UN CONTINUO DECERVELLAMENTO DI STILE

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Ladypazz e il suo Continuo Decervellamento di Stile. Blogger nell'anima, scrittrice famosa nella prossima vita, lettrice attenta, sceneggiatrice e regista di video e booktrailer. Amante del genere noir e non solo, crea fusioni tra libri e immagini e realizza la "Quinta di copertina"

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giovedì, 15 ottobre 2009

Notte buia





Notte buia, notte di paura… notte molto lenta, notte violenta…

I palmi non coincidono e le mani sono fredde.
Sono le tre di notte e le candele ingannano.
Sono l’uomo nero sul muro o l’uomo seduto sul divano?
Mia sorella ha riempito la casa di candele. Cera d’api dappertutto.
Mia sorella non ha gusto, nonostante tutti pensino il contrario.
 
La musica new age, l’amore per le piante avvelenano questa casa e anche la mia esistenza.
 
Lei è sempre in rigoroso silenzio mentre io suono.
Le sue vibrazioni negative annienterebbero chiunque.
Annientano perfino le corde della mia chitarra
.
Mi disturba il suo modo di fare, il suo accarezzare la vita, la sua attenzione per i particolari, la sua passione per la pittura.
 
La sua dolcezza m’irrigidisce e, mentre lei, nella sua stanza,  tranquilla dipinge, il mio corpo e le mie dita vorrebbero urlare di dolore.
Non penso a lei come a una sorella gemella.
Quando termina di lavorare prepara la cena, ride al telefono, esce con gli amici.
Facile la sua vita. Le mostre in giro per l’Europa, il nome sui giornali, il suo mordere la vita.
 
I tuoi regali, le tue attenzioni, io non so che farmene.
Pensi che io sia un fallito? Pensi che io non sia un bravo musicista, vero?
Perché mi hai regalato quella chitarra, quando avevamo undici anni?
Per umiliarmi? E’ evidente. Hai convinto nostro padre a comprarla. Hai convinto tutti che un giorno sarei diventato un grande chitarrista e tu una Monet in gonnella.
Io non la volevo quella dannata chitarra.
Le tue dita sono fredde come le mie, nemmeno adesso sei in grado di riscaldarmi le mani.
Siamo gemelli, ma non siamo uguali. Io sono vivo, tu no.
Io canto e suono. Tu no.
 
Notte buia, notte di paura… notte molto lenta, notte violenta…




 
 



postato da: ladypazz2 alle ore 09:41 | link | commenti (8)
categorie: parole, racconti, blog, scrittura
martedì, 15 settembre 2009

On writing



Se scrivi ( o dipingi o danzi o scolpisci o canti immagino ), ci sarà molto semplicemente qualcuno che cercherà di farti star male per aver osato tanto.

Stephen King



postato da: ladypazz2 alle ore 10:07 | link | commenti (13)
categorie: scrittura, on writing, stephen king
venerdì, 29 maggio 2009

toc toc...chi è?

Oggi ospito un racconto di Barbara Garlaschelli.
Gran donna, scrittrice e amica.
Il suo blog
http://barbara-garlaschelli.splinder.com/

Tra i suoi libri: "O ridere o morire"; "Nemiche"; "Alice nell'ombra";
 "Sorelle"; "Sirena Mezzo pesante in movimento";
"FramMenti (storie di un fortino di periferia".

 

UNDICI


Poi, alla fine, come un vecchio amico, arrivava il sonno e con lui, i sogni. La maggior parte, quando il giorno si infila nella stanza, non li rammento. Spalanco gli occhi e il sogno è ancora lì; so che se facessi uno sforzo infinitesimale riuscirei ad agguantarlo. Ma lascio trascorrere l’istante e il sogno scompare al di là della china della coscienza, come uno sconosciuto che vedi svoltare l’angolo, di spalle. Di lui non ti rimarrà alcun ricordo, proprio come di quel sogno. Forse ci liberiamo dei sogni – o li riponiamo in qualche cassetto segreto – perché il terreno su cui è costruita la realtà non ne reggerebbe il peso. Capita che persino gli incubi siano migliori della realtà che ci circonda. O forse lo credo perché dai sogni, fuggo. Uno, però, continua ad affacciarsi alla mia memoria e non riesco a cancellarlo. Nel sogno sono in giardino, nella mia casa in campagna. L’aria è tiepida e nel cielo non c’è una sola nuvola. In mezzo al giardino è posata una bara di mogano. Nella bara c’è Stefano, un vecchio amico morto molti anni fa. Nel sogno, è disteso nella bara e coperto da un sottilissimo sudario nero, e mi parla. Ha una voce calma, serena. Mi dice che sta bene e chiede notizie di me, dei miei genitori. Continua a ripetermi che sta bene E tu, domanda, tu, come stai? Io sono sopraffatto dalla gioia di sentirlo parlare e dallo sgomento di saperlo morto. Vorrei rispondergli e fargli domande e, soprattutto, vorrei che non smettesse di raccontare perché so con assoluta, straziante certezza che quando smetterà di parlare sarà morto per sempre. Ma la mia bocca è muta. Qualcuno ha fatto un nodo alle mie corde vocali e Stefano se ne andrà e io non posso fare altro che ascoltare la sua voce tranquilla che mi ripete che sta bene, che va tutto bene e mi domanda, E tu? Tu come stai? Ma non posso rispondergli. Né ora né mai.

DODICI


Né ora né mai. Non mi alzerò. Il mio letto è il mio guscio. Io sono una lumaca. La perla di un'ostrica. Una nocciola. Resterò qui sino alla fine dei giorni. Non solo dei miei. No. Di tutti i giorni del tempo. Fuori il mondo cammina o corre o salta o si addormenta o piange. Qui dentro, nel mio guscio, il mondo non può entrare. Mia madre mi ripete Alzati, ci stai facendo le radici su quel materasso. Brava, persino lei ci è arrivata. Lei, così ottusa. Lei che ride quando guarda la televisione e parla allo schermo, come se quelli lì dentro potessero risponderle. Con me non parla, invece. Ma nemmeno io le parlo. Però questa storia delle radici è vera. A volte mi pare proprio di sentirle che crescono sotto le mie dita, si infilano nel materasso e s'intrecciano l'una con l'altra, come capita a quelle della betulla che abbiamo in giardino. Radici profonde, che penetrano la terra. E' da quindici anni che non esco da casa. E da sei mesi che non esco dal letto. E' stata una dura conquista. La tentazione di uscire è sempre forte. Il mondo ha una voce così insinuante. E chiama. Chiama. Chiama. Ho continuato ad accorciare le distanze. Prima arrivavo sino al salotto. Quaranta passi. Poi ho cominciato a fermarmi prima, all'altezza della camera da letto di mia madre. Trentadue passi. Poi in bagno. Venti passi. Poi sono riuscita a fermarmi sulla soglia della mia stanza. Il mondo chiamava ma io mi tappavo le orecchie. Otto passi. Dal mio letto alla porta, otto passi. Mi sono ritirata come la marea e, alla fine, ci sono riuscita. Nessun passo. Immobile. Nel mio guscio. Protetta. Il mondo chiama, mia madre parla rivolta al televisore e io sono qui, distesa. Ferma. Il prossimo obiettivo sarà non aprire più gli occhi. Cancellare tutto.


TREDICI


Cancellare tutto. Gli sbagli, il passato. Lo dicono tutti, vero? Sì, qui dentro lo ripetono in continuazione. Mentre parlava, sorrideva. Il suo sorriso mi è rimasto impresso nella mente. Siamo stati nella stessa cella per due anni, io accusato di furto con scasso, lui di truffa. Un’intesa perfetta. Io non tacevo mai, lui era un buon ascoltatore. Trascorreva molte ore in piedi accanto alla finestra della cella guardando fuori. Non parlava quasi mai di sé. Sapevo solo che aveva una figlia di dieci anni che non vedeva da quando era entrato in carcere. Aveva chiesto alla moglie di non portarla lì dentro. Alla fine, non era venuta più nemmeno lei. Ti verrò a trovare io ogni giovedì, quando uscirò, gli dissi un giorno, ridendo. Dalla sua faccia scomparve il sorriso. No. Non aggiunse altro. Rimasi talmente sconcertato da non riuscire a replicare. Non tornai più sull’argomento. Più passava il tempo, più mi rendevo conto di quanto fosse forte il mio legame con lui. Credo sia stata la persona che più di ogni altra si è avvicinata alla mia anima. Le mie parole sgocciolavano nel suo silenzio, e lì restavano, tutte quante, protette. Uscii una mattina di settembre. A lui restavano da scontare ancora alcuni mesi. Ci stringemmo la mano. Per la prima volta non dissi una parola. Lui mi sorrise in quel suo modo divertito e io me ne andai. Da allora, tutti i giovedì pomeriggio, vengo in questo bar. Dal tavolino dove mi accomodo posso vedere il muro di cinta della prigione. Sono qui e lo aspetto.




 


postato da: ladypazz2 alle ore 09:59 | link | commenti (10)
categorie: donne, blog, scrittura, barbara garlaschelli, ladypazz