi di Taboulhe e mentii. Dissi che l'attentatore era scappato prima che riuscissi a fermarlo, e loro mi credettero. Ne fornii una descrizione precisa, che coincideva perfettamente con il dottor Frankenstein che avevo visto nel film. I Guardiani sono la tecnologia più perfezionata del terzo millennio, ma non hanno memoria dei vecchi film, perciò non scoprirono il bluff. Si limitarono a guardarmi con disprezzo, considerando sconsolati la mia profonda imperfezione umana.
Per tutta la durata della conversazione, Taboulhe rimase posteggiata alle mie spalle, con un'aria indifferente, i capelli neri appiccicati alla fronte e il vestito rosso lacerato sul davanti. Quando finii di mentire ai Guardiani, uno dei due guardò la mia nuova amica come si considera un pezzo di carne.
-Chi è?
-Una mia amica. Stavamo mangiando insieme quando…
-Si chiama?
-Taboulhe. Taboulhe Njanga.
Il Guardiano fece un sorriso da copertina, tutto denti bianchi e perfezione tecnologica. -E' bella per voi?- chiese incuriosito.
Voi. Non riusciranno mai a essere umani. Lo sanno. Perciò ci guardano come fossimo animali da zoo: incuriositi dal nostro comportamento, dal cibo che ingeriamo, dai nostri vestiti e dalle regole dell'accoppiamento.
Feci di sì con la testa, esibendomi in quella che speravo fosse un'espressione da porco. Non ho molta pratica in materia, perciò potevo solo augurarmi che fosse convincente.
Più tardi, svelai questa mia perplessità a Taboulhe. -E' genetico- commentò lei, scrutandomi con occhi neri perfettamente naturali e fondi da non credere. -Gli uomini ci riescono sempre al primo colpo a fare l'espressione da porco.
Eravamo a casa mia. Lei stava in piedi nel centro esatto dell'unica stanza e si guardava intorno. Era l'unica cosa rossa in tutto il locale. Cioè, non una cosa. Una donna viva, indifferente, ingrata e non molto interessata a me. Per quanto potevo capire, almeno.
Perlustrò la stanza con lo sguardo, si fermò sul frigo e poi si avvicinò. Il disegno sullo sportello era tutto pasticciato. Sembrava la mappa di un paese in via di colonizzazione. Un paese a forma di essere umano. -Sei malato?- chiese, senza interesse.
-Già. L'appartamento verrà libero presto.
Lei mi guardò, sempre senza emozione. -Allora mi conviene restare.
Inspiegabilmente contento di essere maltrattato, presi coraggio. -Sarà meglio presentarsi. Mi chiamo José. Tu?
Lei mi fissò dritto negli occhi. -Taboulhe. Taboulhe Njanga.
Poi si tolse il vestito e si infilò nel bagno. E si fece una doccia.
Una settimana dopo era ancora lì, e non era mai uscita di casa. A dire la verità, ero uscito poco anch'io. Era straordinario quanto fossero poche e irrilevanti le cose che ci eravamo detti. Per lo più bugie, da parte sua. Adesso lo so. Per lo più verità, dalla mia, ma verità che comunque avrebbe potuto scoprire chiunque.
Stavamo lì, insieme, in silenzio. E facevamo l'amore.
Dal mio punto di vista, era l'aspetto sostanziale della convivenza. Se glielo avessi detto, Taboulhe avrebbe commentato di sicuro: -Non c'è da stupirsi, da quel porco che sei.- Perciò non le dissi mai nulla. Mi limitai a godermi questa cosa come un regalo alla fine della vita. E siccome mi sembrava che in tutta questa cosa lei ci mettesse anche il cuore, mi guardai bene dal chiederle una conferma che lei non mi avrebbe mai dato a parole. Mi tenni Taboulhe e le sue menzogne. E questa cosa strana che mi piaceva e lusingava chiamare amore.
Non so spiegare quello che provai quando l'ottavo giorno, tornando a casa, non la trovai. Quello che posso dire è che per i due giorni successivi battei Milano in ogni angolo, anche di notte, da Rogoredo alla Spiga, dalla Città Bombardata a Solari. Tornai da Njanga la sera del secondo giorno di ricerche, a farmi consolare, e mentre lui mi preparava la sua medicina, Taboulhe ricomparve.
-Questo è mio padre?- chiese, indicando il negro albino e poi l'insegna sul bancone: NJANGA. Poi si rivolse al mio amico e lo salutò.
-Abari.
-Abari sana- rispose lui. E si rimise a preparare il gran miscuglio.
Taboulhe mi baciò e Njianga sorrise. Sapeva di birra e di antisettico. Ma sopratutto c'era l'odore della sua pelle. L'avevo sognato così a lungo che sentii solo quello.
Nei due mesi successivi, Taboulhe continuò a vivere a casa mia. Sparì altre due volte, lei e il suo bisturi lucente. La seconda volta, feci una cosa che non avrei mai dovuto fare: la seguii.
Così scoprii tutto, compresa la ragione degli incubi che la svegliavano a notti alterne, e la spaventavano a morte. Ancora oggi, credo che lei si sia accorta di essere seguita. Penso che per qualche motivo avesse voglia di essere scoperta. Da me. Non mi amava, perciò non credo che l'abbia fatto per rendermi partecipe dei suoi segreti. Forse si è trattato solo di stanchezza, desiderio di arrivare a scrivere la parola fine sotto la sua storia.
Così mi permise di seguirla, mi concesse l'illusione di essere veloce e silenzioso alle sue spalle, mentre si muoveva veloce per le strade che portavano alla Stazione Centrale. C'era un ricovero per barboni, lì vicino. Lei si appostò vicino all'uscita e aspettò. Sotto la pioggia. Il vestito rosso sembrava una macchia di sangue contro l'asfalto. Il resto di lei potevo solo immaginarlo.
Ero stanco e mi appisolai, seduto su uno scalino a qualche metro da lei. Così mi svegliò l'urlo. Breve, subito soffocato. E quando aprii gli occhi la vidi nella posizione esatta in cui l'avevo conosciuta: a cavalcioni sopra un barbone, col bisturi sollevato.
Non la fermai. Rimasi ipnotizzato a fissare la lama, il corpo del vecchio, le mani di Taboulhe che frugavano nell'incisione, il traffico per depositare qualcosa nel contenitore biologico. Tutto fu fatto in pochi minuti. Quando Taboulhe si alzò, guardò verso di me con quella sua aria di sfida, e disse: -Non vuoi vivere per sempre?
Ero abbastanza vicino da sentirla. Potevo fermarla. Arrestarla. Consegnarla ai miei padroni.
Non feci niente di tutto questo.
La guardai sparire e poi tornai a casa. La aspettai per due giorni e quando tornò feci finta di niente. Quando lei ebbe uno dei suoi incubi la consolai. Quando mi consigliò di fare come lei per salvarmi la vita, le risposi che la mia vita ce l'avevo già. Ed era migliore di quanto avessi mai osato sperare. Punto.
Per conto mio, non aspiravo a rubare organi per farmeli trapiantare al posto di quelli marciti. Lei replicò che erano fatti miei, ma che se volevo, prima o poi avrebbe rubato un cuore per me.
La vita è una cosa strana. Che tu lo voglia o no, ti resta attaccata addosso fino al momento in cui decide lei di andarsene. Taboulhe non aveva un particolare desiderio di vivere per sempre, però non sopportava l'idea di morire. Da imbecille, cioè: solo perché non aveva i soldi per curarsi. Perciò rubava quello che le serviva per procurarsi un altro pezzo di vita. Ieri sera, prima di vederla sparire di nuovo, le ho chiesto che cosa le mancava ancora per essere rimessa a nuovo: secondo i miei calcoli, doveva essere a posto.
Lei mi ha fatto un sorriso, il primo da quando ci conosciamo. -Sono sana, infatti.
-Allora?
-Ti serve un cuore nuovo, no? Vado a rubarlo per te.
-Perché?- le ho chiesto, sinceramente stupito.
-Non vuoi vivere per sempre?- mi ha risposto lei. Poi se n'è andata, lasciandosi alle spalle una scia rossa e brunita.
Non so se tornerà. In fondo, perché dovrebbe farlo? E per conto mio, ho avuto tutto quello che volevo dalla vita, e anche di più. La cosa buffa è che adesso, davvero, non mi dispiacerebbe vivere per sempre. Ed è un bel casino.

Piove. E' un grigio pomeriggio di gennaio.
Per molti oggi è così. Per me no.
La pioggia mi dà sicurezza.
Allena i miei pensieri. Rafforza le mie idee.
C' è una pioggerellina sottile, silenziosa, simile a quella di Londra.
Mi piace la pioggia, perché è romantica, unisce, ricorda.
Quando piove invito gli amici a cena.
Questa sera preparo il cous cous. Il kebab l'ho ordinato. Le salsine e le spezie non mi mancano.
Il vino l'ho fatto io.
Ho invitato Luca e la sua ragazza astemia, l'ultimo album di Vinicio Capossela,
Andrea e le sue chiacchiere; alcune sono interessanti altre, vertono un po' troppo sulle donne. Finisco sempre col chiedergli come mai molti uomini hanno sempre così tante idee interessanti su quello che faranno per me e le altre donne.
Mi piace la pioggia, perché è dispettosa.
Oggi piove su tutti, ricchi e poveri.
Molti uomini e molte donne trascorrono la loro vita scendendo a patti con una falsa immagine di loro stessi.
La maggior parte della gente è povera.
La maggior parte di noi non vuol sentirselo dire.
La povertà potrebbe diventare una forza per una comunità e invece rimane un difetto da nascondere.
Ho visto famiglie andare in disgrazia, perché volevano imitare i ricchi.
I miei vicini hanno comprato un Audi e spesso non riescono a comprare il pane.
Lui ha lavorato 16 ore al giorno per due anni, per permettersi almeno una volta nella vita, una cena il 10 di agosto, nel miglior ristorante della località estiva scelta dai ricchi.
E mentre cenano non si guardano in faccia.
E mentre cenano, nel ristorante di lusso, i ricchi non ci sono.
Accanto a te c'è la plebe. Quella che pensavi di aver lasciato a casa.
E quella settimana al mare farai la fila esattamente come in città.
C'è troppo traffico e lo yacht non ce l'hai.
50 euro una coca cola e l'elicottero non ce l'hai.
I ricchi, i veri ricchi, non confondono la gente.
I ricchi cenano solo con i ricchi. Loro non si sbagliano.
Il sistema loro non lo subiscono, lo hanno creato.
Hai trascorso due anni della tua vita lavorando 16 ore al giorno e non hai scattato nessuna foto ai tuoi figli.
Hai pagato duemila euro una cena per raccontarlo ai tuoi amici rimasti in città. Saranno orgogliosi di te.
"Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole una gazzella si sveglia, sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa.
Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole un leone si sveglia, sa che dovrà correre più della gazzella o morirà di fame.
Ogni mattina in Africa, non importa che tu sia un leone o una gazzella, l'importante è che tu incominci a correre."
Ho comprato un tappeto, è di canna di bambù.
Ieri, a pancia in su sul tappeto, ascoltavo Bill Frisell, un chitarrista che, secondo me, non può essere definito facilmente all'interno di un genere.
So per certo che ha un suono unico.
E pensavo al mio modo di guardare le cose.
Spesso ho pensato fosse unico.
Lo consideravo un valido strumento di evasione.
Ricordo che a sette anni, la mia famiglia, come tutte le famiglie del paese quel giorno, aveva trascinato incredulità e curiosità verso la chiesa del santo patrono per vedere il miracolo della Madonna che piangeva da due giorni.
Sembravano tutti essere destinatari di un miracolo che a me non interessava.
Io ero rimasta fuori a fissare una porta e delle mani che sporgevano dalle ante.
Erano mani grandi di donna anziana e chissà chi era quella donna e cosa avevano fatto quelle mani, cosa avevano raccolto e cosa avevano toccato. Da piccola i racconti dei grandi su come avevano superato le difficoltà della guerra erano i miei preferiti. Come nascondevano, come proteggevano, come comunicavano e si aiutavano l'un l'altro. Forse chi crede che la guerra sia una cosa giusta non ha mai ascoltato racconti veri, di gente vera intendo. Forse ha ascoltato le chiacchiere da salotto di qualche intellettuale di sinistra e di destra che per terra, per bere, non ha mai leccato. O forse è semplicemente un pazzo.
Ho sempre osservato le cose più imbarazzanti, apparentemente meno ghiotte e appariscenti.
Ho sempre cercato di saltare il muro di ogni tabù, di ogni convenzione, di ogni sortilegio.
All'inizio credevo di poter essere una persona interessante per questo.
Ma ritrovarsi in una stanza nera con i fari rossi e la gente che balla e si diverte, mentre tu hai un'erezione vertebrale nell'osservare certe dinamiche tra cacciatori e prede, col tempo fa sentire diversi.
Spesso ho la sensazione di non riuscire a cogliere l'essenziale.
Ho letto da qualche parte che questa sensazione ce l'ha l'autodidatta.
Ma se qualcuno mi dovesse insegnare io finirei col diventare un prototipo, magari numerato, e i miei racconti e le mie immagini e i miei colori avrebbero un alibi.
Io invece voglio essere libera.
Ho dato a Luca, il mio vicino innamorato e incasinato, il primo capitolo della storia che sto scrivendo.
E' da due giorni che non si fa vivo.
Sarà mica imbarazzato?
Lo so che non c'è nulla di unico nel guardare le cose a pancia in su, semplicemente, certe volte, ti può capitare di sorridere alle stelle.
Ladypazz