UN CONTINUO DECERVELLAMENTO DI STILE

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Ladypazz e il suo Continuo Decervellamento di Stile. Blogger nell'anima, scrittrice famosa nella prossima vita, lettrice attenta, sceneggiatrice e regista di video e booktrailer. Amante del genere noir e non solo, crea fusioni tra libri e immagini e realizza la "Quinta di copertina"

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domenica, 18 ottobre 2009

Signora Calvin Klein

Ieri ero al solito caffè. Alle 23 una ragazza mi ha fermato e salutato.
Un incontro casuale si è trasformato in una lunga apnea nei ricordi innaffiata  di birra doppio malto. Lei è stata una mia compagna di classe.

A scuola era un’obesa e anche un fottuto genio con un’ironia grossa quanto il suo culo inesploso. L’ultima volta che l’ho vista è stato nel maggio del 2002, al suo primo  esame alla facoltà di biotecnologia.
Quel giorno io ero con lei nello studio della professoressa bionda tatuata Calvin Klein. Fu forse il peggior debutto universitario che io possa ricordare e immaginare. Ricordo frasi come : “Lei è un ignorante signorina! Un’inetta! A lei non avrebbero dovuto dare nemmeno la licenza media, ma com’è possibile che lei si sia diplomata con 100 al liceo? Non credo onestamente che lo studio universitario sia per lei...etc.etc...” Mentre questa prof proseguiva con le sue elucubrazioni mentali gravemente deviate ad alta voce, sembrava che il grasso della mia amica si stesse sciogliendo su quella sedia. Tremava, sudava e raccoglieva onestamente più del dovuto. Da allora l’ho persa di vista. Ieri mi ha raccontato della sua vita. Il giorno dopo il suo primo esame ha abbandonato l’università.
Si è arruolata nell’esercito, è dimagrita 50 kg.

 

.Mi ha raccontato delle sue missioni all’estero col contingente italiano e intanto beveva  ma non come si beve per chiacchierare e nemmeno per dimenticare, beveva da alcolizzata. I suoi pensieri così diversi da quelli dei tempi del liceo. Così diversi dai miei. Lei, che aveva fatto del suo humor e del suo cervello lo scudo del suo corpo. Lei, che per reazione alla signora Calvin Klein aveva preso una decisone più grossa del suo quintale e abbandonato il sogno di diventare una ricercatrice.

 

 

Ha 27 anni e ha già fatto tre missioni, beve fiumi di birra irlandese  e parla una lingua che non mi appartiene. Usa termini e frasi come: "Se la son cercata, tu non capisci...Noi ci sacrifichiamo...Ci dovrebbero ringraziare, bisogna liberale il mondo dal male...Con le missioni mi faccio i soldi, ho fatto il mutuo per la casa, ho la macchina nuova e ventimila euro in banca".



postato da: ladypazz2 alle ore 11:05 | link | commenti (8)
categorie: racconto
sabato, 01 agosto 2009


La casa sembra isolata e io sono seduta fuori in veranda.
Sono circondata da una pergola di uva bianca, più giù i rami degli alberi ondeggiano nella brezza, davanti c'è il mare. Tutto sembra straordinario per quel clima di libertà che riesco quasi a sfiorare; la mia vita è stata un continuo conflitto tra il cercare di possederla e la paura reale di averla.

In questo ultimo anno ho vissuto in diversi luoghi, ho cercato di allontanarmi il più possibile da questa casa, mentre un pensiero fisso continuava a martellare la mia mente. Il mio corpo non era qui, ma le immagini di quelle scale continuavano a tornare, le vedevo nel piatto tra le patate bollite, nascoste dentro i vestiti usati del mercato, negli occhi di un corpo nudo mentre facevo sesso. Qualunque cosa facessi non riuscivo a liberarmene. Qualunque luogo raggiungessi non era mai troppo lontano. Per questo sono ritornata.

La sera questa casa non è più isolata. Ci sono giorni che pagherei qualunque cifra per dimenticare. Certe volte, all'imbrunire, provo a distrarmi: osservo i pipistrelli, do i nomi alle piante, ascolto gli animali. Ma poi la luce va via, è un buio diverso da quello della città, il rumore del vento diventa un richiamo, il mio corpo una calamita, il buio mi avvolge dentro e fuori.

Tutte le sere in ogni muscolo, dentro ogni vena ciò che scorre è paura. La sento, la vedo, la imploro. La mente cerca di mandare al corpo un comando... vai via, corri via, scappa, e invece mi dirigo verso quella cosa, sempre più giù per quella scala a chiocciola. Lì, dove tutto ha avuto inizio e mai fine. Scendo le scale con una torcia in mano e sento l'alito di quella casa: vecchio, imprigionato, violento. Scendo e il respiro diventa sempre più rapido, il silenzio è assoluto. Davanti a me c'è il freezer. Devo, devo, devo aprirlo... devo, devo assicurarmi che tu sia sempre lì.

Ogni sera scendo queste scale con la paura che il tuo corpo sia uscito fuori dal freezer e sia pronto ad ammazzarmi. L'illusione è stata la mia libertà, la realtà la mia condanna.

                                                     Ladypazz, la ragazza che si improvvisa


postato da: ladypazz2 alle ore 20:53 | link | commenti (15)
categorie: racconto, noir, ladypazz
venerdì, 05 giugno 2009

Toc toc...chi è?

Oggi ospito un racconto dello scrittore Maurizio De Giovanni

Tra i suoi libri:

     

Grazie Maurizio

Un mestiere come un altro


Quella notte sognò sua madre. Non era successo per molti anni, ma quella notte capitò.

La rivide com’era quando lui era un ragazzino, non come la ricordava alla fine della sua lunga vita, un povero relitto divorato dal tempo e dall’Alzheimer, non più in grado nemmeno di guardarlo negli occhi col muto rimprovero per averla abbandonata in un istituto. Nel sogno aveva ancora il tono duro che era stato la colonna sonora della sua infanzia. Devi essere buono, se questo non ti nuoce. Sembra sempre nel giusto: questo è importante. Poi, fai quello che devi.

Ricordava questo, del suo sogno, quando si svegliò nel silenzio, il rumore sordo del cuore nelle orecchie. L’alba premeva per entrare nella stanza. Nella penombra si passò una mano sul viso e poi ne guardò il dorso, bianco, il reticolo di rughe, il rilievo dei tendini, le unghie adunche.

Un uomo vecchio, pensò. Sono diventato un uomo vecchio. Ma quando è successo?

Il lavoro lo investì all’improvviso, con la solita tonnellata di pensieri, programmi, brani di conversazione, righe e pagine che accompagnavano la prima autocoscienza del mattino. Non si sentiva ancora pronto, però. L’eco del sogno era per il momento troppo forte, voleva riflettere. La madre, il figlio, tutti e due vecchi: una nel ricordo, uno nell’immagine bianca di una mano nel buio. E se si fosse preso qualche ora? Se per una volta si fosse ritagliato un piccolo spazio, solo un momento per guardarsi in faccia in solitudine, senza gli schermi del grado e della funzione?

Era un desiderio che provava spesso, quasi ogni mattina: quando i suoi occhi si aprivano anticipando la vecchia sveglia meccanica, antica compagna sopravvissuta a mille traslochi. Non dava mai seguito, lasciando che le responsabilità lo sommergessero e lo portassero come una marea lontano da se stesso. Quel giorno però c’era stato il sogno, e l’immagine della sua mano, un artiglio estraneo nel buio. Prese il telefono sul comodino, dall’altra parte sapeva che qualcuno ascoltava in silenzio.

Chiese quali fossero gli impegni previsti per la giornata. In un sommesso mormorio, l’interlocutore non si mostrò impreparato: la richiesta era frequente a quell’ora del mattino e a volte anche prima. Il programma era il solito, incontri, riunioni strategiche, summit. Tutto urgente, tutto indifferibile, tutto necessario.

Spazzò via gli impegni con un secco ordine. L’interlocutore dall’altra parte della linea, perso in qualche meandro dell’immensa struttura, tentò una debole protesta che lui fece cadere in un gelido silenzio. Decise di mantenere solo l’impegno di mezzogiorno, quello non lo poteva delegare. Il che gli forniva almeno un paio d’ore di libertà vigilata, come chiamava ironicamente il proprio rarissimo tempo libero.

Si alzò lentamente dal letto e si trascinò in bagno. Vecchio. Contemplava l’idea quasi affascinato, scoprendo di non averci mai seriamente pensato. Un uomo vecchio. Senza la divisa, gli ordini imperiosi, la gente che scattava al suo comando. Senza il grado, il cappello, il seguito del suo stato maggiore. Senza la paura, il timore che ispirava. Un vecchio, nudo nella luce lattiginosa delle due lampadine, davanti a uno specchio. Un povero vecchio rimbambito, che sogna la mamma e ancora ne ha paura.

Si lavò a lungo, con metodo. Acqua fredda, come si era abituato in antiche missioni di giovane soldato, quando appena sveglio balzava sul mondo con la smania della sua aggressività. Ma di allora era rimasta solo l’acqua fredda.

Scelse un paio di vecchi pantaloni sformati, quelli che usava in montagna. Dovette cercare poco; al di là delle varie divise, una per ogni occasione, possedeva davvero pochi abiti. Un libro qualsiasi dal comodino, tra quelli che non avrebbe mai letto. E uscì.

Le due guardie alla porta scattarono sull’attenti, occhi vuoti, nessuna sorpresa. Non li degnò di uno sguardo. Un cenno infastidito della mano per allontanare la figura uscita dalla penombra, con un fascio di fogli in mano: ordini da firmare, disposizioni, comandi. Quella mattina non sapeva nemmeno chi fosse lui stesso, non aveva ordini da poter dare.

Non prese l’ascensore, avviandosi verso lo scalone. Cominciò a notare i segni della sua sorprendente presenza in una giovane in divisa che portava un vassoio, la colazione per qualcuno dei suoi ufficiali: un sospiro di terrore, le tazze che tintinnarono. La ragazza si addossò alla ringhiera di marmo, abbassando il capo. Paura, pensò lui. Sono un povero vecchio, e i miei hanno paura di me.

Percorse i corridoi incontrando poche persone, la voce doveva essersi sparsa in fretta. Alla porta altre due guardie sull’attenti, gli occhi spenti nel vuoto. Si avviò verso i giardini. Dietro di lui quattro uomini si staccarono dall’ombra per seguirlo a rispettosa distanza. In lontananza sentì il ronzio metallico delle trasmittenti e le voci sommesse che riferivano la sua posizione.

Non volevo questo, pensò. Era un mestiere come un altro, all’inizio. E lo è stato per lungo tempo, quando ci credevo, quando non sapevo ancora che cosa c’era dietro. Poi, poi era già troppo tardi.

In lontananza vide un gruppo di bambini che venivano condotti in tutta fretta via dai giardini. Stava arrivando il lupo cattivo.

Forse, rifletté, meglio sarebbe stato che avesse avuto una famiglia sua. Ora sarebbe stato un vecchio professore, magari nonno, rispettato e amato, che raccontava favole a nipotini incantati per farli mangiare.

Ma doveva essere onesto con se stesso. Il potere, la scarica di forza che ti riversava nelle vene, il senso dell’onnipotenza.. La stessa paura degli altri, la madre della sua solitudine, era un piacere fisico. Lo era sempre stato.

Sedendosi su una panchina all’ombra di un albero si guardò intorno alla ricerca dei suoi fantasmi. Non vedeva nessuno.

Eppure c’erano. In quarant’anni aveva dovuto vibrare centinaia di coltellate nelle schiene altrui, molte volte a uomini che lo avevano scelto, che erano stati suoi benefattori. Mentendo, aveva detto a se stesso che era per il bene comune, perché lui avrebbe fatto meglio. Poi, aveva pensato che fosse una specie di selezione naturale, la specie forte che prevale sulla debole, il sapiens sul neanderthal. Oggi, all’ombra di un tiglio nel primo sole della primavera, sapeva che non era così; era stato solo più lucido, più veloce degli altri. Più spietato.

Sorrise, amaro. Più spietato. Proprio lui. Quello cui la mamma diceva imperativa di essere sempre buono.

Ma gli diceva anche di essere pronto a difendersi, e lui si era difeso. E aveva difeso i suoi, non appena aveva avuto accesso alle stanze oscure del potere, quelle in cui c’erano gli ordini da dare. Aveva diretto la polizia segreta molto a lungo; per le sue decisioni governi erano caduti, famiglie erano state decapitate. A centinaia erano morti civili, donne, bambini, vecchi.

Il bene comune. Nulla poteva pesare di più. Ma il bene comune era il suo.

Con gli anni aveva scavato attorno a sé un baratro di terrore. Il suo nome era conosciuto da pochi, ma il ruolo era ben noto. Aveva cominciato a combattere i possibili avversari, accusandoli di dissidenza; era diventato il più fidato consigliere del vecchio capo di stato, un debole impaurito e malato, regnando di fatto al suo posto per anni. Aveva riempito carceri di paesi lontani, decretando morti bianche e scomparse silenziose. Era stato il regista nascosto di lunghi processi, di diffamazioni striscianti, di rovine e di suicidi. Aveva utilizzato tutti i vizi altrui, lussuria, ira, gola, avidità. A servizio della sua superbia.

Tutto per arrivare lì, dove si trovava ora: un vecchio solo, su una panchina all’ombra, con un pantalone sformato e un paio di scarpe un po’ scalcagnate, attorniato da fantasmi. E guardato a vista da quattro uomini nascosti, intenti a riferire a bassa voce e in codice i suoi movimenti. Doveva stare attento, pensò. Il capo della polizia segreta aveva uno sguardo che non gli piaceva, forse tramava contro di lui; lo aveva lasciato dov’era per tre anni, era il tempo di cambiarlo. Lo avrebbe mandato in missione, e sarebbe scomparso nell’ombra di qualche giungla lontana. Lui sarebbe stato un po’ più forte. E un po’ più solo.

Si alzò lentamente dalla panchina, la schiena dolorante. Un vecchio paranoico. E malato, pensò. Rientrò, stavolta prese l’ascensore, un ronzante strumento di ascesa. Che bella metafora della sua vita: salire da solo, in una gabbia dorata. Le guardie scattarono di nuovo, il tappeto frusciava sotto i suoi piedi trascinati. Solo: era stanco, di essere solo.

Rifiutando l’assistenza, vestì la complicata divisa di rappresentanza, l’Alta Uniforme. Con dita ferme e l’anima tremante annodò cordoni, strinse lacci, infilò bottoni nelle asole. Percorse sete con le dita, morbide, lucenti. Fredde. Pensò all’inizio. Era solo un mestiere come un altro.

All’uscita della stanza fu circondato dal seguito; colse tra due dei suoi più vicini aiutanti uno sguardo d’intesa. Che poteva significare? Sollievo perché era rientrato o qualche trama contro di lui? Nel dubbio annotò mentalmente che se ne sarebbe liberato. Poteva sostituire chiunque, in qualsiasi momento: l’unico insostituibile era lui. Avevi ragione, mamma. Devo difendermi.

Alla fine del corridoio la grande sala, dove tutti lo attendevano. Fece un cenno col capo e le due guardie aprirono la porta. Un passo avanti.


Dalla grande piazza inondata di sole la folla urlò la propria venerazione a Papa Pio XIII, che salutò col suo famoso, dolce sorriso.



Maurizio de Giovanni, aprile 2007


postato da: ladypazz2 alle ore 10:21 | link | commenti (16)
categorie: racconti, racconto, maurizio de giovanni
lunedì, 01 giugno 2009

toc toc...chi è?

Oggi ospito un racconto del giornalista  e  scrittore Enrico Gregori.

Il suo blog : http://enricogregori.splinder.com/

Tra i suoi libri:

      


Attualmente sta lavorando all'uscita del suo terzo romanzo
.

Grazie Enrico

L'ESTATE DEL '65
 
 

Fu così che conobbi Geppo il Roscio.
Lui abitava in un paesino del Frusinate. Mi costrinsero a passarci le vacanze.
C’è l’aria buona, avevano detto, e tu hai l’adenopatia. C’è la cugina
di mamma lì, è come una zia. Starai bene e guarirai.

Sì ricordo, oh sì che ricordo.

Quando arrivai a casa di quella donna... CHE TETTE!
E mi accolse con un bicchiere di latte appena munto.
Un litro di questo al giorno, mi consigliò, e sarai forte come un torello.
Geppo il roscio aveva sempre i pantaloni strappati e le ginocchia ferite.
Era il figlio della balia. Aveva tanti fratelli, in un certo
senso.
E sarai mio fratello anche tu, mi disse. Ma sappi che tutti i miei fratelli fanno
il giuramento.
Quale?
Il giuramento dei pirati del cocomero. Si va di notte nel campo di don
Cataldo e si rubano le angurie. Sono due anni che lo facciamo. Se lo merita, è
avaro da fare schifo.

Geppo che andava avanti scorticandosi le ginocchia.
I suoi capelli erano oro rosso sotto la luce della luna.
E poi una fucilata a disintegrare sogni e silenzi.
Geppo il roscio colpito in pieno.
Mi credevo che era una volpe, disse don Cataldo.
E Geppo moriva abbracciato al suo ultimo cocomero.

Sì ricordo, oh sì che ricordo.

La mia paura e la mia rabbia. Ricordo che avevo tra le mani una doppietta più grande di me.
Ricordo il maresciallo: “c’hai 11 anni, ‘stu figlio ‘e bucchine che sei!”.
E ricordo che mi rimandarono a casa, dopo che avevo ammazzato don Cataldo,
Senza più Geppo, ma sempre con l’adenopatia.


postato da: ladypazz2 alle ore 09:05 | link | commenti (8)
categorie: racconto, noir, enrico gregori